10 apr 2018

JUDAS PRIEST - "FIREPOWER": LA FIAMMA MALINCONICA DEGLI ETERNI DIFENSORI


Al Pacino in Seduzione pericolosa ("Sea of love" - 1989) interpreta un poliziotto che cerca la fidanzata tramite un giornale di annunci. In realtà si è infiltrato nell'ambiente per incastrare un serial killer, ma poi gli prende la mano e trova davvero una interessante (Ellen Barkin). Lei si offende perché lui non le ha detto subito che fa lo sbirro. Naturale - sbotta lui - perché quando dico che faccio lo sbirro la gente ti fa subito il vuoto intorno...e invece quando vi toccano le vostre macchine, i vostri gioielli, quando vi scippano, vi rapinano, allora divento “il paparino” di tutti!

Il destino dei gruppi di metal classico è triste. Come quello del poliziotto. Tutti pronti a puntare il dito quando mancano il bersaglio, quando arrivano a rapina finita, ma poi li vai a ricercare perché facciano le ronde.

Voi avete chiesto più sicurezza nel quartiere? E i Judas rispondono con "Firepower". Perché bisogna recuperare il controllo del territorio. Fino a ieri in quanti li avrebbero citati tra i loro gruppi preferiti? Non quelli storici, non quelli “da citare” scolasticamente, quelli che vi sentite di vantare come vostri fiori all'occhiello. Forse vi vergognate di avere chi vi difende. Eppure di questo c'è sempre stato bisogno, per i metallari. Di uno scudo.

Essere alfieri del metal classico è sempre stato, fin da subito, essere “difensori”, tutori dell'ordine. Non chiedetemi perché, ma già prima che si intravedessero all'orizzonte generi così dissimili dalla matrice originaria, i Priest se ne uscivano con un titolo programmatico come “Defenders of the faith”. Il metal nasce con quel sentimento patibolare di chi si sente già sotto attacco prima di aver cominciato a esprimersi. Forse perché si è scoperto qualcosa di sacro, e quindi se ne intuisce anche la fragilità. Forse perché la paranoia porta a pensare che qualunque cosa sia bella sarà sabotata e distrutta alla prima occasione. Forse perché il ricordo di ciò che si ama sia protetto per sempre, contro gli strati che lo potrebbero nel tempo ricoprire.

La funzione del metal classico è delicata. Non deve girare intorno al problema, ammiccare, prenderla alla larga. Deve ripetere il miracolo, come lo scioglimento del sangue di San Gennaro. E non tutti gli anni si ripete. Ma il significato del miracolo rimane intatto, ed è che quando chiedi aiuto, devi sapere che Dio c'è. Non gli devi chiedere nulla, non gli devi dare nulla. Devi sapere che c'è. Averne la prova tangibile, pagana.

Nella religione forse tutto questo non ha senso, è contraddittorio anche. Ma nel metal invece sì. Ecco perché i Judas, quando entrano in gioco, vanno subito al sodo. Ti mettono in imbarazzo: parte la prima canzone e dopo un minuto scarso siamo già in pieno metal, senza esitazioni né gradualità. Lo stesso imbarazzo di quando una si spoglia così, su due piedi, per arrivare subito al dunque. Lì anche i grandi seduttori si potrebbero bloccare, serve gente di polso, che va dritta al cuore del problema, che sa dove mettere le mani, e non ha tempo da perdere.

E' uscito "Firepower". Adesso possiamo dormire un sonno più tranquillo, il metal è sempre se stesso. La sorgente butta sempre acqua, il vulcano se vuole può eruttare. C'è ancora petrolio nei pozzi, e il sole sorge ogni mattina. Ma non è uno scherzo aver realizzato "Firepower".

Eppure non gli si tributerà quanto dovuto. Anzi peggio, si nasconderanno dietro lodi apparenti i giudizi di monotonia e mancanza di idee, e dietro l'omaggio alla carriera il sospetto di un riconoscimento ormai poco meritato. Anche peggio forse. Essere strenui difensori richiede una rinuncia ad una posizione di gran carriera, perché bisogna rimanere vicino alla strada, alla polvere. I generali non sanno più sparare. Bisogna rimanere sergenti. Come un altro poliziotto, che l'alter-ego di Rob Halford: TJ Hooker. Dà le dimissioni da capitano e ritorna a fare il sergente, l'istruttore. Ritorna dalla dirigenza alla pattuglia.

E così fecero i Judas con "Painkiller", all'epoca. Senza che nessuno glielo chiedesse, se non il metal in sé, tornarono come un angelo vendicatore a dividere i giusti dai traditori. Moralizzatori sì, ma dal basso. Con la commozione, forse non la rabbia come dice Ozzy, di chi canta un sentimento che gli preme raccontare. Forse perché teme che non lo si racconti mai troppo appieno, forse perché teme di non trovarlo più, forse perché vorrebbe regalarlo agli altri e soffocarci i nemici.

La ragione per cui oggi scriviamo volentieri di metal è che il metal esiste. E il metal esiste perché qualcuno lo ha suonato non per sé, o per noi, ma lo ha suonato per gli Dei. In altre parole, ha voluto rappresentare una realtà emotiva, una spinta, un bisogno intenso con l'ansia di chi deve testimoniare qualcosa. Per sintetizzare con due titoli, i Judas sono coloro che infrangono la Legge ma difendono la Fede. I Metal Gods non sono loro, come erroneamente vengono indicati, ma il Pantheon del metal a cui dedicano i loro dischi.

La sensazione che trasmette il disco potrebbe essere riassunta da ciò che dicono i Manowar a proposito del “metal suonato per gli Dei”, e cioè “Gli dei crearono il Metal, e videro che era cosa buona; ci dissero di suonarlo più forte che mai, e noi lo promettemmo; quando i perdenti dicono che è finito ormai, voi sapete che è una bugia: perché gli Dei hanno creato il metal, e perciò non morirà mai”.

I testi dei Judas sono come le morali che faceva TJ Hooker alla fine degli episodi, dove dimostrava come il cattivo avrebbe meritato di peggio, e i buoni di meglio. Giusto e allo stesso tempo livoroso. Corretto ma incazzato. Fiero e rancoroso. E poi, magari, rimorchiava anche una. I Judas non parlano di eroi, come i Manowar ("Never the heroes"), ma di soldati. Parlano, in questo disco, di luce e fiamme, della vita come combattimento. Nel disco precedente c'era un'atmosfera più mistica, forse coda dell'ancora precedente "Nostradamus". Ma così il soldato, come il mistico, per i Judas è una figura che si fa largo nella vita con lame e lanciafiamme in una sorta di guerra spirituale preventiva, prima di essere schiacciato, bruciato, gelato. Come se vivere fosse una trasgressione, come se per gioire bisognasse comunque soffrire, come se per vivere in pace bisognasse prima lottare tutta la vita.

Quando la voce di Halford stride, potrebbe esplodere come implodere. Graffiare come sciogliersi in lacrime. Copre tutta la gamma di emozioni viscerali. Tutto il Pantheon emotivo degli Dei del Metal a cui è dedicato.

A cura del Dottore