27 set 2018

DIECI ALBUM PER CAPIRE IL POST-INDUSTRIAL: BRIGHTER DEATH NOW, "INNERWAR"



Settima puntata: Brighter Death Now 

Almeno un paio di puntate della nostra rassegna devono essere doverosamente dedicate agli artisti della leggendaria etichetta Cold Meat Industry

Deutsch Nepal, Raison d'Etre, Atrium Carceri, Arcana, Coph Nia, MZ.412, Nordvargr, Folkstorm, All My Fate Lost, In Slaughter Natives, Mortiis, Ordo Rosarius Equilibrio, Rome, Desiderii Marginis, Ataraxia sono solo alcuni dei nomi che la CMI ha supportato dal 1987 al 2014, anno della sua definitiva chiusura. Fra dark-ambient, power electronics e neo-folk la storica etichetta svedese ha svolto un ruolo di primario rilievo nella promozione di quelle sonorità che potremmo definire, in senso generico, post-industriali. Al centro di questa mirabile impresa troviamo l'infaticabile Roger Karmanik, fondatore stesso dell’etichetta: uno che dell'industrial, più che una ragione di vita, ne ha fatto una vera e propria missione. Produzione, distribuzione e diffusione del Verbo, quindi, ma anche esposizione in prima linea con il suo progetto personale Brighter Death Now: terrorismo sonoro senza compromessi che meriterà l'appellativo di death-industrial

Fondati nel 1989, i Brighter Death Now salgono alla ribalta per la memorabile trilogia “Great Death”. Fra i capisaldi della loro discografia, vanno sicuramente citati anche “The Slaughterhouse” (1993) ed “Innerwar”, del 1996, di cui avremmo il piacere di parlarvi oggi. 

Continuamente sull'orlo degli impervi territori della non-musica, l'assalto all'arma bianca dei Brighter Death Now procede in maniera ragionata perché il suo fautore, in quanto produttore e talent scout, ben conosce i meccanismi che animano il modus operandi e le modalità espressive della industrial-music. Suoni ben equalizzati ed un lavoro di produzione estremamente professionale rendono “Innerwar” distante dagli informi impasti sonori che vengono spesso serviti in ambito noise e power electronics. Detto questo, è saggio ricordare che questa non è certo musica per signorine: si parla infatti il linguaggio dell’industrial nella sua forma più aberrante, di death-industrial per l'esattezza. 

Ma che diavolo s'intende per death-industrial? Intanto specifichiamo che la corrente power electronics (da citare, fra i luminari del genere, Whitehouse, Non, Genocide Organ, Merzbow) approda senza mezzi termini ai lidi del rumore, quello più brutale, per intenderci. E' atonale e priva di ritmo: in senso profano potremmo definire questa musica come un bombardamento di basse frequenze, feedback, suoni in loop, campionamenti, il tutto corredato da testi (...ehm) molto forti. Se questo filone rappresenta la sponda estrema dell’industrial, il death-industrial ne è l’ulteriore estremizzazione, muovendosi su frequenze ancora più basse, strabordando in torbidi scenari ambient, facendo copioso uso di vocalità distorte. Ascoltate, per farvi una idea, i mostruosi growl di “No Pain”, di “Little Baby”, della conclusiva “War”; scorrete l'abominevole galleria di foto raccolte nel booklet interno ritraente corpi trucidati e carbonizzati, "interiora umane" poste su letti bianchi di obitorio, perfino la struggente immagine di una baby prostituta che giace a gambe larghe su un fetido lettuccio, e capirete. 

Sadismo, violenza, prevaricazione fisica e psicologica, morte riproposta in tutte le salse e con una ossessività che ha del maniacale. Ma anche critica socio-politica e feroce sarcasmo, come accade in "American Tale" e "Happy Nation" (entrambi classici del repertorio del progetto svedese), cosa che peraltro avvicina i Brighter Death Now all'industrial classico. Del resto l'estetica del brutto non è parte fondante della musica industriale proprio quando essa intende attaccare la società e svelarne le brutture, in modo crudo, schietto, al di là di ogni ipocrisia e falsità?

L'apparato concettuale che sta alla base della proposta di Karmanik va di pari passo con quanto estrinsecato sul piano uditivo: un saliscendi moribondo di frequenze disturbate, fracassanti note di basso ultra-distorto, stridori, un ribollio di note processate/effettate che si accavallano senza minima considerazione per l'ascoltatore. L'elemento ritmico, mai presente sotto forma di canoniche percussioni, è comunque percepibile nella circolarità del clangore metallico, nella ripetizione di suoni più o meno codificati: un pulsare che può essere talvolta belligerante, talvolta funereo, debordante (praticamente impercettibile) nelle fasi più terremotanti, quasi solenne nei momenti più “distesi”. A “rischiarare” l'impervio cammino, troviamo solamente monologhi/dialoghi campionati e voci, pulite e sporche, che si ritagliano spazi vitali fra i solchi di questo morboso industrial della Morte

Nei Brighter Death Now, comprensibilmente, sono rinvenibili tracce degli artisti di punta della Cold Meat Industry, come se Karmanik avesse saputo imprimere la propria impronta sui lavori via via prodotti. Al tempo stesso, tuttavia, sembrerebbe egli stesso influenzato dai continui stimoli che il suo lavoro gli ha presentato quotidianamente. Nonostante questo aspetto (fisiologico se si pensa alla professione svolta dal Nostro), Brighter Death Now ha un suo perché: una fosca e perversa identità che in qualche modo riesce a riassumere le nefandezze prodotte dalla Cold Meat Industry, ma che sa anche dire qualcosa di diverso. 

Quel qualcosa è difficile definirlo: sarà forse la tensione persistente che questa musica porta con sé, sarà il terrore palpabile di una minaccia reale, esplicita, incombente. Laddove per act quali Current 93, Ain Soph, Raison D'Etre affrontare il tema della Morte ha significato avviarsi lungo sentieri esoterici,  metafisici, quello dei Brighter Death Now, in confronto, è un cinico dark-ambient da sala operatoria, preludio all'obitorio, dove la carne rimane carne: martoriata, maciullata, morta. I bip di macchinari ospedalieri che annunciano la fine imminente, l’eco lontana della voce del chirurgo che si confronta con il suo assistente, i movimenti freddi e precisi del coroner: “Innerwar” è una lucida collezione di atrocità sonore che va oltre quelli che sono gli stilemi della power electronics e che si ricollega a quell’universo post-industriale che è oggetto delle nostre dissertazioni. In altre parole: un piatto per stomaci forti. 

Benvenuti al Karmanik Kabaret! 

Discografia essenziale: 
"Great Death" (1990) 
"Great Death I-II" (1993) 
"The Slaughterhouse" (1993) 
"Great Death III" (1996) 
"Innerwar" (1996) 
"With Promises of Death" (2014)