8 apr 2024

VIAGGIO NEL METAL RURALE_II: SALE FREUX - IL CORVO MASCHILE E LA TERRA FEMMINILE

 



La poetica dei Sale Freux utilizza topoi black metal, come il classicissimo corvo, assieme ad altri elementi più ameni, come il rospo. Se credete che i cantori massimi del corvo siano gli Immortal, non avete mai tradotto i Sale Freux. Il corvo clandestino ("Le Corbeau Clandestine") del 2022 è la summa del simbolismo rurale legato a quest’animale. La poetica del corvo inizia prima, con La malinconia delle penne,("La Mélancolie des Pennes" del 2011) in cui l’uccello incarna lo spirito di una solitudine misantropica che già si consuma in una cornice bucolica, insieme a terre varie, umidità, rospi e ragni.

Il gracidio del rospo e il gracchiare del corvo si fondono in un amalgama sonoro. La presenza della natura, che in altri paesaggi sarebbe stata il gelo, il ghiaccio; qui invece è l’umidità, elemento che insieme è fonte di vita e di malattia:

Corvi schiacciati gracidano nel mio cranio,
donne morte mute perseguitano la mia anima per sempre,
dal corpo strappano le ali e poi respirano l'odore,
le mie dita sentono le piume toccate dalla morte.


Il corvo è una presenza sfuggente, intrisa di ruralità e allo stesso tempo pronta a volar via, erratica, perché è residente ma clandestina. Un animale precario e radicato allo stesso tempo.

Il corvo rurale è sporco, il suo nero è un’interfaccia tra la terra e le secrezioni biologiche, come uno strato che unisce lo sporco esterno e quello interno. In questo strato nero, invisibile di notte, si nasconde la vita, una specie di interstizio nero in cui è ingoiata l’apparenza e sgorgano i significati autentici:

I corvi volano lenti e si immergono nell'etere disgustoso
Triste e strisciante su arpeggi primordiali 
Si attaccano a vicenda in modo orribile e radono la terra appiccicosa 

E ancora:

In un angolo macabro di una cavità umida
Rospo tra i teschi, sbavo sull'umanità
Sul mio braccio siede una bestia nera
Stende il suo velo di oscurità, ripiega le ali e urla

Il suo gracidio acuto mi perfora il timpano
Sento il suo respiro, l'odore delle sue piume


Il suo becco sta ancora sbavando...
Ne prendo qualche goccia sui miei palmi...
(…)
Lei sbuffa accanto a me sotto la luna piena...
Morte glorificata con volo notturno.


Mi strappo la pelle con i becchi dei corvi morti
Che collegano le mie vene ai padiglioni auricolari infetti da coccidiosi


I canti del “corvo clandestino” vedono il ricorrere di elementi umani, accostati in maniera disturbante, come il vino, onnipresente, e la femminilità, rispettivamente il cibo e la mano che nutre il corvo, o meglio che gli dà da bere.

Il simbolismo sociale del corvo è tutt’altro che lasciato all’immaginazione: l’animale presidia la campagna lanciando una maledizione di malattia e morte contro il fronte della città, che minaccioso avanza per coprire la terra di cemento. Il corvo è l’animale che può sopravvivere in ritirata strategica, per covare vendetta. Su tutto, un alone pessimistico, in cui la campagna soccomberà, o quantomeno dovrà sopravvivere nascondendosi, come fanno simbolicamente alcuni suoi abitanti in natura (le volpi, i topi, i rospi e in generale tutti gli animali selvatici, sporchi o viscidi).

Il corvo diviene metafora della impossibilità di vivere fuori dal tempo e fuori dai valori. Ma il tutto è risolto in maniera pessimistica, piuttosto che inneggiando ad una ideologia realisticamente proponibile. Per quanto si possa delineare un destino di integrazione con la natura, l'uomo tenderà a rovinarlo, perché animato da pulsioni “empie”, che lo portano a ritenersi altro, e a rifuggire le verità della natura, per poi reclamarle con nostalgia, o cercare di oscurarle nel delirio della modernizzazione.

Il corvo quindi perde il piumaggio così come l'uomo perde la speranza, e l'unico modo per celebrare la propria natura è correre verso il proprio destino di dissoluzione, solo e disancorato anche alla terra che lo ha generato. Il corvo vi mantiene un contatto strettissimo, ma non può condividerla con gli altri uomini, perché li disprezza. Così come loro, del resto, disprezzano lui e lo cacciano. 
La metafora del corvo bianco, ripudiato dalla sua razza, e raccolto dal vagabondo ubriaco come suo alter ego, va forse intesa così. Il vagabondo è il vero abitante erratico della campagna, che non sa da essa staccarsi e non la vuole diversa, ponendosi in questo contro i suoi simili che cercano di cambiarla:

Stamattina al vino ho scoperto un corvo bianco
Era stato ostracizzato dai suoi stessi genitori
Solo nel freddo dell'acquazzone battente
Aveva un'ala debole e un occhio assente

Sangue rosso su piumaggio bianco
Lo sguardo entrò aperto e con il becco spalancato
l'ho rubato mentre nascondendo allo stesso tempo
Dal vino stamattina ho rapito un corvo bianco


Sono l'uccello orgoglioso esiliato dal proprio clan
Senza zona né confine Volo ai quattro venti
Sono l'uccello sedentario in tutti i campi
Nel mondo rurale, altrettanto vagando come emigrante

Fagli cortesia, lascia che ti becchi il sangue
Attaccagli l'ala affinché prenda confidenza
Così, a poco a poco, l'uccellino capisce
Stamattina ho allevato un giovane corvo bianco

Ma in cancrena la carne e in cancrena il sangue
Cadono le piume una ad una prematuramente
alle cornacchie dell'inverno passato, ma tornando
Credo che non una di loro non sopravviverà mai alla primavera

Questo giorno sterile sarà arato di sepolture
Questo giorno sporco sarà cosparso di ossa
Questo giorno disastroso sarà falciato mentre le cornacchie cantano
Invano questo stamattina ho visto morire un corvo bianco


La campagna è suggestivamente dipinta come uno spazio neutro in un mondo ostile e crudele, è una “trincea di neutralità”, un interstizio tra realtà umane che vivono di distruzione; essa invece è la culla della vita. L’animo campagnolo è paragonato ad un disertore che si rifugia in una trincea neutrale ("Les tranchées de la clandestinité"):

Sono uscito di casa per sguazzare nei campi
Nascosto dietro un gigantesco mucchio di sterco
Ho fatto un passo falso all'ombra del mio merlo bianco
Ero il soldato del battaglione esitante


Sdraiato con lei dove posano le cornacchie
Nelle pozzanghere di escrementi dove riposano le volpi

Coltivavamo la genziana per legare il nostro abbraccio
Seppellisci il nostro respiro, nella mandragora le nostre mani

Ho scavato con piume di corvo nel campo del destino
Lì anche dove mi ero nascosto nella cavità clandestina
Un buco appena più grande di un nido di ortolano
Di verde proibizione, di uova di contrabbando

Io sono il cercatore d'oro delle cavità sotterranee
ho scavato le trincee dei disertori che sono volati via
sono il tassidermista delle cornacchie
Libertà ho posato per bere un po' di neutralità


Sono il raro uccello posato nell'inverno svizzero
volo di traverso sono di razza erratica
ho scavato le trincee della clandestinità mi
sono riposato lì per bere la più pura neutralità

Un giorno verrai vedrai il gallo cedrone
nell'incavo dei venti un bel giorno canterà
di grande gravità il corvo gracchierà
per sempre clandestine le nostre prime volte

L'acqua scorra nelle
trincee Lucide e torbide del tuo destino
L'acqua scorra nelle
trincee Crudeli e sporche della mia clandestinità


In “L' Exil” (2012) la campagna è un luogo finale, definitivo. Definitivo come nascita, da cui non ci si può più staccare, e definitivo, circolarmente, come approdo finale, come tomba. L’uomo si sistema nel sudario di uno stagno, tra i rami dei salici e i tralci che pendono come corde, in un bozzolo sospeso tra la malinconia, la serenità e la morte.

A leggere i versi che seguono, viene fatto di tracciare un parallelismo con i paesaggi di morte delle foreste nordiche, in cui l'uomo concepisce le sue riflessioni sull'individualità, e queste “ultime stazioni” misantropiche annaffiata da alcol e umori assediano l'anima dall'esterno, in un fronte di ostilità:

Il tempo nuvoloso mi attira fuori di casa,
Un vento malvagio mi porta nel bosco.

Un odore tragico si deposita nell’aria,
Diffonde sulla terra una drammatica amarezza.

Scoperto un merlo morto, sotto la mia ala in lutto,
Vagabondo morboso amputa una penna in collezione.

Scavo nell'argilla, sotto la pioggia battente,
Componi questo requiem e scrivi alcuni versi.

Seppellisco l'uccello nero sotto un cielo cupo,
Lo innaffio con le mie lacrime nella terra sporca.

La mia faccia tra le mani piene di terra, piango,
Sotto una pioggia di piume a poco a poco muoio.

Sotto l'alluvione fredda, seduto nelle pozzanghere,
Il mio cuore caldo, affogato nella mia fiaschetta,

Ai piedi di questa quercia, comincio a bere brandy,
Metto radici e bevo fino alla morte.

Visioni oscure cadono come perle amare,
Filosofo sugli uomini come la merda.

La morte individuale non è il solo punto di vista. La campagna muore anche come luogo sociale. I Sale Freux piangono l'urbanizzazione, ma non solo. Piangono anche il prevalere della cultura urbana su quella rurale, usando l'allegoria di un suicidio collettivo. La campagna è mostrata come un paesaggio deserto, abbandonato dalla mano dell'uomo che la trasforma e la domina, accompagnando i cicli naturali. Tutto giace immobile e secco in dimore afflitte dal dolore, con figure di impiccati ad ogni albero e ad ogni trave di cascina:

La campagna si addormenta ed io esco
Una fattoria graffia l'oscurità dorata
Scoprendo dal campo le mille corde
Che si tendono verso il suo triste destino


La campagna si addormenta fino alla morte
Coltiva ancora i suoi corni funebri
Il fienile scricchiola e la corda sul corpo
Quest'anno l'orzo fuori irrancidirà

La campagna si addormenta di lacrime implora
Alla vista del corpo appeso alla corda
Corvo cattivo prendo il volo
Dalla stalla dove passo non esce nulla


La campagna si addormenta su tutti i corpi
Morti di poderi con perduti buchi si contorcono
Assalto di cornacchie becchi che beccano
Meno del cittadino che divora


La campagna risveglia un buco nel cuore
Donne che vegliano su tutti i loro morti
Si siedono a tavola e sparecchiano
Alzano i bicchieri dicendo ti adoro


Le donne si rialzano e sfidano ancora
il disincanto della morte
Cantano ancora e cullano i loro corpi
col dondolio contorto delle corde


L'unica speranza, forse, nella visione dei Sale Freux, è l'elemento femminile. Se l'uomo, il maschio, simboleggiato dal corvo, è destinato a contrapporsi e morire in solitudine, dopo aver lottato o difeso, la donna probabilmente è il seme che non muore. La donna culla i morti, e rimane come punto di ripartenza per ripopolare la campagna. In una misteriosa partenogenesi, la componente femminile è il la terra che genera il seme, anziché il contrario. Quando il seme muore, la terra compie un miracolo apparente nel generare da sé, e a sé, la componente con cui poi fecondare di nuovo la vita.

Allargando il discorso, si può anche dire che il corvo è, in fondo, la parte maschile, sola, disperata, in cerca di una missione che lo porti a sganciarsi, col rischio di illudersi di un confine più grande da raggiungere, ma in fondo legato all'unicità della sua terra dove può piantare il becco e recuperare se stesso (il bere il nero dello stagno). La terra, nelle sue mille forme, è la parte femminile, che lo accoglie, lo rispecchia sempre dal basso, e lo ospita quando deve morire, o rigenerarsi. Ecco il mistero delle figure femminili che improvvisamente sembrano spuntare dal niente, o esserci sempre state...proprio come la terra.

Il limite naturale della campagna, con una soluzione di continuità traumatica, è il mare, quello degli scogli, con cui la terra si interrompe e sprofonda. Così come il fiume è organico alla campagna, il mare invece gli è alieno. In “Vindilis” (2017) è descritto con la sacralità di un varco verso l’ignoto, di un sigillo che va onorato ma non passato. Il mare è il simbolo del viaggio, del distacco dalla propria terra in cerca di fortuna.

La terra si definisce su vari piani. Uno di questi è quello orizzontale, che si compone di un centro e di confini. Si pensi a quanta importanza hanno, nel mondo rurale che forse pensiamo come un'allegra comunità in cui tutti condividono i doni della natura, i confini dei terreni. Segnati o meno da staccionate, masserie, mura o fossati, la questione del terreno è delicata. Faide rurali per decenni si perpetuano per la violazioni di confini (e implicitamente della ricchezza che da questi deriva). La terra ha quindi a maggior ragione un confine esterno: essa finisce non soltanto al suo interno, dove il paesaggio materiale, ma anche morale, è sostituito da quello urbano. E finisce al suo esterno, con le terre straniere, e più in generale con il concetto di “mondo”. Il rurale e il mondano si oppongono: il rurale è centrato, ancorato alla sua terra, e se si trova da essa lontano ha dolore del nostos (dell'essere spostato), la nostalgia. Il mondano ama la lontananza fino a rinnegare e negare il confine come elemento fondante, a basare la propria attività e sussistenza su un sistema che non si basa sul centro e sui confini rispetto a se stesso. Il rurale invece è geometricamente legato alla terra, egli vive e opera a partire dagli elementi della sua terra, anche quando ne è lontano.

In “Nostaglia” si racconta ad esempio una storia che fonde terra, identità e amore:


Stavo morendo dalla voglia di morire tra le tue braccia,
Non avendo più patria, la mia patria eri tu.
Ho avuto un mal di cuore ai confini dei pericoli,
Tra due paesi che diserto in disprezzo di me stesso.

Ho la malattia reale dei vecchi rapaci che danno il massimo.
Per girare sopra di te come se fossi lì.
Sei rimasto lì in modo che si riposasse sul tuo braccio.
Del suo furto dell'anima ma del folle amore per te.

Sono stufo delle acque sorgive del mare occidentale,
Il male profano delle acque morte internazionali.
Il dolore dei costumi che spesso mi tiene lontano da te,
Demone di tutto il paese: sarai la mia unica battaglia.

Ho nostalgia di casa: la terra di nessuno è fatta della tua aura,
Perfetto per me, il mio unico paese sei tu.
Ho nostalgia di casa: la terra di nessuno della tua aura,
Perfetto per me, il mio paese sei tu.

La terra di nessuno rende la tua aura perfetta per me,
Il mio paese sei tu.
La terra di nessuno rende la tua aura perfetta per me,
Il mio paese sarai tu.

Terra di nessuno con la tua aura perfetta per me,
La mia terapia eri tu, Natasha.

La distanza è sia geografica che cronologica. La nostalgia è sia quella della propria terra “al di là del mare”, o meglio dell'oceano, sia quella della propria terra indietro nel tempo. La verità è ferma nel passato, cristallizzata. In realtà, si potrebbe dire, più che passata, che è appunto ferma, cioè esiste in una dimensione ipostatizzata in cui nessuno può alterarla, può svolgerla. Idealmente, in un passato mitico, in un'epoca d'oro:


Una smorfia sul viso, vago nella sporca Francia
Da solo brindo e gattono per la campagna medievale
Incido la mia solitudine con lo champagne
Grandi colpi di fiaschetti che mi cadono addosso su questa fredda pietra.


Postumi di una sbornia ispiratrice
Corvo sporco cospiratore
Per percepire solo il mio cattivo gusto
Della poesia fognaria d'avanguardia


La mia mente gettata in fondo a un pozzo
Su questi campi ristagna la malinconia
Bevo le mie lacrime che mi ispirano
Scrivere male pagine che vanno sempre peggio

E il mio corvo gracchia più forte
Assenzio, allucinazione spirituale
Bevo sorsi di fiele dal loro becco
E il mio corvo gracchia sempre più forte
Migliaia di corvi allucinati
Contro questa maledetta umanità


Da uno stato di fine Settecento mi fermo
Nella mia testa volano bestie oscure
Fuggo dalla mia prigione incolore
E poi cogliere l'occasione per scrivere del dolore
Confortato dall'aura dei ratti della peste
Rimangono solo la mia foglia e la mia piuma
O quattordicesimo, bellissimi inchiostri che sprechi
Abbandono questo scrivere, mi alzo e scappo...


Il mio mal di testa compone questo punteggio
Note morte, avanguardia superata
Nobili pensieri di uno scrittore amorevole
Che beve vino acido
Ubriacarsi con sporche vagine medievali
Da un ventunesimo secolo in fuga...


Se il corvo di Poe, quello che ripeteva ebete “Nevermore”, cioè una specie di messaggio di perdita irreparabile della vita, i Sale Freux cantano l'impossibilità di onorare l'identità, la verità e la continuità. La vita, la storia, sono una condanna. Portano lontano, strappano dalle radici, e sono i tuoi stessi simili che ti costringono a sradicarti, a vagare, addirittura usurpandoti il diritto a definirti il vero portavoce e alfiere della tua terra. Così come un esiliato politico può essere un cantore perfetto della propria patria, così il corvo è l'abitante senza casa ma intriso degli umori della sua terra, più di chiunque altro.

La campagna prende, in alcuni passaggi, l'aspetto di una terra maledetta. Addirittura le malattie storiche come la peste sono evocate come fossero un elemento perduto della natura, e glorificate in quanto punizione finale del mondo che cerca di arrivare a confini inesistenti. La ubris di voler andare altrove produrrà l'avvelenamento della propria terra. A parte la folle suggestione, si introduce in questo caso un altra visione della ruralità, e cioè quel mondo che ci garantisce da una parte la nostra identità per la vicinanza alla terra, alla radice, al frutto. Dall'altra ci espone al malsano, sempre in agguato accanto alla vita, come i funghi velenosi in mezzo a quelli commestibili.

Concludiamo, per far da ponte con il tema della magia e della superstizione rurale, con questo spunto sempre dei Sale Freux. Qui l'anima della campagna è una strega “malinconica”: elemento femminile che può dominare la morte e gestire la maledizione, e che si destreggia quindi con tutti gli elementi malsani e velenosi. Fino a quell'ermetico “scolpisci il volo nella pietra”, che sembra il destino del corvo. 

Destino di morte ma anche di emblematicità:

Strega ripugnante, sadica rugosa,
Sporcizia ripugnante, impura dalla nascita,
Striscia attraverso boschi infestati dalle vedove nere,
Velenosi nascondigli in cavità segrete.
Melma di rospo, sangue malato,
Veleno di vipera, pelo unto di ratto,
Miscela con piume di corvo morto e legno.
Magia nera contro l'umanità,
Spazza via gli spettri delle ali morte.
Strega malinconica,
Scolpisci il volo nella pietra.

A cura del Dottore

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