"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

10 lug 2016

DIECI ALBUM (PIU' UNO) PER CAPIRE IL FOLK APOCALITTICO (anteprima)




Folk apocalittico (o neo-folk, o folk noir che dir si voglia): in pochi ne parlano, nessuno sa cosa sia veramente. Anche in questa spinosa questione lo staff di esperti di Metal Mirror vi viene incontro. Il folk apocalittico non è metal? Poco ci importa: fra i due ambiti non mancano certo i punti di contatto. Si pensi, da un lato, a Michael Moynihan, leader dei Blood Axis (personaggio ed entità cardini per capire il neo-folk), che scrive un libro-inchiesta ("Lords of Chaos") sulla filosofia black-metal e, nella fattispecie, sui violenti accadimenti che si verificarono all'inizio degli anni novanta in Norvegia attorno al famigerato Inner Circle. Si faccia attenzione, dall'altro, a come band quali Agalloch e Void of Silence (giusto per fare due nomi) abbiano incorporato con successo certi stilemi del neo-folk nel loro sound (si lasci invece perdere, a scanso di equivoci, il folk nordico degli Ulver di "Kveldssanger", che è un'altra cosa ancora, perché, è importante chiarirlo subito: neo-folk e folclore popolare sono due cose diverse, sebbene vi siano delle affinità).

Black metal e folk apocalittico, dunque, due universi uniti da umori e visione del mondo: uno sguardo severo verso il presente, uno nostalgico verso un passato irrecuperabile. Ma non solo: il neo-folk, torbido crocevia fra post-punk, industrial e sonorità folcloristiche (appunto), è un universo conturbante che vale la pena scoprire ed approfondire come genere a sé stante. Fatelo con la pratica guida di Metal Mirror, che sotto mentite spoglie continua a rendere un servizio al popolo metallico nell'intento di ampliare percezione e conoscenze, e gettare un ponte su mondi che il cultore del metallo potrebbe gradire per davvero.

L'argomento non è più vergine. Lasciando perdere il classico "Looking for Europe. Neofolk und Hintergrunde" di Andreas Diesel e Dieter Gerten, ed andando a guardare solo i testi redatti in italiano, potremmo citare "Lucifer over London" di Antonello Cresti e "Death in June: Nascosto fra le Rune", biografia autorizzata di Douglas Pearce curata dal nostro Aldo Chimenti, entrambi atti ad inquadrare il “fenomeno neo-folk”, sia storicamente che culturalmente. Ma nonostante questi sforzi, le ombre rimangono lunghe su un genere controverso che vegeta ed agisce in un underground di ultranicchia, nonostante l'incontestabile caratura artistica di certi suoi esponenti. Metal Mirror, come sempre, dà la sua versione dei fatti, e lo fa nel modo più semplice: partendo dalla musica.

Se dovessi spiegare ad un bambino cosa è il folk apocalittico, con tutte le semplificazioni di questo mondo, direi: immaginati un cantautore con la chitarra in mano, che indossa una maschera beffarda ed una pesante tuta mimetica. La sua voce è greve e declamatoria, la sua musica è struggente, profonda, benché semplicissima: accordi elementari di chitarra acustica, campionamenti industriali a delineare nel sottofondo scenari apocalittici. I temi di cui egli dibatte sono escatologici, ovvero riflette sulla morte e sulla fine del mondo. Qualcuno di voi avrà riconosciuto nella figura sopra descritta Douglas Pearce, leader dei Death in June, nonché fondatore e padre spirituale dell'intero movimento. Parlare dei Death in June significa infatti parlare del folk apocalittico: la loro storia è la storia dell'intero genere.

I Death in June nacquero nel 1981 dalle ceneri dei Crisis, band punk di estrema sinistra (cosa da tenere bene a mente), attiva verso la fine degli anni settanta in terra inglese. In essa militavano Douglas Pearce (chitarra) e Tony Wakeford (basso), futuri fondatori, insieme al batterista Patrick Leagas, del nuovo progetto Death in June, che per il proprio nome prendeva ispirazione dalla famigerata Notte dei Lunghi Coltelli: quella tragica resa dei conti che si consumò nella notte fra il 29 e il 30 giugno del 1934, quando si compì, per ordine di Hitler e per mano delle SS, l’epurazione delle SA (fra i vari motivi vi era il fatto che fra le SA vi fossero molti omosessuali, cosa non contemplata dal nuovo ordine di cose – ricordiamo anche che Douglas Pearce è omosessuale dichiarato, altra cosa da tenere bene a mente).

I tre si presentavano sul palco in divisa militare e con un post-punk di chiara derivazione Joy Division, ma già con dei tratti anomali per il genere: umori cupi, incidere ossessivo, asperità marziali. Questo grazie anche all'apporto del nuovo acquisto Leagas, batterista potentissimo nonché trombettista. Dopo una serie di lavori brevi ("Heaven Street", "State Laughter") fu pubblicato nel 1983 il debutto vero e proprio, "The Guilty Have No Pride", frutto di tre personalità diverse destinate a scontrarsi (Douglas prediligeva l'introspezione cantautoriale, Wakeford i toni tragici e tracotanti del punk, Leagas le ritmiche pulsanti e le sonorità sintetiche). La resa dei conti non tardò a venire ed appena dopo l'uscita dell'Ep "Burial" (1984), Wakeford fu estromesso poiché aveva aderito al National Front, violando così il patto secondo cui i Death in June non avrebbero dovuto avere connotazione politica.

"Burial" è un lavoro doppiamente significativo. Da un lato è il crocevia da cui divergeranno i percorsi artistici dei tre componenti: i Death in June del solo Pearce, i Sol Invictus di Wakeford (entrambi i progetti destinati a divenire colonne portanti del folk apocalittico) e i Sixth Comm di Leagas. Dall'altro lato l'Ep viene aperto dalla paradigmatica "The Death of the West", il vero punto zero del folk apocalittico. Scritta e cantata da Douglas, essa è una ballata acustica (la prima di una lunga serie) che già individua come tema dominante quello del Tramonto dell'Occidente (qui il riferimento è alle tesi dal filosofo Spengler). Un tema che si ricongiunge a quanto professato dal movimento industrial capitanato dai seminali Throbbing Gristle, ambito a cui Pearce guardava con crescente interesse: un'estetica del brutto che faceva incetta, in modo provocatorio, di nazismo, satanismo, pedo-pornografia e quanto di più scioccante il mondo occidentale avesse saputo generare nella sua storia recente (si abbiano in mente le destabilizzanti performance degli stessi Throbbing Gristle e degli Psychic TV, i quali ebbero persino dei problemi legali per l’efferatezza dei loro spettacoli). La tesi di fondo, infatti, era che quel preciso periodo storico (la fine del novecento) coincidesse per l'uomo con la fase terminale di una malattia che l'avrebbe portato alla morte, fisica e spirituale.

In modo estremamente personale, il giovane Pearce si riallacciò a questa visione, cantando la decadenza spirituale di una nobile Europa, schiacciata dalle istanze materialiste del "Mondo Moderno" (per dirla à la Julius Evola, altro autore fondamentale per il genere). Ma Pearce andò oltre edificando un proprio mondo di simbologie atte a rappresentare (e mascherare) il suo convulso universo interiore, scosso e lacerato da fratture insanabili. Il pensiero di autori come Nietzsche, Mishima e Genet (questi ultimi due omosessuali), l'utilizzo della maschera, la scelta della mimetica come divisa d'ordinanza, l'adozione come mascotte di un “simbolo di morte” come il Totenkopf (che rappresentava una particolare sezione delle SS), le rune (simbolo di un'antica conoscenza ormai andata perduta): una messa in scena complessa ed ambigua che l'autore non ha mai voluto spiegare compiutamente e che rimane tutt'oggi terreno di controversia fra cultori e detrattori della band (ed innanzi a queste sterili dispute ideologiche, secondo noi il buon Pearce se la ride a crepapelle dietro alla sua maschera). Ma al di là delle provocazioni (ricordiamoci sempre dell'ironia e del sarcasmo che si celano dietro all'inquietante paravento della musica industriale), il sapore delle scarne ballate dei Death in June è quello della sconfitta, dell'evocazione di un decadimento inarrestabile ed inevitabile, di cui si può essere solo testimoni impotenti. Una fine da affrontare a testa alta, forti della propria integrità, ma anche consapevoli dell’irreversibilità del processo di disfacimento in atto. Da qui l'elegia per un mondo che non c'è più, il culto della morte, l’ultimo canto solitario innanzi alla disgregazione di simboli e valori della Vecchia Europa.

Da un punto di vista meramente stilistico (ossia della definizione del folk apocalittico come nuovo genere) saranno necessari tre passi ulteriori. Prima "Nada!" (1985), con ancora Leagas in formazione, sospeso fra struggenti ballate, umori dark ed ossessivi beat industriali. Poi "The World that Summer" (1986), viaggio allucinante che vide l'intensificarsi del sodalizio artistico con David Tibet dei Current 93 (esoteric industrial act dedito alla musica più terrificante che possiamo concepire): una collaborazione che conferì nuove sfumature alla musica della Morte in Giugno, sempre più svincolata dagli universi post-punk e dark-wave, e, di contro, più aderente ai dettami del verbo esoterico (percussioni, inquieti organi, versacci assortiti).

Ed infine "Brown Book" (1987), l'opera in cui la transizione ebbe compimento, quello che possiamo definire il vero manifesto del folk apocalittico. In poco più di mezz'ora esso condensa l'essenza stesso del genere, a partire dalla minacciosa copertina raffigurante il Totenkopf: ballate decadenti, torbidi scenari industriali, inquietanti filastrocche infantili. In questo perfido maelstrom di suoni grigi e suggestioni mitteleuropee, spiccano certamente i classici "Runes and Men" (celebre ballata aperta da una fanfara militare) e la coinvolgente cavalcata dark "To Drown a Rose" (con voce maschile e femminile a duettare). Per non farsi mancare nulla, dietro alla title-track troviamo l'Horst-Wessel-lied, l'inno ufficiale delle SA (a creare non pochi problemi con la censura, e di fatto "Brown Book" è irreperibile in Germania).

A dettare legge sono la chitarra acustica e la voce alienata di Pearce, che canta con fiero distacco, come se ci parlasse da un altro mondo. Chitarre e voce sono squarciate da interferenze rumoristiche e battiti di drum-machine, generando visioni confuse ed evocando scenari densi di mestizia ed afflizione, apocalittici, appunto. A dar man forte a Pearce troviamo uno stuolo di collaboratori illustri che vanno da Jhon Balance dei Coil a David Tibet e Rose McDowell dei Current 93, passando per Ian Read, che a breve entrerà nell'organico dei Sol Invictus (del "rivale" Tony Wakeford) e poi fonderà i Fire + Ice (approfondiremo in seguito queste band). Anche il continuo "scambio di favori" fra esponenti dell'ambiente (quella che poi verrà chiamata la "grey area", indefinibile terra di mezzo fra neofolk ed industrial, e popolata da una schiera di artisti e band che all'epoca facevano capo all'etichetta World Serpent) sarà un tratto tipico delle produzioni nel genere, che vedranno in prevalenza progetti individuali di volta in volta supportati da collaboratori/amici/compagni di etichetta.

Il "Brown Book" non è probabilmente il miglior album dei Death in June (vedremo poi come essi sapranno fare di meglio), né dell’intero genere, ma rimane la fonte battesimale del folk apocalittico ed in quanto tale rimane un passo imprescindibile per chiunque si voglia avvicinare ad esso. Data l'importanza storica di questa opera, abbiamo deciso di assegnarle un posto d'onore in questa rassegna, collocandola nell'anteprima, mentre con i prossimi capitoli intenderemo far luce sul mondo del folk apocalittico passando in rassegna dieci titoli che secondo il nostro arrogante parere inquadrano il genere e lo descrivono nelle sue più importanti sfaccettature.

Buona apocalisse a tutti!

Prossime puntate:

Boyd Rice and Friends: "Music, Martinis and Misanthropy" (1990)

Sol Invictus: "Trees in Winter" (1990)

Death in June: "But, What Ends When the Symbols Shatter?" (1992)

Current 93: "Thunder Perfect Mind" (1992)

Fire +Ice: "Gilded by the Sun" (1992)

Nature And Organisation: "Beauty Reaps the Blood of Solitude" (1994)

:Of The Wand & The Moon:: ":Emptiness:Emptiness:Emptiness:" (2001)

Orplid: "Nachtliche Junger" (2002)

Blood Axis: "Born Again" (2010)

Rome: "Die Aesthetik der Herrschaftsfreiheit" (2011)

Appendice