27 ott 2018

DIECI ALBUM PER CAPIRE IL POST-INDUSTRIAL: DER BLUTHARSCH, "THE TRACK OF THE HUNTED"


Decima puntata: Der Blutharsch

Si era partiti dall'industrial. Da un punto di vista artistico-espressivo, il movimento si era in origine imposto come il ricettacolo dei mali e delle contraddizioni del nostro tempo: critica e denuncia insieme di un sistema, sociale, politico ed economico, sull'orlo del collasso. Ma era un discorso estetico, ed era con spirito provocatorio, ferocemente provocatorio, che si ricorreva a tute mimetiche, umori marziali e proclami guerrafondai: la guerra come accelerazione di un processo avviato e volto alla nemesi finale dell'Uomo, già morto spiritualmente e destinato ad una lenta agonia prima della definitiva scomparsa. 

Nella nostra carrellata di dieci album-simbolo per descrivere cosa sia il post-industrial, mettiamo la parola Fine con chi, forse fraintendendo il messaggio originario e scambiando la forma per la sostanza, indossa divise militari senza molta ironia e si volge ai regimi totalitari del passato con autentica nostalgia. Chiudiamo il cerchio con il viennese Albin Julius e i suoi Der Blutharsch, alfieri più rappresentativi del cosiddetto martial-industrial.

La paternità del genere, ad essere precisi, spetterebbe al progetto francese Les Joiaux de la Princesse, attivo dal 1986 e punto di riferimento imprescindibile per chiunque, in campo industrial, si sia voluto cimentare nell’evocazione di tese atmosfere marziali. Noi invece vogliamo premiare il genio visionario di Albin Julius, il quale, grazie all’amicizia con Douglas Pearce dei Death in June, si è fatto un nome anche all'interno dell'universo neo-folk ed una fama che ha indubbiamente travalicato i confini della dimensione dell'artista di culto. 

Il musicista austriaco si era fatto conoscere con il progetto The Moon Hidden Beneath a Clouds, attivo fra il 1993 e 1998: in compagnia della fidanzata Alzbeth (alla voce), il Nostro intendeva celebrare il medioevo europeo attraverso un sound etereo sospeso fra industrial, folclore della tradizione popolare e musica sacra. Nel 1996, prima ancora che i The Moon Hidden Beneath a Clouds venissero archiviati definitivamente, Julius rilasciava un picture disc in tiratura limitata in duecentocinquanta copie, primo vagito del suo nuovo progetto: Der Blutharsch (letteralmente: "Aspro sangue").

Sarebbe seguito a stretto giro (più precisamente nel 1997) l'esordio in formato full-lenght. Niente titolo, nessun brano titolato, nessuna nota introduttiva: solo una croce grigia su uno sfondo grigio. Come nella copertina dell'album, i suoni contenuti in questo debutto non-titolato oscillavano dal grigio chiaro al grigio scuro. Possenti orchestrazioni, atmosfere da Cortina di Ferro e il rombare dei tamburi da guerra, il tutto miscelato da una mano sapiente che, forte di una gavetta consolidata, sapeva incastonare campionamenti di vecchie registrazioni e rozza elettronica ambientale: una sinfonia del dolore che si ergeva ad evocazione di una gloriosa e tragica Europa in un'epoca in cui coraggio, spirito di abnegazione, senso dell'onore smuovevano anime, sfidavano la Morte, conducevano all'Immortalità.

Considerate le affinità di visione con il già citato Douglas Pearce, Julius fu invitato a partecipare alla gestazione di “Take Care and Control” dei Death in June (correva l'anno 1998): in quell’album la Morte in Giugno si spogliava della veste folk-acustica per abbracciare nuovamente la truce maschera dell’industrial. A conti fatti, il tomo in questione (un capolavoro per chi scrive) era molto vicino al sound dei Blutharsch, trasfigurato (innalzato, oserei dire) dalla poetica della Fine di Pearce.

Sotto questa illustre influenza, maturava il progetto Blutharsch che nel 2000 sarebbe fieramente giunto alla  definitiva consacrazione con "The Track of the Hunted", quarto full-lenght. A colpire, più di ogni altra cosa, era la forza drammatica che acquisivano le cupe evoluzioni delle macchine di Julius: una forza drammatica che non trova eguali nel percorso artistico dei Blutharsch, tanto che si può parlare, se non di capolavoro, di certo del lavoro più riuscito del panzer viennese.

La tracotanza marziale, la violenza guerrafondaia, gli ululati propagandistici qui cedono il passo alla desolazione di un post-industrial maggiormente meditato e più finemente calibrato in tutte le sue consuete componenti (elettronica minimale, campionamenti e digressioni ambientali): un'attitudine più evocativa, potremmo dire, solenne, a tratti rituale, un rito perverso che si consuma fra la nebbia e il gelo di un campo di battaglia dissestato e silente.

"The Track of the Hunted" fonde così Bello e Morte e si presta all'ascolto come un oscuro e fuligginoso, fumoso ed impalpabile, desolato e desolante monolite di acciaio rugginoso e sangue rappreso, qua e là animato da confusi recitati e timide incursioni di strumenti acustici (una chitarra, un violino e poco altro) che vanno ad anticipare il progressivo processo di "umanizzazione" che avrebbe investito la musica dei Blutharsch a partire da "Time is thee Enemy!" (prevalentemente suonato e contaminato da sonorità più canonicamente neo-folk) fino alle odierne (ed opinabili) derive psych-rock.

Come "bisturi" e "filo di sutura" vengono maneggiati con maggiore padronanza dalla mano di Julius, così la stratificazione di significati e simboli si inspessisce ed arricchisce di una maggiore complessità. Si pensi al brano introduttivo, dove lo stappar di una bottiglia e il riverbero del vino che colma con la sua massa un calice vanno a celebrare il rito propiziatorio che apre ad un transfert rivolto ad un passato oscuro ed ottenebrato dall'orrore della guerra. I cori da operetta e il fragore lontano di una sirena che annuncia l'imminente raid aereo sono segnali eloquenti: la destinazione è il secondo conflitto mondiale.

Inutile dilungarsi: in tutto e per tutto Julius rimane fedele al suo proposito di trasporre in musica foschi scenari di guerra, rileggendoli però in chiave romantica, alla stregua di un novello Wagner con il pallino della musica industriale. Non è un caso, infatti, che il compositore classico sia indicato da Julius fra le sue più importanti influenze, assieme al nostrano Morricone. E proprio con le orchestrazioni del celebre tema di "Per un pugno di dollari" si apre quella che può essere definita una delle migliori composizioni di sempre dei Blutharsch: parlo della seconda traccia (come tutte le altre senza titolo), dove gli archi dolenti diventano una marcia straziante; dove al posto del celebre assolo di tromba a dilaniarci è il canto tragico di una donna, presto accompagnata dall'oblio delle tastiere e da un'oscura voce narrante; dove rintocchi di percussioni funeree e il violino dello stesso Julius si vanno ad incuneare fra i loop industriali, mimando il passo tragico e stanco di eserciti che si avviano verso il loro annientamento.

Sfrigolano sul piatto i dischi polverosi ereditati dal Terzo Reich scovati da Julius chissà in quale lercio retrobottega, rischiando magari la galera. Marcette, canzonette da regime, fanfare militari affogate in scenari che evocano catastrofi immani. La rappresentazione della guerra di Julius marcia lentamente, tratteggiata dal suono ondeggiante e reiterativo di una elettronica deviata, adombrata dall'effluvio ambientale di melliflui synth, disturbata dal deambulare incerto di orchestre rallentate, scossa dall'echeggiare delle grida raschianti di ufficiali invasati, scandita dal lento e funereo battito del tamburo da guerra che misura la desolazione di un campo di battaglia intriso di sangue e cosparso di corpi privi di vita.

Questi sono i veri Der Blutharsch: un muro di suono compatto, statico, minaccioso, come le ombre lunghe di poderose statue che evocano imperi oramai decaduti. Muscoli, armi e nervi di pietra in procinto di sgretolarsi.

Discografia essenziale: 
"Der Blutharsch" (1997)
"Der Sieg des Lichtes ist des Lebens Heil" (1998)
"The Track of the Hunted" (2000)
"Time is thee Enemy! (2003)

(Vedi le altre puntate della rassegna)