25 giu 2018

I MIGLIORI 10 ALBUM LIVE DEL METAL: "DECADE OF AGGRESSION" (SLAYER) - UNA VITTORIA AI RIGORI


CAPITOLO 5: "DECADE OF AGGRESSION" (1991)

"Seasons in the Abyss" fu l’album della consacrazione per gli Slayer e una pietra angolare nella loro carriera. A quell’epoca dimostrarono di poter ripetere se stessi in maniera efficace ("War Ensemble"), di poterlo fare a tavolino, con padronanza scientifica della propria formula ("Hallowed Point"), ma soprattutto di poter rallentare, come già fatto in "South of Heaven", rimanendo ancora inquietanti. Sostituirono, all’epoca del Black Album, i Metallica al vertice della tetrarchia del thrash, e questa rivendicazione fu sancita con il tour "Clash of the Tytans". Un evento epocale, perché per la prima volta un grande concerto era interamente dedicato al thrash, a differenza dei grandi carrozzoni metal che fino ad allora si erano riusciti a organizzare, e nei quali ci dovevano essere per forza dei grossi nomi pre-metal / hard rock a trainare la baracca. Con la formula Clash of The Tytans il metal, e anche nella sua versione più arrabbiata, diveniva autarchico, riempiva le arene da solo. Negli stessi anni i Metallica si apprestavano a divenire ancora più grandi, misurati sulle arene, sciogliendosi stilisticamente  come una pallina di gelato sul marciapiede.
Chi erano i quattro titani allora? Due erano fissi (Slayer/Megadeth) il terzo era un big vero (Testament o Anthrax), il quarto lo estraevano a sorte tra le seconde file: toccò ai Suicidal Tendencies e poi agli… Alice in Chains (c’è nessuno che vuol fare il big?). Il tour aveva come logo una triade di teste: quella con elmetto della Wermacht, logo del fanclub slayeriano Slaytanic Wermacht; quella del teschio cieco-sordo-muto, dei Megadeth; e la testa di pietra che compare in “Practice what you preach” dei Testament. In basso, piccolina, innocua, la scritta con l’ultimo nome in tabellone. Tre titani e un nano.
Gli Slayer in teoria avevano già pubblicato un live ("Live undead") basato sui brani del primo album e dell’ep successivo, "Haunting the Chapel", datato 1984, ma che da noi forse arrivò tardissimo (io ne ricordo la comparsa non prima dell’89). Nel caso di "Decade of Aggression" si trattava però di una prova live di un gruppo noto per la sua incisività dal vivo, con una scaletta potenziale che strabordava di titoli (e infatti uscì doppio). Un titolo che faceva tremare: A decade of aggression… in dieci anni avevano costruito uno stile, fatto scuola, piazzato una pietra miliare nella storia del metal e almeno un paio di album capolavoro.  Era Il primo vero live di quello che stava diventando, e poi fu, il mio gruppo preferito, se devo proprio indicarne uno. Non lo comprai. Forse perché non vedevo possibilità di far meglio che in studio, e anzi temevo in particolare che  Lombardo non potesse ripetersi in sede live. Lo ascoltai anni dopo, e tuttora non mi sono pentito del mancato acquisto.

La pecca ovviamente non può stare né nella scelta dei brani (potevano metterli direttamente tutti, e fare un quadruplo, questo sì), né in una critica su alcunché degli Slayer. Le due pecche principali sono la velocità e il mixaggio. Un disco così avrebbe meritato maggiore cura. L’impatto degli Slayer non è di quelli “animaleschi”, alla Ramones o alla Motorhead, ma è di quelli chirurgici. La paura che mette Lombardo sta nella precisione con cui scandisce, e con cui parte e ritorna alla base quando fa le sue svisate sui rullanti. Qui il suono schioccante, quello di South of Heaven, è invece troppo impastato, e ne soffre l’effetto marziale proprio del thrash degli Slayer. Per quanto riguarda la velocità, come spesso accade nei concerti, si sceglie la soluzione del “velocizzare” i brani, forse per voler a tutti i costi crearne una versione alternativa. Il guaio è che un’altra delle peculiarità dell’assalto slayeriano sono i break cadenzati, i rallentamenti, a volte ipnotici proprio per lo stacco con i momenti precedenti tiratissimi. Accelerando tutto, queste differenze si livellano, e un po’ di atmosfera è persa. Effetto “trombata con puttana di strada che ha fretta e ha già la fila”. Oltretutto, lo sfruttamento della velocità continua senza respiro era già stato fatto con il concept stilistico di Reign in Blood, noto non solo per la velocità, quanto soprattutto per l’essere un condensato di mezz’ora scarsa.  Riproporre dal vivo "Reign in Blood" in versione live sarebbe stata una bella impresa; spezzettarlo non è stata una grande idea.
Ultima pecca. Il disco è sì storicamente centrale, però all’epoca non si rinunciò anche a centrare la scaletta sul disco più recente, che in effetti è rappresentato per la quasi totalità, con sacrificio sommo di "Hell Awaits" e "South of Heaven", per cui non può dirsi un’antologia bilanciata. E’ il live del tour di "Seasons in the Abyss".

Oltre a questo, altre particolarità temevo non potessero essere rese, tipo gli urletti da psicopatico di Araya, che poi scivolavano precipitosamente in ruggiti, un marchio di fabbrica che mi ha sempre entusiasmato… Qui non escono, forse anche per la troppa velocità che rende impossibile modularli bene. E poi, il rimpianto maggiore: "Hell awaits" avevo timore ad ascoltarla, perché sapevo, sospettavo, ma non volevo ammetterlo a me stesso che…sì insomma…il demone che ripete Sunioj e poi ruggisce nel ritornello doppiando Araya - in realtà - non esiste. Un conto è saperlo, e però continuare ad ascoltarlo su disco. Un altro è constatarlo quando si sente Araya scandire “Hell-A-waits….” dal vivo. Va bene, che dire… ormai l’ho superata. Ma perché quel demone non compare nel live? Avevano forse litigato prima del tour? Lo pagavano come un corista qualsiasi e si era offeso? Anche lui non si capiva più con Lombardo, come gli altri del gruppo, per via dell’invadenza della moglie che si portava al seguito?
In ultimo, dopo le pecche e le delusioni, le sgradite conferme. Come sapete, tutti i gruppi hanno brani feticcio che loro considerano cruciali, e invece sono riempitivi, quando non decisamente minori. Possono gli Slayer essere l’eccezione? No, purtroppo. In entrambi i live troviamo due brani dell’ep. Passi per "Chemical Warfare", tra l’altro allineabile liricamente a tutte le altre canzoni slayeriane sulla guerra, ma "Captor of sin"…un esempio della fase a ponte tra gli esordi di metal dalle simpatie sataniche, e successivo viraggio verso il techno thrash, se pur efferato. Un brano che riecheggia i Mercyful Fate di “A corpse without a soul”, con inizio subito in assolo di chitarra…un brano già propinato nella selezione live del 1984. Che bisogno c’era, cosmologicamente parlando, di riconfermarlo anche a distanza di quattro album? Quell’EP era in altre parole un “lavori in corso” a ponte tra l’esordio e "Hell Awaits", di cui "Chemical Warfare" rappresenta la versione già sbilanciata verso il techno thrash, e "Captor of sin" l’anima ancora simbiotica con il metal meno differenziato.
In definitiva Decade of Aggression è un bel live, roccioso, nessun sostanziale difetto come album “stand alone”, ma per uno slayeriano è un’occasione mancata. Ottimi brani che sono meglio in studio
La vera intuizione gli Slayer l’hanno avuta forse anni dopo, incorporando la dimensione live come elemento di comunicazione multimediale. Alcuni video ufficiali live, ambientazioni video che simulano un live-set, dvd omaggio dentro gli album. Il live vince alla fine, è promosso, ma è come dire una vittoria ai rigori...ogni brano è un rigore, ovvio che alla fine vinci. Ma la partita, quella vera, era un pareggio lievemente sottotono.

Tornando indietro, il primo live dell’84 fu realizzato non durante un concerto vero e proprio, ma in uno studio, per farci direttamente un disco. Nessuno se ne accorse. E anche questo, autentico, non è che poi sia diverso da quello farlocco. Ma si sa, il collezionista medio se gli scrivono “Araya al cesso” (studio version) e “Araya al cesso” (live version) e “Araya al cesso” (unplugged) li comprerà tutti e tre con la convinzione che debbano esserci necessariamente differenze tutte da scoprire. 

E invece tocca solo rimanere senza parole, mentre il pubblico urla “Slayer! Slayer!”,  e non poter più contare su un fidato amico immaginario, il demone di Hell Awaits.
A cura del Dottore

(vedi puntate precedenti)