28 mag 2018

I MIGLIORI 10 LIVE ALBUM DEL METAL: "TRIBUTE" (OZZY OSBOURNE)


Capitolo 4: “TRIBUTE” (1987)
Questa non è una recensione, ma il tentativo di descrivere una sensazione.
Potremmo tirare in ballo la nostalgia, la dannata nostalgia per quell’era magica che il metal ha vissuto all’inizio degli anni ottanta. Io, piuttosto, parlerei di tenerezza. Prendiamo in esame lo scatto fotografico che fa da copertina a “Tribute”: ditemi voi se non è pregna di tenerezza la posa in cui sono immortalati Ozzy Osbourne e Randy Rhoads, collaboratori, amici, protagonisti di un’epoca, culturalmente parlando, irripetibile per il metal. Quei capelli scomposti e madidi di sudore (quando Ozzy era ancora biondo e cotonato), quei volti sorridenti e il trucco sciolto, quei corpi in tensione intrecciati in un abbraccio fraterno, sospesi in un equilibrio precario che non impedisce al giovane chitarrista, sostenuto dal folle cantante, di continuare a destreggiarsi con il suo strumento.

Una copertina che oserei definire commovente, come commovente è il contenuto di questo documento live chiamato ad omaggiare la memoria di Randy Rhoads, uno dei chitarristi più prodigiosi che il rock e il metal abbiano conosciuto.

Ozzy Osbourne è di diritto una delle icone più rappresentative del metal, eppure, stilisticamente, l'ho sempre collocato più nell'hard-rock che nel metal. Nei Black Sabbath era l'elemento meno “metal” della formazione: fra la batteria elefantiaca di Ward, il basso ottenebrante di Butler, il rifferama rivoluzionario di Iommi, l'eredità di Mr Osbourne come cantante è stata raccolta più che altro negli ambienti stoner (e persino nella psichedelia e nello space-rock) o fra le band più irriducibilmente doom, che accolsero in modo aprioristico quella voce cantilenante pressoché incapace di edificare ritornelli anthemici.
Nelle vesti di Madman il suo “essere metal” si legava più al personaggio che alla sua musica: un modo di essere eccessivo che andava ben oltre la trasgressione che da sempre caratterizza il rocker. Il carattere più propriamente metal si manifestava nelle pose orrorifiche (ostentate con auto-ironia e ricercato gusto per il kitsch) ed un alone “maledetto” ereditato dai trascorsi “oscuri” nei Sabbath.
Musicalmente parlando, Ozzy ha sempre preferito soluzioni più vicine all’hard-rock, via via condite da quella componente visionaria che da sempre appartiene alla sua personalità artistica. Tecnicamente parlando non è mai stato un virtuoso, né può essere lontanamente accostato a coloro che detteranno il modo di cantare heavy metal (Ronnie JamesDio era indubbiamente più heavy metal, Rob Halford era, e lo è tuttora, l’heavy metal), soffrendo il Nostro di una “rigidità” che in un certo senso da limite è divenuta nel tempo cifra stilistica e reale tratto distintivo.
Ma con un chitarrista straordinario come Randy Rhoads, anche l’arte di Ozzy si fece più sciolta, più agile, meno ingessata. Rhoads, pilastro fondante nella fase di avvio della carriera solista dell'ex ugola dei Black Sabbath, era un chitarrista che, per stile, potremmo ricondurre alla scuola di Eddie Van Halen. Ma certo l'estro del giovane californiano (approdato alla corte del Madman a soli ventitré anni, ma con già una gavetta importante nei Quiet Riot) non si fermava innanzi alla brillante emulazione, ma sapeva spingersi ben oltre, pescando con disinvoltura sia dal blues che dalla musica classica, finendo per forgiare uno stile profondamente personale e che, se sviluppato adeguatamente, avrebbe potuto dare molto di più al rock e al metal: una fantasia compositiva, un gusto melodico, un fuoco nelle vene da vero istrione delle sei corde che ben sono rappresentati figurativamente dalla mitica Polka Dot V a coda di rondine, nera a pois bianchi, anch’essa immortalata in quello scatto di cui si parlava innanzi.
Solo due album con Ozzy ("Blizzard of Ozz", 1980, e "Diary of a Madman", 1981), e poi la morte improvvisa: il 19 marzo 1982 Randy Rhoads perdeva la vita in un incedente aereo. Non è retorico dire che quel giorno il mondo della musica perse uno dei suoi più talentuosi interpreti. Rhoads, infatti, non ebbe solo il merito storico di aver supportato un genio instabile come Ozzy in uno dei momenti più difficili della sua vita (appena dopo esser stato scaricato dai Sabbath, nel bel mezzo di una depressione e funestato da dipendenze di varia natura). In questo senso egli fu per Ozzy amico affettuoso, collaboratore paziente, musicista preparato, nonché uomo misurato, estraneo ad eccessi di ogni tipo: insomma, l’antidoto ideale per bilanciare le debolezze, la fragilità, l’inclinazione al rifugio nella droga e nell’alcool, le carenze tecniche del Madman, il quale avrebbe poi descritto il tempo trascorso con l’amico Randy come il periodo più felice della sua vita, indicando il chitarrista come il più prezioso compagno di viaggio nella sua lunga carriera.
Ma, si diceva, il funambolico Rhoads non fu solo l’uomo giusto al momento giusto. Al netto del suo effetto benefico sull’umore e sull’estro artistico di Ozzy, seppe anche dispensare grandiosi saggi di chitarrismo illuminato: ritmiche incandescenti, improvvise fughe, scale neoclassiche, tapping, bending, vibrato, un uso virtuoso degli effetti, giochi di prestigio svolti alla velocità della luce. Insomma, l’armamentario ideale per bilanciare la staticità vocale di Ozzy, che in Rhoads trovò un alleato a lui più congeniale di quanto lo fossero stati Tony Iommi e gli altri Sabbath.
Comprensibile che un genio artistico di quella caratura incontrasse delle inevitabili limitazioni fra le quattro pareti di uno studio di registrazione, e che dunque trovasse la sua dimensione ideale sulle assi di un palcoscenico, dove il suo stile pareva finalmente librarsi in volo senza più zavorre. Per questo il modo migliore per ricordare Rhoads divenne proprio “Tribute”, a lui dedicato, ma pubblicato cinque anni dopo la sua morte (esattamente nel maggio del 1987), proprio per non dare l’idea che si volesse lucrare sul tragico evento. Si tratta della registrazione di una esibizione tenutasi a Cleveland in Ohio l’11 maggio 1981 con una scaletta imperniata principalmente intorno al debutto, ma che da un lato anticipava due episodi di “Diary of a Madman” (che sarebbe stato ufficialmente pubblicato qualche mese dopo) e che dall’altro non trascurava il repertorio dei Black Sabbath (testimoniato con la riproposizione di “Iron Man”, “Children of the Grave” e “Paranoid”). Ad onor di completezza, è necessario aggiungere che verranno inclusi anche due brani dal primissimo tour dell’Ozzy solista, registrati a Southampton il 2 settembre 1980, mentre l’assolo di “Suicide Solution” sarà estratto da una ulteriore data (Montreal, 28 luglio 1981).
Forse penalizzato da una registrazione sbilanciata e da una scaletta limitata alla sola primissima parte di carriera di Ozzy (che in futuro, anche senza Rhoads, saprà rendersi autore di un canzoniere di tutto rispetto: basti pensare a classici come “Bark at the Moon”, “Shot in the Dark”, “No More Tears”), questo documento live assolve alla perfezione il compito all’epoca prefissato, ossia quello di evidenziare il talento del chitarrista, contornato per l’occasione da comprimari di tutto rispetto: Rudy Sarzo al basso, Tommy Aldridge alla batteria e il mitico Don Airey alle tastiere (Bob Daisley e Lee Kerslake, rispettivamente a basso e batteria, compariranno invece nei due brani registrati a Southampton).
Momenti topici rimangono senz’altro la bellissima “Mr. Crowley”, con le sue prelibatezze solistiche, e l’assolo di “Suicide Solution”, ma tutto in realtà è leggenda in questo live, a partire dall’apertura affidata alle orchestrazioni epiche del celebre tema di “O Fortuna” (dai “Carmina Burana”), presto interrotte dal roboante ingresso di Ozzy (“Are you ready to rock’n’roll????!!??”), per finire in bellezza con la chicca acustica “Dee” e i suoi “fuori onda” (si tratta di una versione in studio in cui si può sentire la voce del chitarrista che esprime la sua insoddisfazione per la resa del pezzo): un momento di grande umanità (non a caso dedicata alla madre) ideale epilogo per questo manifesto che in ogni sua aspetto si tinge di Mito.
In mezzo troveremo tutte le innumerevoli sfaccettature dell’estro chitarristico di Rhoads (fra ritmiche travolgenti ed assoli di gusto sopraffino), estro che avrà modo di imporsi persino nei classici dei Black Sabbath: si ascolti come viene stravolta, arricchita di colori, “Children of the Grave”, e come, soprattutto, l’intemperanza di quelle sei corde riesca ad incunearsi persino nei due minuti iconici di “Paranoid”. Laddove nello stesso periodo Ronnie James Dio faticava a riportare sul palco i classici dei Sabbath dell’era Ozzy, Rhoads conduceva a nuova vita quei medesimi brani, togliendo loro, in un simbolico passaggio di consegne generazionale, la dura scorsa settantiana, per animarli di un inedito dinamismo e riverniciarli con quella gioiosa tracotanza che era propria dell’hard rock degli anni ottanta.
Senza nulla togliere all’immenso Tony Iommi, padre di ogni chitarrista metal (e comunque dallo stile profondamente diverso), Rhoads dimostrò una maggiore affinità con le caratteristiche di Ozzy, sia come artista che come persona, tanto che sulle basi gettate dai primi due album (indubbiamente i migliori del sul percorso solista) il Madman imposterà la produzione discografica successiva, almeno per tutti gli anni ottanta: un patto artistico fra due personalità enormemente diverse che si reggeva su un equilibrio dinamico, precario, prodigioso, che è tale e quale quello che fonde i due corpi ritratti in copertina.
Randy Rhoads (1956 - 1982) per sempre nei nostri cuori.