9 giu 2015

MESHUGGAH: A LEZIONE DI MATEMATICA CON I PALADINI DEL METAL AUTOREFERENZIALE




I MIGLIORI DIECI ALBUM DEL “NUOVO” METAL

9° CLASSIFICATO: “CATCH THIRTYTHREE”

Dal caos all’ordine, dalle trentadue schegge sonore di “Sadness Will Prevail” dei Today is the Day, all’unica rigorosa traccia che dà il titolo a “Catch Thirtythree”, picco sperimentale degli svedesi Meshuggah: così continua il nostro viaggio attraverso i più significativi album del “NuovoMetal”, che in verità nemmeno noi sappiamo cosa sia esattamente.

Punto primo: i Meshuggah, alla fine della fiera, sono l’Ultima delle band thrash metal, una razza in estinzione. Come si è accennato (e vedremo meglio in seguito) il metal del terzo millennio sarà caratterizzato da un’espansione del suono in direzione psycho-emo-spirituale (altra nostra nefandezza lessicale) che è agli antipodi di un genere quale è il thrash, che è un genere pragmatico e calcolatore (laddove ovviamente vi sia un approccio tecnico), che ha intenti guerrafondai e che è fatto di riff chirurgici e cambi di tempo che generalmente hanno la sola funzione di spaccare il collo. Già dagli anni novanta, il thrash ha iniziato a boccheggiare, principalmente per colpa dei suoi padri fondatori, Metallica e Megadeth in primis, che decisero di “rinnegare la causa” e virare verso nuovi lidi (via, diciamolo: hanno iniziato a fare schifo al cazzo!, finendo per sputtanare il genere intero). Agli albori degli anni novanta, una bella botta di vita, il thrash, la ricevette dai Pantera, che rivitalizzarono il genere all’insegna di un sound fresco e dal groove pompante, che aprirà le porte al nu-metal (che, paradossalmente, negli anni a venire diverrà un’ulteriore minaccia tesa a seppellire il thrash vecchia scuola). A tenerlo in vita ci provarono i Nevermore, con il loro taglio epic/power metal, che ben di sposava con gli umori del momento (siamo già nella seconda metà degli anni novanta), ma si trattava di scosse elettriche volte a destare un corpo in fin di vita riverso su un tavolo operatorio. Fu poi la volta delle tristi reunion, con la riapparizione magica ed inaspettata di vecchie cariatidi di cui nessuno sentiva la mancanza come Destruction, Exodus e Death Angel: ma a parte l’esaltazione di un attimo (principalmente da parte di qualche inguaribile nostalgico), il filone si dimostrò pressoché privo di linfa vitale, dimostrando una vivacità ai limiti del coma irreversibile. 

Senza ambizioni di rilancio del genere, in sottofondo iniziavano a macinare consensi i Meshuggah, giovani talentuosi dalla “ridente” cittadina di Umea, Svezia. Acquisirono una certa visibilità grazie al loro secondo album “Destroy Erase Improve” (del 1995), che tuttavia era ancora riconducibile al calderone post-panteriano: i Meshuggah, all’epoca, non erano altro che la versione più tecnica, estrema ed intelligente dei quattro texani. Fu con i due album successivi “Chaosphere” (1998) e “Nothing” (2002), che i Nostri si guadagnarono la loro fetta nella Storia del Metal Moderno, riuscendo da un lato ad estremizzare il loro sound (ai limiti del death), dall'altro a conferirirgli una complessità che lo ha avvicinato a lidi progressivi. Le loro partiture si facevano sempre più intricate, labirintiche, imprevedibili: i musicisti riuscivano a governare tale complessità grazie ad una tecnica esecutiva decisamente sopra la media ed un rigore concettuale che li rendeva diversi rispetto a tutti gli altri. Ad oggi i Meshuggah sono divenuti, in campo estremo, i capofila di un genere (il djent, fra l’altro considerato un sotto-genere del progressive metal) di cui sono anche gli unici rappresentanti credibili in campo estremo. Un genere su misura per dei geni della musica pesante che inventano qualcosa di diverso (che quindi merita una definizione), ma che nessun altro è capace di ripetere. Sebbene non sia ancora emerso chi sia in grado di raccogliere il testimone, i Meshuggah  diverranno un’influenza fondamentale per il metal del terzo millennio, incuneandosi a piccole dosi nel DNA delle nuove leve. Ma solo a piccole dosi, perché per chiunque, riprodurre quello che loro fanno nell’arco di un album intero, non è solo impossibile, ma anche inutile.

Se il Meshuggah-sound viene modellato nel corso dei tre album sopra elencati, in “Catch Thirtythree” (del 2005) esso è già qualcosa di maturo: un monolito autoreferenziale, un’operazione chirurgica in cui l’edificio meshugghiano viene smontato e rimontato, mattone per mattone, in nuove astruse combinazioni. In altre parole, in questa release (che si pone come un esperimento anomalo, un episodio da considerare a parte rispetto al resto della discografia) ci consegna dei Meshuggah al cubo, ciechi verso l’esterno e totalmente ripiegati dentro se stessi, ancora più convinti nel perseguire i loro autistici intenti. La lucidità creativa dei Nostri travalica così definitivamente l’ultimo ostacolo, il formato canzone, per abbracciare l’idea di una suite unica di quasi cinquanta minuti (idea già accarezzata ed abbozzata l’anno precedente con l’EPI”, che si componeva di un solo brano di ventuno minuti).

Il metal, in verità, ha sempre covato questa “strana” presunzione di voler rilasciare prima o poi un “album-brano”: ambizione che, a ben vedere, non avevano nemmeno i mostri sacri del rock progressivo, che, quanto a spocchia, di certo non difettavano (l'unico esempio, infatti, che mi viene in mente, nella vasta compagine delle band progressive degli anni settanta, è "A Passion Play" dei Jethro Tull, che fra l'altro non erano nemmeno un gruppo progressivo tout court). “A Pleasant Shade of Gray” dei Fates Warning (per quanto riguarda il prog-metal) e “Crimson” ("canzone" death metal di quaranta minuti!) degli Edge of Sanity (per quanto riguarda il fronte estremo) sono i casi più noti. I Meshuggah, gruppo straordinario per eccellenza, vorranno con “Cacht Thirtythree” intraprendere la medesima strada, ma ovviamente lo faranno a modo loro.

Gli svedesi, tanto per cominciare (e contrariamente ai loro colleghi), partono da un presupposto concettuale e non dalla volontà di raccontare una storia. Essi edificano, come è loro abitudine, un labirinto di suoni che non ha altro che il compito di avvolgere con le sue spire l’incauto ascoltatore, stritolandolo e soffocandolo (carne e mente) in un circolo vizioso. L’album, del resto, s’ispira al “paradosso del comma 22” che ritroviamo nel romanzo di Josph Heller “Catch 22” (traducibile in “Tranello 22”, espressione che in inglese è comunemente utilizzata come sinonimo di “circolo vizioso”). Per la cronaca, questo paradosso descrive un contesto in cui vi è un’apparente possibilità di scelta,  quando invece, per motivi logici occulti, non è possibile alcuna scelta: vi è solo un’unica possibilità. Dire che l’album dei Meshuggah non è altro che la musicazione di questo concetto, sicuramente rende l’idea dei suoi contenuti.       

Ascoltatevi per esempio le prime sei tracce (ok, per rendere più agile la fruizione dell’album, l’opera è stata suddivisa in tredici parti, ognuna con un suo titolo, ma credetemi, è solo una formalità). Ascoltare la prima parte dell’album significa: veder cambiare il numero della traccia sul display del lettore-cd senza un motivo apparente. Vi ritroverete alla terza traccia senza nemmeno esservene accorti. Dalla quarta alla sesta si percepisce un cambiamento, i tempi rallentano, ma la tiritera è la stessa: riff ossessivi ripetuti con micidiale maniacalità, chitarre di otto corde accordate a semitoni bassi che si sovrappongono a sinistri pattern di chitarra solista, lo screaming stordente di Jens Kidman.  E soprattutto il drumming sincopato di Tomas Haake, virtuoso delle pelli, ma che, in questa circostanza (badate bene), decide di affidarsi al software Drumkit from Hell (che lui stesso ha contribuito a sviluppare). I suoni però sono reali, di una batteria vera intendo, anche perché il programma utilizza i suoni campionati della batteria che Haake stesso ha generato suonando il suo strumento.

Ricapitoliamo un attimo: un brano lungo quasi cinquanta minuti che si presta alle nostre orecchie come un susseguirsi di riff che si sviluppano in maniera tentacolare al di fuori del formato canzone. Certo, questo “Nuovo Metal” non si capisce ancora cosa sia con precisione, ma di certo la distanza fra la proposta dei Meshuggah e il vecchio metal è abissale. Vien da sorridere al pensiero dei “canoni classici” dettati da un “Master of Puppets”, l’ideal-tipo dell’album thrash degli anni ottanta: scaletta asciutta di otto brani, l’immancabile opener d’impatto con immancabile introduzione melodica (in quel caso: un arpeggio), la title-track rigorosamente posta in seconda posizione (spesso un brano lungo che introduce un approccio più complesso), la ballata a metà dell’album per permettere di riprendere il fiato e la strumentale lunga e tortuosa posta quasi alla fine del tutto. Ma non solo: anche la classica line-up del thrash a quattro, dove è chiarissimo chi-fa-cosa, viene stravolta dalla formazione melliflua dei Meshuggah, che per l’occasione (non si capisce perché) da cinque si fanno in quattro; chitarre e bassi vengono spartiti indiscriminatamente fra Fredrik Thordendal, Marten Hangstrom e lo stesso cantante Kidman (che non impugnava la chitarra dal 1992 e che per la prima volta prende in mano un basso!). Dulcis in fundo: un batterista dottissimo (che fra le altre cose è maestro di jazz), che non solo è il paroliere ufficiale della band (grande mente, il Tomas), ma che decide di farsi sostituire da una drum-machine. E perché poi? Pare per mancanza di tempo, e per l’idea di non voler spendere troppi soldi nell’affitto dello studio di registrazione.  Roba da pazzi.

Fatto sta che all’altezza della sesta traccia esci di cervello, stai per impazzire, quando inaspettatamente, alla settima sezione (“Mind’s Mirror”) tutto si ferma, e dal caos, nel quasi-silenzio di cupi rintocchi di chitarra effettata, si materializza una voce narrante deformata dal vocoder (altro colpo di genio del batterista Haake). Ed è in quel momento che t’inginocchi piangendo di felicità, tanto che abbracci lo stereo nell’impeto di voler baciare quella voce vocoderizzata che è balsamo dolcissimo per le tue orecchie doloranti. Si apre dunque una fase sperimentale dell’album: seguirà una considerevole pausa, a base di ipnotici arpeggi, che mai si sono protratti così a lungo in un album dei Meshuggah (ma non pensate che siano roba da scampagnata: nella loro ostentata reiterazione, alla fine non ne potrete più nemmeno di quelli!). Ma c’è tensione, c’è attesa, ci sono speranze: è la volta di altri due pezzi significativi, “In Death – is Life” e “In Death – is Death”, rispettivamente due e tredici minuti (!!!) di durata, a riconferma di come sia insensata la suddivisione in tracce in questo contesto. Fra nuove escursioni acustiche (di una staticità disarmante) ed implacabili riff thrashaggianti, diretti verso una complessità crescente, si giunge ad un finale che si tinge addirittura di contorni metafisici. La porzione conclusiva dell’album è infatti la rivisitazione dei temi sviscerati in principio, ma in un’ottica nuova, arricchita di impercettibili variazioni, o ritmiche, o melodiche, che, diciamolo, contestualmente allo spappolamento del cervello (o forse proprio in virtù di ciò) procurano all’ascoltatore sublimi visioni che pensavamo possibili solo grazie all’assunzione di droghe molto buone. E’ il necessario ed inevitabile punto di arrivo rappresentato dalla conclusiva, catartica, liberatoria “Sum”, esito inevitabile e vetta emotiva dell’album che ci ripaga delle proverbiali sette camicie sudate fino a quel momento. Beninteso: senza forzare il ferreo rigore matematico dell’opera nel suo complesso.

Abbiamo sperato fino in fondo nell’album eclettico dalle mille soluzioni, ma solo alla fine dell’ascolto capiremo (come del resto era insito nel significato soggiacente al titolo) che di soluzioni ve n’era solo una e che quell’esito era chiaro fin dall’inizio: non altro che spigoloso, coerente, cervellotico thrash metal con i controcazzi. E con un cuoricino progressivo...