19 ott 2018

STUFARSI DEL METAL, RIAPPACIFICARSI CON IL METAL: GRAVE DIGGER E DEAFHEAVEN



Spesso si inizia ad ascoltare metal da giovani. Poi molti si perdono per la strada: certi cambiano i propri gusti musicali, i più smettono di ascoltare musica. Con le mie quaranta primavere alle spalle posso dire: ci sono ancora!

Questo non significa, tuttavia, che con il metal siano sempre state rose e fiori: continuo a pensare che il metal sia un genere musicale meraviglioso, ma i suoi cliché mi urtano i nervi. E così da anni fluttuo in una snervante ambivalenza emotiva, sospeso fra perplessità ed esaltazione. Questo mio bipolarismo nei confronti del metal diviene palese facendo il confronto dei videoclip di “Zombie Dance” dei Grave Digger e di “Honeycomb” dei Deafheaven, entrambi del 2018. 

I Grave Digger se ne escono nel 2018 con il loro consueto album e questo non è affatto un male in sé, a parte il fatto che si intitola “The Living Dead”. Sorvoliamo sulla tristezza culturale che un titolo del genere può mettere nel 2018 (ma ancora si parla di zombi? E perché ne parlano proprio i Grave Digger??). Soprassediamo anche sulle caratteristiche del pezzo in questione: "Zombie Dance” è un pacchianissimo folk-metal a dir poco urticante, dove certo non aiuta il contributo dei compagni di etichetta Russkaja, sorta di polka-ska-punk-band (???) austriaca. Concentriamoci invece sul video, confezionato in modo professionale e con un discreto dispiegamento di mezzi, fra comparse ed effetti speciali (e tutti noi sappiamo quanto possono fare pena i video metal amatoriali - ma fortunatamente non è questo il caso).

Il video presenta la classica ambientazione cimiteriale, con i soliti zombi che emergono dal suolo e gli immancabili corpi speciali (impersonati dagli stessi Russkaja, suppongo) chiamati a neutralizzarli. Ovviamente non mancheranno motociclette, armi da fuoco, cervella che saltano per aria e qualche bella ragazza (fra cui quella che sembrerebbe essere la violinista dei Russkaja). I Grave Digger, per inciso, sono a suonare in mezzo al putiferio (sulla presenza scenica della band preferiamo tacere). Come se non bastasse, nel finale avremo la gioia di assistere ad un balletto di zombi in stile “Thriller” di Michael Jackson (il Dio del Metallo mi fulmini per un riferimento del genere!), mentre i Nostri impugnano le armi e chiudono la questione intervenendo in prima persona.

In questa sagra della banalità, gli unici momenti che potremmo trovare genuinamente simpatici sono gli spezzoni in cui Chris Boltendahl (in giacca, capelli legati ed occhiali - inutile aggiungere che anche qui tacere è bello) impersona un presentatore di telegiornale che, dallo studio TV, prima legge le notizie e poi, a sua volta, viene zombizzato, prodigandosi in versacci che poco competono ad un signore di cinquantasei anni. Ma attenzione: già di per sé l’ironia metal è una delle cose più deprimenti che ci possano essere, se poi questa ironia è di marca teutonica, allora non c'è altra cosa da fare per le anime sensibili che accendere il gas e mettere la testa nel forno.

In conclusione: stereotipi del metal vecchia scuola, cinema horror/splatter e siparietti di una simpatia a dir poco stantia che non vincono nemmeno sul campo del trash involontario. Insomma, se certo i Grave Digger non sono la band più intellettualmente stimolante del panorama metal (e nessuno pretende che lo siano), in questi cinque minuti abbiamo un assaggio attendibile di quelli che sono ancora oggi (ahimè) la cultura e i valori del metal (e certo il supporto di un nome importante come quello della Napalm Records rende più consistenti le nostre argomentazioni).

Passiamo ai Deafeaven, freschi anche loro di una nuova release: “Ordinary Corrupt Human Love” (e già il titolo suona più accattivante, sebbene la copertina faccia abbastanza schifo). Certo, qui non si parla di una band di cinquantenni tedeschi dediti al power metal più retrivo che ci possa essere, ma di giovani americani con il pallino del black metal e del post-rock, giunti appena adesso al quarto album. Del resto il nostro intento, in questa circostanza, non è di commentare la musica, bensì di analizzare l’immaginario che le fa da contorno.

Honeycomb”, tanto per iniziare, è un singolo di lancio che vanta una lunghezza di quasi dodici minuti (ed anche questo è un dato interessante). Il video, apparentemente artigianale, è un frenetica carrellata di immagini sgranate e mosse, più o meno pertinenti con il sottofondo musicale. Scorgiamo spesso la band in studio di registrazione o a passeggio per quella che sembrerebbe essere la bellissima San Francisco. Autostrade, ponti imponenti, grattacieli e poi spiagge, mare, onde, surfisti e infine strade, gente che cammina, ragazzi che fanno acrobazie con la BMX o con lo skateboard, il tutto baciato dal persistente bagliore del sole, che si riflette sui vetri a specchio degli edifici o sulla superficie increspata dell’acqua. La luce accecante delle scene all’aperto cozza con la penombra dello studio di registrazione nel quale i componenti della band sono intenti a suonare nel modo meno plateale del mondo.

Attenzione però: non è che i nostri abbiano un atteggiamento snob o che vogliano prendere le distanze dal loro essere metellari. I Deafheaven sono proprio dei metallari, con capelli lunghi (non tutti), T-shirt di band metal (Morbid Angel, Emperor, Type O Negative – vabbé, uno di loro indossa una maglietta dei Radiohead...) ed è bello vederli passeggiare nel parco, fare un picnic con le rispettive ragazze o giocare con i cani sul prato. Certo, la lunga sequenza in cui uno di essi viene ripreso mentre sfreccia con lo skateboard lungo una infinita strada in discesa (Converse ai piedi e cappellino con visiera in testa) è il materializzarsi dei peggiori incubi di Dead, a cui i Nostri sicuramente si ispirano. Ma meglio i Deafheaven con le loro barbe, i loro occhiali, le loro pance, le loro facce da sfigati, che gli imbolsiti cinquantenni tirati a lucido, con tanto di messa in piega e vestiti in pelle, che vogliono apparire oggi i Grave Digger.

Voglio anche citare il nome del regista, Sean Stout, perché ritengo che il mini-film dei Deafheaven sia fatto davvero bene, per niente scontato e con sequenze persino emozionanti, come quelle degli uccelli che planano nel cielo crepuscolare, con lo skyline di una San Francisco da fiaba sullo sfondo. Chicca finale (ma solo per chi ha una vista da falco come il sottoscritto) è la fugace comparsata di Chelsea Wolfe, ripresa per un istante in studio di registrazione, seduta su un divano a discutere con gli altri componenti della band (la cantante aveva prestato la sua voce nella ballala “Night People”, presente nel medesimo album).

Insomma, sono queste le cose che mi riconciliano con il metal, che lo rendono ai miei occhi ancora un genere musicale attraente, vitale e non fossilizzato nei soliti stilemi che vigono da trent'anni a questa parte. Senza nulla togliere ai Grave Digger che, fatta eccezione della pessima “Zombie Dance”, avranno sicuramente sfornato un album dignitoso. E che di certo spaccheranno il culo nel prossimo tour, con un set infarcito di classici, un sound fottutamente granitico, ritornelli anthemici da cantare tutti insieme e tanto tanto cuore. Perché ogni tanto ho bisogno anche di certezze (lo avevo detto che il mio è una specie di bipolarismo, no?).

Perché c'è tempo per stufarsi del metal e tempo per riappacificarsi nuovamente con esso.