21 giu 2015

NOVEMBRE: AVEVA GIÀ INVENTATO TUTTO CARMELO (parte prima...)


L'altro giorno ho comprato “Ótta” degli islandesi Sólstafir, che potremmo definire i Sigur Ros del black metal, e non solo per una questione di mera appartenenza geografica. Dediti inizialmente ad una sorta di ruvido viking, album dopo album, i Sólstafir si sono emancipati fino a rendersi interpreti di una suggestiva forma di post-metal etereo, glaciale, paesaggistico (innegabili le influenze mutuate della loro terra natia), ma al tempo stesso dinamico, coinvolgente ed a momenti ancora potente, sebbene del black metal originario rimanga ben poco.

Se artisti come i Sólstafir rappresentano oggi il fronte più avanzato del metal in direzione post-rock (se non addirittura dream-pop), allora c'è da essere orgogliosi del fatto che i nostrani Novembre queste cose le facessero già vent'anni fa!


Nati dalle ceneri dei Catacomb (death-metal band romana attiva agli inizi degli anni novanta), i Novembre dei fratelli Orlando (Carmelo alla voce ed alla chitarra, Giuseppe alla batteria) già al loro esordio sfoggiarono una originalità fuori dal comune, a partire dalla scelta del monicker in lingua italiana.

A’ Carme’, perché ‘un famo qualcosa de meno coatto?”

Wish Could Dream It Again” (del 1994) era ancora collocabile nei ranghi del metal estremo, anche se non era chiaro se si trattasse di black, death o doom. La maglietta di “Hvis Lyset Tar Oss” (con camicia a quadrettoni in stile grunge) indossata da Carmelo nelle foto del booklet interno era comunque un indizio eloquente sulle intenzioni del combo. Ma soffermiamoci un attimo su questo dettaglio: sbandierare nel 1994 l’ammirazione per Burzum era sintomatico di quanto i nostri fossero in anticipo con i tempi. Ricordiamo infatti che nel 1994 Burzum era ancora un nome di nicchia di un genere di nicchia, noto più per l'omicidio di Euronymous che per meriti artistici. Vikernes verrà infatti riabilitato circa un decennio più tardi dal movimento depressive: nel 1994 gli italiani si facevano ancora fotografare con magliette di Death e Morbid Angel.

Carmelo no, era già proiettato in avanti, sospeso fra i suoi due punti di riferimento, Burzum, appunto, e Fabrizio De Andrè. Cosa possono mai avere in comune il blackster norvegese e il cantautore genovese lo capiamo ascoltando i primi due album dei Novembre, incrocio fra cruda elettricità ed intima introspezione cantautoriale.

“Wish Could I Dream It Again” è una sorta di concept onirico che procedeva per immagini piuttosto che lungo il filo di una narrazione vera e propria. Come nello stato di dormiveglia, dove le sensazioni, le voci, le immagini si confondono, anche il primo full-lenght dei Novembre vive in una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo: un luogo “altro” in cui solo le emozioni più sincere prendono il sopravvento. Un impianto suggestivo che richiama l’immaginario mediterraneo (il flusso placido delle onde, l’atmosfera da spiagge assolate, “navi morte” incagliate nelle secche) e che rivendica orgogliosamente la cultura italiana (si veda la riproposizione di "Ed è subito sera" di Salvatore Quasimodo) e, più in generale, la propria italianità (con l'impiego di frasi in italiano, come il sussurrato “E’ come impazzire…in un mare dorato”), senza le ambizioni nazionaliste che spesso caratterizzano il black metal.

Se all'inizio degni anni novanta il metal ampliava i suoi orizzonti (erano gli anni del techno-death metal, del gothic-metal, del melodic death metal), era anche vero che le sperimentazioni più ardite dovevano comunque poggiare su una minima ortodossia metallica (ossia: tecnica e struttura). I Novembre, seppur non aderenti agli stilemi del black metal in senso stretto, lo erano nello spirito: per lo slancio introspettivo, per la malleabilità del medium stilistico ai fini dell’espressione di mondi interiori. Le composizioni avevano sviluppi imprevedibili, animate dal fantasioso e dinamico drumming di Giuseppe; le tastiere erano centellinate con parsimonia (eppure in formazione compariva un tastierista, il mitico Thomas Negrini, che dal look – capello a spazzola e maglione della nonna – capiamo come forse si trovasse quasi per caso in un gruppo metal), mentre il corpus sonoro dei brani si componeva di fraseggi elettroacustici da brividi, improvvise sfuriate (cosa rara in ambito gothic), pause riflessive dal sapore "balnerare" ed arpeggi elettrificati che tradivano una certa vocazione burzumiana. E poi il cantato appassionato di Carmelo, diviso fra un growl straziante e quella voce nasale che, stonata, un po' si perdeva nei passaggi spesso complessi delle composizioni. Tutto questo poteva all'epoca esser visto come un qualcosa di acerbo e poco professionale: vai ai pensare che vent’anni dopo avremmo salutato tutti questi difetti come un vero toccasana per un metal che rischiava la paralisi emotiva, incancrenito nei soliti cliché!

Non scherzo: se andiamo ad ascoltare capolavori come “The Mantle” ed "Ashes Against the Grain" degli americani Agalloch, per esempio, molte sono le caratteristiche che ci ricordano l'approccio dei Novembre. Quei Novembre che nei primi album sputarono sangue per tirare fuori il proprio estro ed imporsi in un mercato discografico sempre più competitivo. Per un periodo il miracolo (quello di un successo internazionale) sembrò a portata di mano, tanto che dal terzo album in poi sarebbero approdati alla Century Media. Fin dall’inizio invece (cosa inspiegabile) furono adottati dal leggendario Dan Swano, leader degli Edge of Sanity nonché produttore di grido all'epoca. Per intenderci: fra i “protetti” di Swano c’erano cavalli di razza come Katatonia ed Opeth, destinati a divenire gli astri più lucenti del metallo a venire. Sebbene entrambe le formazioni amassero inseguire le proprie intuizioni con una certa libertà e coraggio (i primi in direzione dark-gothic, i secondi verso lidi progressivi/settantiani), la loro musica conservava un rigore che al metallaro piaceva e che gli permetteva di perdonare molte “licenze poetiche”.

Probabilmente Swano, come per Katatonia e Opeth, c’aveva visto giusto con i Novembre, ma non aveva fatto i conti con la tamarraggine intrinseca dei fratelli Orlando, che, seppur poeti, talentuosi musicisti e ad un passo dal divenire star internazionali, conservavano una fiera romanità nel sangue. I Novembre avevano infatti degli spunti vincenti, ma non apparivano ancora maturi per fare il grande salto di qualità. Vuoi anche per la sciatteria e l’approssimazione che caratterizzava il loro approccio un po’ sconclusionato, il fatto è che i Nostri sapevano scrivere musica, sapevano suonarla, ma, non curando sufficientemente i dettagli in sede di arrangiamento o di concepimento dei brani, alla fine, nella resa finale dei loro album, qualcosa finiva sempre per non tornare: o una dissonanza, o un stecca di troppo. Carmelo, del resto, poteva anche farsi un corso di dizione/pronuncia inglese.

A Beppe, me so rotto li cojoni di sto death, mo’ famo i numeri uno”

1996: “Arte Novecento”. Si cambia musica: via il growl, via gli ultimi scampoli death per abbandonarsi all’espressione incondizionata di emozioni intime e personali. L’album perde molti punti di contatto con il metal estremo per dirigersi verso traguardi che oggi spiegheremmo in termini di post-rock. Carmelo sviluppa ulteriormente il suo stile chitarristico, continuando a rielaborare la materia burzumiana in un'ottica personale ed al tempo stesso strizzando l'occhio sia alla dark-wave che al folk mediterraneo. Lo supporta abilmente il fratello Giuseppe, sempre più intricato e micidiale in quei suoi tipici contro-tempi al cardiopalma che sono da lacrime quando si innestano sui saliscendi emotivi architettati dal fratello. Ma a colpire è la sinergia fra i due, autori di una musica fresca, imprevedibile, ricca di spunti, in certi momenti persino progressiva: specchio multiforme in cui si riversano le liriche malinconiche di Carmelo. La sua imperfetta voce pulita, lungi da costituire un limite, si fa contrappunto ideale per la musica indefinibile dei Novembre: più variegati dei monolitici Katatonia (era uscito qualche mese prima “Brave Murder Day”, il capolavoro della loro fase doom-black), meno violenti dei pur progressivi Opeth (che sempre in quell’anno davano alle stampe l’ottimo “Morningrise”), i romani erano già avanti anni luce, propositori di una formula che solo molti anni dopo sarebbe stata sviluppata da altri e compresa dal popolo metallico. Un esempio su tutti, “Will”: ballata acustica di evidente derivazione deandreiana nella prima metà; feroce assalto black metal (da brividi) nella seconda.

Il metallaro non era ancora pronto per le stecche di Carmelo, per gli arrangiamenti pasticciati, per una scrittura dispersiva che faceva a meno di ritornelli o del canonico formato-canzone, ma che assecondava solo la libera espressione di emozioni. Ci sarebbe voluto il ciclone Neurosis per sgrassar via dalla superficie patinata del metallo quel pragmatismo che ancora lo ingessava e lo teneva al guinzaglio; ci sarebbero volute tutte le iniezioni di post-rock, di shoegaze, di folk, di cantautorato, di ambient per far capire al metallaro che il suo genere preferito poteva avere anche un altro volto, più disorganico, impreciso, sbavato, se-mi-passate-il-termine espressionista. Descrizione incandescente di emozioni. E Carmelo, il giovane Carmelo con addosso la maglietta di Burzum e De Andrè nel cuore, l’aveva capito prima di tutti…