18 mag 2018

JIMI HENDRIX EXPERIENCE: 15 ESSENTIALS (Part II)



Proseguiamo la nostra carrellata delle imperdibili canzoni della Jimi Hendrix Experience

Ci eravamo fermati nella prima parte alla numero 5. Ora proseguiamo con la title track del debut album della band. Cioè...

6. “Are you experienced?” (da “Are you experienced”)

Se la sperimentazione di “Third Stone From The Sun” miscelava mirabilmente jazz e psichedelia, ora la psichedelia veniva impastata con l’acid rock dando vita a un mostro di inaudita visionarietà. Non c’è uso del basso ma un pianoforte che in sottofondo ripete ad libitum lo stesso accordo mentre sopra Jimi imperversa con mille soluzioni, tecniche ed effetti, dando sfogo alla sua creatività usando, da pioniere, gli effetti della reverse guitar (tecnica che adesso ci pare scontata ma che 50 anni fa non lo era affatto!). Probabilmente la canzone più “strana” ed originale della band dove sembra di ascoltare la colonna sonora di un incubo indotto dall’LSD. 
Capolavoro…

7. “Hey Joe” (da “Are you experienced”)

AYE uscì in due edizioni diverse, come abbiamo accennato nella prima parte. Ma nel 1997 l’edizione in CD del disco vide in scaletta diverse bonus tracks. Tra queste, come non citare “Hey Joe” di Billy Roberts, musicista americano ancora in vita? Hendrix si rivelerà qui, oltre che infinito compositore, anche ottimo interprete. “Hey Joe” fu una delle canzoni dei sixties di maggior successo in America, tanto da venire coverizzata centinaia di volte. Ma la più famosa rimane quella hendrixiana che ipervitaminizza la versione originale, rendendola di fatto una canzone à-la-Hendrix, grazie anche allo splendido assolo che parte al minuto 1 e 40” e guida la song verso un crescendo finale dove il tentacolare Mitchell la fa da padrona. In “Electric ladyland” la JHE si ripeterà con “Come on (Let the good times roll)” del bluesman Earl King e la splendida “All along the watchtower” di Bob Dylan, ma “Hey Joe” rimane lo standard perfetto di come dev’essere realizzata una cover.

Chiudiamo con “Are you experienced” e passiamo al successivo “Axis: Bold As love”, forse più importante che bello, almeno per me. ABAL, album di mezzo della JHE (uscito sempre nel 1967 come il suo predecessore), è un disco innovativo e pieno zeppo di soluzioni stilistiche particolari. Quasi tutte canzoni brevi, composte per essere rivoltate dalle più recenti, per l’epoca, tecniche di registrazione in studio. Il risultato? Un ottimo album nel complesso, ma con qualche “basso”, se non proprio filler (“Wait until tomorrow”, “You got me floatin’”, “Little miss lover”).

Ma partiamo: dopo quasi un quarto d’ora di cambiamenti repentini di linguaggio stilistico (dal grottesco intro parlato di “EXP” al bel rock jazzato di “Up from the skies”; dall’hard rock dell’ottima “Spanish Castle Magic” al rhtyhm and blues di “Wait until tomorrow” fino alla scheggia rock di “Ain’t no telling”) arriviamo a…

8. “Little wing” (da “Axis: Bold As Love” - 1967)

L’arpeggio iniziale farebbe scongelare il cuore anche al più duro dei deathmetaller. Atipica ballata di meno di due minuti e mezzo, è il brano più dolce del platter, grazie anche al sapiente uso di un metallofono (il Glockenspiel tedesco) e da un crescendo emozionale lieve, gentile, impreziosito da un assolo di gran gusto. Brano sintetico ma ultra penetrante. 
Della serie: anche il più duro dei rocker ha un cuore…

9. “If 6 was 9” (da “Axis: Bold As Love”)

Ed eccoci a uno dei capolavori dell’intera carriera hendrixiana. Brano più lungo del disco, è un coacervo di sonorità, stili, suoni difficile da descrivere. Fondamentalmente è una acid-rock song, ma al contempo porta in sé rumorismi noise, umori blues, vuoti psichedelici e accompagnamenti jazz, in un contesto di totale destrutturazione del formato canzone. Jimi canta, recita, parla…il brano si ferma, riparte, accelera, decelera e quando sembra concludersi, ci regala ancora un minuto di riverberi, assoli in sottofondo, partiture di fiati…insomma, un casino incredibile! 
Per un risultato incredibilmente perfetto…

10.  Bold as love” (da “Axis: Bold As Love”)

Potente e melodica, brusca e languida, la title track che chiude Axis è per chi scrive la top song del disco, con un lavoro meraviglioso di Jimi che ci fa sembrare quasi di stare davanti ad un’orchestra. Quando il brano sembra chiudersi, poco prima del 3° minuto, la song riparte più potente che mai con una coda strumentale guidata da una chitarra iperdistorta.
Magniloquente...

E chiudiamo con il White Album ante-litteram di Jimi: “Electric Ladyland”. Un doppio disco di un’ora e un quarto di musica dove troviamo davvero di tutto. Esaltato dalla critica, è un compendio della visione musicale di Hendrix. Tutte le caratteristiche stilistiche dei due album precedenti convergono qui in un tutt’uno coerente e mirabilmente equilibrato. Blues, acid-rock, hard rock, jazz, psichedelia, proto-metal…Hendrix music al 100%. A differenza del passato, Jimi si prefigge di registrar un disco più maturo, complesso, inappuntabile. Il songwriting diviene più articolato, la durata dei brani cresce esponenzialmente, pur trovando anche brevi e riuscitissimi brani di sintetica perfezione, come “Have you ever been (To Electric ladyland”),  “Little miss strange”, “Long hot summer night” e…

11. “Crosstown traffic” (da “Electric ladyland” - 1968)

Pur sentendola miriadi di volte, non ho ancora capito se questa sia una canzone blues, hard o acid. Probabilmente un mix di tutte e tre le cose. Per un risultato che è…proto-metal! Le proverbiali distorsioni hendrixiane raggiungono qui un livello massimale per un risultato adrenalinico, trascinante. 
E sembra di essere immersi nel cacofonico traffico di Manhattan…

12. “Voodoo Chile” (da “Electric ladyland”)

Canzone manifesto. La più lunga mai composta da Jimi. Un quarto d’ora di pura, ma anche calcolata, jam session tra Hendrix e altri musicisti reclutati al club “The scene” di N.Y. (una ventina in tutto, molti dei quali crearono l’effetto pubblico in sala di registrazione). Il rock blues che ne scaturisce è fumante, tra parti più cadenzate altre più adrenaliniche e sezioni rarefatte. Meravigliose le parti d’organo che ricreano quel tipico sound blues da club fumoso…insomma, la dimostrazione che il Nostro, anche quando alzava l’asticella (verso se stesso…) riusciva a creare composizioni articolate ma scorrevoli, pretenziose ma equilibrate. 
Immortale…

13. “Burning of the midnight lamp” (da “Electric ladyland”)

La canzone che chiude la prima parte di EL è tra le mie preferite (e, scopro recentemente, anche di Jimi). Una dolcissima ballata impreziosita da un duetto iniziale di chitarra e clavicembalo elettrico (suonato sempre da Hendrix). Nella sua struttura apparentemente semplice, si inseriscono in realtà diversi accorgimenti complessi inseriti in arrangiamenti che mettono al centro la sezione ritmica (grande il lavoro di Mitchell durante le strofe) dura e martellante e che fa da contrasto con il clavicembalo e i cori chiesastici in sottofondo. L’uso del wha wha dona un ulteriore tocco sognante in una canzone che in appena 220” mette in grande evidenza l’eclettisimo compositivo di Jimi, sapiente miscelatore di stili.

14. “1983 (A Merman I should turn to be…)(da “Electric ladyland”)

E arriviamo ad un’altra canzone-fiume, la seconda per durata dell’intera carriera del Nostro. Oltre 13’ e mezzo di grande musica (e con un testo immaginifico e simbolico da incorniciare). Se "Voodoo chile” era fondamentalmente “solo” blues rock, “1983…” è molto di più. Accompagnato dal flauto di Chris Wood dei Traffic, Jimi crea un brano magniloquente, orchestrale, in cui il jazz si fonde con la psichedelia e un rock dalle venature che definirei epiche. L’interpretazione di Jimi è soffusa, sentita, calda. Ma anche graffiante. Quando, poco prima del minuto 5, la musica si ferma e Mitchell gioca coi piatti in sottofondo, parte una insospettabile sezione ambient, in cui rumorismi assortiti (vengono anche riprodotti i versi dei gabbiani) e i ricami di chitarra di Jimi creano un’ambientazione da fiaba. Lunghi momenti liquidi rimandano al titolo della song e ci immaginiamo Jimi che si sta trasformando nel Tritone del titolo…le improvvisazioni dei diversi strumenti si ricompongono, secondo la classica formula jazz, al minuto 11, quando in un crescendo da pelle d’oca, guidato dall’incalzante batteria di Mitchell, ritorna il motivo iniziale del brano e Jimi declama l’ultima strofa. Esaltazione dei sensi…
Ascoltandola mi convinco quanto ancora avrebbe potuto dare alla musica rock questo Artista così prematuramente scomparso. Solo questa canzone vale una carriera

15. “Voodoo Child (slight reprise)” (da “Electric ladyland”)

Il giorno dopo “Voodoo chile”, Jimi improvvisa, mentre viene ripreso da una troupe televisiva, la canzone del giorno prima. Ma ne cambia l’intonazione. Quello che ne esce è una canzone totalmente diversa dalla sua omonima, molto più rockeggiante e “strutturata”, tanto da diventare immediatamente un cavallo di battaglia della band in sede live. Parte col pedale wha wha per scoppiare immediatamente in un rock metalizzato guidato da un riffone corposo e distorto che farà felici le orecchie di ogni metalhead. Probabilmente il pezzo più heavy di sempre registrato dall’idolo di Seattle e l’assolo a metà brano lo dimostra. 
Se un Mostro Sacro come Joe Satriani l’ha definita come il più grande lavoro di chitarra elettrica mai registrato, il Sacro Graal della tecnica chitarrista e un faro dell’umanità beh…direi che ogni parola in più sarebbe superflua.
Ed è un bel modo davvero di chiudere il disco. 

L’ultimo disco della Jimi Hendrix Experience…

A cura di Morningrise