16 mag 2018

JIMI HENDRIX EXPERIENCE: 15 ESSENTIALS (Part I)


Impossibile parlare senza che tremino i polsi di James Marshall Hendrix (e infatti mi stanno tremando...).

Del suo approccio rivoluzionario allo strumento principe della musica rock, la chitarra, si sono scritti fiumi di parole e quindi non staremo a esprimere nozioni e concetti sicuramente già scritti in passato da una miriade di critici musicali senza dubbio più preparati di noi.

Per quanto riguarda la nostra redazione, quando Jimi suonava e rilasciava i suoi storici dischi con la Jimi Hendrix Experience eravamo tutti lungi dal nascere e quindi come ne potremmo parlare in modo sensato senza scadere nella migliore delle ipotesi in ripetizioni e/o banalità?

Mi butto allora senza paracadute sull’argomento cercando di relazionarlo il più possibile con il metallo. E nella cosa mi viene in aiuto la data di morte, a 28 anni, del genio di Seattle: il 18 settembre 1970 (28 anni ancora da compiere in realtà, visto che Jimi era nato in novembre; cosa che lo fece appartenere al famigerato “Club 27”). Il giorno in cui ci lasciava Jimi veniva pubblicato uno dei dischi più importanti della storia della Musica in generale e del metal in particolare: “Paranoid” dei Black Sabbath; cioè l’album che in quell’anno, assieme a “In Rock” dei Deep Purple e “II” dei Led Zeppelin (quest'ultimo uscito già a fine '69), sancì ufficialmente, anche fuori dall’underground, la nascita del proto-metal. Un caso? Coincidenze del destino? Può essere…ma romanticamente fatecelo pensare come un plastico passaggio di testimone. Un testimone passato di mano in mano a due chitarristi, Jimi e Tony, accomunati dall’essere sì entrambi mancini, ma così diversi sia nello stile che nel modo di stare sul palco.

Al di là delle coincidenze però, e seppur ex-post, credo che ogni amante del metal si sia rapportato (e chi non l’ha fatto lo dovrebbe fare) a quei tre magici album rilasciati tra il 1967 e il 1968: “Are you experienced”, “Axis: bold as love” e “Electric ladyland”. E non ha potuto che “farci i conti”, cercando di capire quanto e come abbiano potuto influenzare, oltre alla tecnica chitarristica degli axemen che avrebbero fatto la fortuna di tanti gruppi rock/metal nati nei decenni successivi, il nostro amato metallo.

La considerazione che mi spinge più di tutte le altre a scrivere sulla JHE riguarda però proprio quei tre dischi (si, mi sono autoimposto il limite di quel trittico perché non ce l’avrei potuta fare se avessi considerato l’enorme mole di discografia pubblicata postuma, tra studio, live, Greatest Hits e raccolte varie): che siano tutti e tre delle pietre miliari si è unanimemente d’accordo e non saremo certo noi a mettere in discussione tale assioma. I dischi sono oggettivamente ottimi, scorrevoli, pieni di intuizioni geniali, impreziositi in ogni brano dalle innovative trovate chitarristiche di Jimi. Però, secondo me, non uniformi qualitativamente. Cioè, in nessuno dei tre mi sento di dire che non vi siano parti leggermente “inferiori” e/o più “trascurabili”, per quanto, questo va sottolineato, anche in questi episodi le parti soliste di Hendrix ne innalzino il livello che altrimenti sarebbe stato “solo” sufficiente o buono.

E così mi sono divertito, secondo una tradizione ormai consueta per il nostro Blog, ad estrapolare 15 canzoni (si lo so, di solito sono 10, ma questa volta non ce la siamo sentita di essere così “concisi”!) che, queste sì, avrebbero fatto di un disco della JHE un capolavoro a tutto tondo, senza quegli sporadici “momenti minori” che inficiavano leggermente il prodotto finale.

E allora andiamole ad analizzare queste perle che hanno reso Jimi Hendrix quello che la Storia gli ha riconosciuto essere: la prima (unica?) vera icona del Rock.

1. “Foxy Lady” (da “Are you experienced” - 1967)

Se Jimi è un’icona, “Foxy Lady” è la canzone icona dell’icona Hendrix; probabilmente il brano che, in 200 secondi scarsi, racchiude interamente l’epopea hendrixiana. Se siete amanti della Musica (non del rock o del metal…proprio della Musica in generale!) non potete non conoscerne a memoria ogni singola nota: dalla vibrazione della nota scossa (la c.d. fingered note) dei primi secondi, fino allo scoppio della linea ritmica dominante, fottutamente rhythm and blues. Linea che verrà ripresa dal basso nel momento in cui Jimi si esalterà nell’assolo che apre la seconda sezione del brano e in cui il nostro guitar hero verrà mirabilmente accompagnato da un Mitch Mitchell alla batteria che ci darà dentro con battere proto-metal. Distorsioni e feedback la faranno da padrona, andando a delineare da subito l’innovazione dell’approccio hendrixiano alla materia blues/rock. 
E poi il cantato: caldo, sensuale, perfettamente integrato con la musica. E il modo in cui pronuncia a svariate riprese il termine “foxy” (o “foxey” che dir si voglia…) è roba che manco in un film di Tinto Brass…
Se il buongiorno si vede dal mattino… il resto della giornata sarà una…gran giornata!

2. “Purple Haze” (da “Are you experienced”)

Se “Foxy lady” apriva la versione britannica di AYE, quella americana veniva aperta da un altro pezzo da novanta, quella “Purple Haze” di cui avevamo già parlato in relazione alla splendida cover realizzata dai Winger (ma pensate: l’hanno coverizzata anche i Coroner!). Questa song è puro, fottuto heavy metal, a partire dalla sezione iniziale, con Mitchell che spacca il culo al drum kit fino all’ingresso del riffone che introduce la strofa. Spigolosa, secca, cruda, guidata dal c.d. “Hendrix chord” (cioè un MI7 con la 9a aumentata) che ha reso il riff di "Purple Haze" tra i più celebri della Storia della Musica. Il tutto è corroborato, oltre che da un testo volutamente ambiguo che ancora oggi crea dibattiti, dai soliti “numeri” mai sentiti alla Stratocaster, e in cui le contorsioni finali della batteria (con in sottofondo strani effetti rumoristici) non fanno che accentuare la sensazione di aver ricevuto in faccia una bel pugno in pancia…mitica!

3. “Manic Depression” (da “Are you experienced”)

Dopo averci colpito sul muso con un gancio degno di Mike Tyson, Jimi ammorbidisce leggermente l’atmosfera inserendo in posizione “2” la splendida “Manic depression”. Il singer ci racconta della sua anima lacerata da una sorta di psicosi bipolare, dovuta ovviamente a pene d’amore (“Woman […] you make love / you break love"), La musica si tinge di un rock blues dalla venature acid/psichedeliche con un riff portante degno di passare alla storia. Ma inseriamo il brano nella nostra compilation soprattutto per il drumming di Mitchell, alquanto inusuale nelle canzoni rock, un up tempo che sottolinea il saliscendi emozionali che la song ci propone in una sorta di schizofrenica mania psico-depressiva che alterna momenti dolci e altri brutali. La chiosa chitarristica è un crescendo emozionale da pelle d’oca fino al collasso finale in cui la canzone deraglia tra feedback e rullate in sottofondo…altro che depressione…qua ci pervade un’esaltazione!

4. “May This Be Love” (da “Are you experienced”)

Fine, delicata, carezzevole. Sono I primi tre aggettivi che mi vengono in mente ascoltando questa splendida rock ballad con un testo davvero poetico. Ma non vi aspettate una mielosa sbrodolata: l’inventiva di Hendrix fa sì che dopo appena 1’ la song si impenni in un bridge rockeggiante che crea una piacevole varietà fino a che il motivo iniziale torna dominante. Ancora decisivo Mitchell (che fenomeno, Mitch!) capace di creare un ritmo quasi tribale. La coda strumentale del brano è impreziosita da un lungo e rarefatto assolo di Jimi. 
Assieme a “The wind cries Mary”, probabilmente la più bella ballata del chitarrista di Seattle.

5. “Third Stone From The Sun” (da “Are you experienced”)

Della serie: il jazz incontra/scontra la psidechelia sessantiana. "Third stone from the sun" inizia come una jam session jazzistica ma dopo 40” comincia il sinuoso tema portante del pezzo. Fondamentalmente strumentale, la canzone va avanti per accumulo di sezioni che vanno, come detto, dal jazz al hard rock, dalla psichedelia (che occupa la lunga parte centrale del brano) fino all’acid rock tanto sperimentale quanto “fastidioso” per le malcapitate orecchie dell’ascoltatore. A fare da trait d’union tra le diverse parti, il tema portante che ritorna ciclicamente. Nel mezzo le digressioni chitarristiche di Hendrix sono da incorniciare, con un utilizzo estremo di distorsioni e feedback. Il testo, composto da versi parlati, filtrati e lasciati in sottofondo, ci immergono in un’ambientazione quasi fantascientifica. Insomma, difficile da descrivere a parole. Per chi scrive una delle canzoni più importanti di tutto il rock sessantiano sia per inventiva che originalità.
Sperimentazione allo stato puro!

Ma ora tiriamo il fiato…per le ultime dieci essential songs, aprite il prossimo post di Metal Mirror!

A cura di Morningrise