23 giu 2018

RECENSIONE: "THE SKY OVER" (VOID OF SILENCE)


Oltre. Oltre le capacità umane. Oltre ogni ragionevole speranza di salvezza. A bordo di una slitta nel cuore della tormenta, al timone fra le onde di mari impetuosi, sfidando le leggi gravitazionali su un pallone aerostatico. Sopra: il medesimo cielo, distante, insensibile testimone di una lotta di elementi e sentimenti, sfondo di un viaggio estremo dove ambizione, desiderio e paura si confondono.

Oltre è la musica dei Void of Silence, ed oltre è la loro ultima fatica discografica “The Sky Over”, epica, emozionante traversata oltre i confini del Conosciuto.

Come poter descrivere le sensazioni che abbiamo provato ascoltando l'album? Partiamo intanto enunciando un’ovvietà: “The Sky Over” è bellissimo. Ed è terribilmente noioso doverlo ripetere ogni volta che viene pubblicato un nuovo lavoro dei Void of Silence, tanto più oggi che sull’infallibilità della premiata ditta Riccardo Conforti/Ivan Zara non dovremmo avere più bisogno di conferme. E lasciate perdere noialtri che ci siamo messi a piangere al primo rintocco di pianoforte: cinque album in circa vent’anni di carriera sono la prova incontrovertibile che i Nostri si rivelano al mondo solo quando hanno qualcosa da dire, muovendosi chiaramente al di fuori di ogni logica di mercato.

Otto anni sono trascorsi dal precedente “The Grave of Civilization”, quattordici da “Human Antithesis”, a cui il nuovo tomo per certi aspetti torna a guardare, ma senza indugiarvi troppo, portando ulteriormente avanti il discorso della band capitolina. “The Sky Over” è infatti ancora una volta un album uguale-e-diverso dei Void of Silence, l'orgogliosa quanto naturale manifestazione di una identità fortissima ed al tempo stesso un capitolo a parte di uno strabiliante percorso scavato negli abissi del metal estremo.

Se abbiamo citato “Human Antithesis” è perché del capolavoro del 2004 si recupera quella fluidità, quell’armonia delle forme che in parte erano state accantonate nel pur ottimo “The Grave of Civilization”, il quale si avvaleva di una produzione sporca, si ammantava di suoni rarefatti che in certi frangenti conservavano gli ultimi scampoli di quel black metal che aveva marchiato la prima parte della carriera dei romani. Oggi di black metal non vi è nemmeno l’ombra e, a dirla tutta, vengono ridimensionate drasticamente quelle influenze martial-industrial che avevamo in passato molto gradito. In compenso abbiamo fra le mani quello che, con le dovute "attenuanti", potremmo definire il “disco progressivo” dei Void of Silence, punto di arrivo di una perfezione formale inseguita album dopo album.

Si parte da suoni nitidi, cristallini, brillanti, curati da Déhà Amsg agli Opus Magnum Studios di Bruxelles: un lavoro certosino, il suo, capace di evidenziare al meglio ogni singola sfumatura in quella miriade di dettagli di cui si compone la musica della band.

Si continua con arrangiamenti sublimi ed una scrittura dilatata che dell’armonia e del passaggio fluido fa i propri valori cardine, sia nei momenti in cui la componente metal si fa impetuosa, sia laddove sono le tessiture ambientali ad imporsi. La cattedrale sonica eretta dai Nostri risulta perfettamente rifinita in ogni sua pietra, disponendosi con autorevolezza lungo strutture che, privilegiando come sempre il formato del brano lungo, sanno incastonare in modo miracoloso un momento memorabile dopo l'altro.

Si finisce con una impostazione melodica ancora più marcata che in passato, dove, come sempre, le orchestrazioni ammaestrate dall'inarrivabile Conforti sono determinanti nell’economia del tutto. E se tiriamo in ballo l’aggettivo progressivo è anche per certi spunti di tastiere dai suoni decisamente prog che la band non aveva mai adottato in precedenza. Ma a stupirci più di ogni altra cosa è stato l’eccelso lavoro di Zara alle sei corde, protagonista di una progressione stilistica che a tratti ha saputo tingersi, più che in passato, di struggenti toni gilmouriani: preziosismi che divengono sostanza nel consueto “lavoro a quattro mani” che questa volta, senza voler esagerare, si fa nello spirito più pinkfloydiano che mai (a venirci in mente sono certe intuizioni di “Wish You Were Here” - l’album).

Dulcis in fundo, la prova eccelsa dietro al microfono del nuovo ingresso Luca Soi: nessuna superstar internazionale a questo giro, ma un cantante in stato di grazia che, forte di un pulito da lacrime e di qualche sporadico growl, riesce a mantenere altissima l’intensità per l’intera durata di composizioni-fiume in cui anche il professionista più scafato rischierebbe di perdere la bussola. Anzi, proprio per il fatto che il buon Soi non si sia portato dietro il fardello della provenienza da band famose, fa sì che egli abbia avuto modo di  focalizzarsi con maggiore concentrazione sul mood dei brani scritti dai due titolari del progetto, condividendone ed assimilandone con la dovuta calma gli intenti. Con il risultato che la sua voce (bellissima, forte, emozionante) si è infine integrata al sound peculiare dei Void of Silence meglio di chiunque l’abbia preceduto.

E se “Human Antihtesis” era un’opera che viveva di guizzi e colpi di genio, in “The Sky Over” è la sempiterna bellezza a regnare: una fluida omogeneità in cui la noia non trova mai dimora, minuto dopo minuto, nemmeno nel persistere dei tempi lenti o nel prevedibile alternarsi fra pieni e vuoti, da sempre tratto distintivo della band.

Laddove il metal odierno amplia i propri confini e fa incetta dei suggerimenti più disparati dai diversi mondi musicali (approdando, di frequente, ai crescendo post-rock o a complesse trame progressive), i Void of Silence continuano per la loro strada, ignorando tutto il resto e ripartendo da loro stessi. In questa dimensione autoreferenziale, “The Sky Over” finisce per incarnare il paradosso di un doom luminoso, estatico, celestiale: un sogno in slow-motion portatore di una sensazione indescrivibile che è precipitare e levitare insieme.

E in questo paradosso si afferma l’unicità della band, fautrice di un sound visionario che sa essere grintoso e lascivo, epico e malinconico, tragico e tenace al tempo stesso. Proprio come sapevano essere le migliori incarnazioni di quel folk apocalittico che nel finale dell’album, fra desolanti tastiere, ostinati arpeggi à la Death in June ed accenni di gorgheggi femminili, torna a riaffacciarsi in quello che, senza dubbio, è l’ennesimo capolavoro dei Void of Silence.

Voto: 11/10

Canzone top: “The Void Beyond”

Momento top: dal minuto 12:12 al minuto 15:13 di "The Void Beyond"

Momento flop: nessuno

Dati: anno 2018, 6 canzoni, 60 minuti

Etichetta: Avantgarde Music