29 set 2018

I 10 MIGLIORI LIVE-ALBUM DEL METAL: "ALIVE IN ATHENS" (ICED EARTH)


Capitolo 8: “ALIVE IN ATHENS” (1999) 

Parto da una considerazione. “Alive in Athens”, registrato in due serate nel gennaio del 1999, è il live-album che celebra la prima parte della carriera degli Iced Earth: celebra ed auto-celebra con ridondanza, visto che la band all'epoca aveva rilasciato solo cinque studio-album ed "Alive in Athens" è addirittura triplo! Dati alla mano: trentuno brani per un totale di tre ore di musica contro le quattro ore e dieci minuti dei quarantotto brani che costituivano l'intero repertorio rilasciato da Joe Schaffer e soci. Alla faccia della sintesi! 

Mi spiego meglio: un triplo album celebrativo non lo fanno nemmeno gli Iron Maiden oggi, con quaranta anni di storia alle spalle, una sequela infinita di classici e brani di durata considerevole sfornati soprattutto negli ultimi venti anni di carriera. Vale la stessa cosa per altri mostri sacri del metal come Black Sabbath, Judas Priest, Metallica: formazioni che per la quantità, la qualità e la storicità della propria produzione potrebbero permettersi di fare album quadrupli, rischiando peraltro di non risultare esaustivi. I tripli album li fanno i Dream Theater, che suonano progressive, sono logorroici e hanno firmato migliaia di tracce dalla durata chilometrica, ma gli Iced Earth perché avevano bisogno di registrare un triplo album non vantando una storia né così lunga né tanto meno leggendaria? 

In gioventù mi hanno sempre affascinato gli album lunghi (cosa che però è scemata nella vecchiaia) e in virtù di ciò ha sempre prodotto in me un certo magnetismo il fatto che “Alive in Athens” fosse un’operazione di proporzioni che non giustificavano affatto una reputazione da band di media popolarità: che gli Iced Earth avessero un qualcosa di speciale che non riuscivo a cogliere nelle prove da studio? 

Mi sono imbattuto spesso in questo live nel negozio di musica della mia città, ma il prodotto non godeva più di tanto della mia considerazione in quanto non ero un fan della band. Come sempre capita, mi iniziò a venir voglia di comprarlo quando sparì dalla circolazione. Ordinatolo via internet, non mi arrivò per qualche motivo imprecisato (forse fu temporaneamente fuori stock presso il rivenditore a cui mi ero rivolto) e da quel momento “Alive in Athens” entrò nella lista degli album “introvabili” che chiedevo tutte le volte che per la prima volta mettevo piede in un negozio di dischi. Certo, potevo/potrei comprarlo con due lire su Amazon, ma oramai mi ero affezionato all’idea di doverlo cercare per le vecchie vie di una volta: gli Iced Earth sarebbero stati fieri di me. 

Non troppo tempo fa, sul finire dell’estate del 2015, mi ritrovai nel mitico Mariposa di Milano. Mi ricordo che non lasciai la soglia del negozio senza aver alleggerito per bene il mio portafoglio, e ricordo anche che pure in quella circostanza ci “riprovai” con “Alive in Athens”. Il gestore, che conosceva l’album e ne possedeva una copia personale, incensandolo, mi disse però che il prodotto non era più in vendita in quanto, almeno la versione in CD, era difettosa e dunque ritirata dal mercato. Non mi strappai i capelli, anzi, in un certo senso mi toglievo un peso dalla coscienza. 

Destino volle, tuttavia, che qualche mese dopo mi imbattessi in un banchetto di dischi in una fiera vintage, in realtà incentrata più che altro su abiti, accessori ed oggettistica di vario tipo. Quello che all’apparenza sembrava il classico stand generalista si rivelò presto stracolmo di CD di sconosciute band black metal: ne fui così colpito che ne ho persino parlato in un altro post, ma questa è un’altra storia. Fatto sta che, con mio sommo stupore, mi ritrovai per la prima volta nella mia vita con tutti e tre i tomi di “Alive in Athens” in mano. Una sensazione strana, più negativa che positiva, in quanto sapevo che non li avrei comprati poiché da qualche parte in quelle tre ore di musica si nascondeva un difetto di riproduzione (il cd all’improvviso si sarebbe incantato?) e queste cose mi fanno tremendamente incazzare. Fatto curioso fu che il proprietario del banchetto, vedendomi assorto e meditabondo con quei CD in mano, mi rivolse la parola offrendomi un prezzo speciale in quanto, da quando gli erano capitati per le mani e li aveva messi in vendita, io ero la prima persona che mostrava un certo interesse per quei CD. 

Non se ne fece nulla e pure ebbi l’arroganza di dirgli stizzito che nessuno voleva quei CD perché erano difettosi. Del resto era uno di quei bui e tristi pomeriggi domenicali in cui ti fa fatica spendere anche solo 5€ per la discografia intera di qualche gruppo che hai sempre desiderato, ma che per qualche motivo hai sempre trascurato. Tornando a casa, tuttavia, sentii l’esigenza di controllare su internet le varie recensioni dell’opera, ma non trovai nessuna conferma in merito a questo fantomatico difetto di produzione. Che non sia vero? Oppure i cd non li acquista più nessuno e i recensori avevano ascoltato l’album online? 

Gennaio 2018: in redazione si discute su quali potrebbero essere i migliori dieci live-album del metal e io, pur non avendone mai ascoltato una nota, impongo l’inclusione di “Alive in Athens”: perché se il metal fatica spesso a confermare le proprie qualità sul palcoscenico, sono band come gli Iced Earth a difendere l’onore dell’intero genere, con set mastodontici, grinta, sudore e onesto gusto dell’esagerazione. Eccomi dunque, paradosso dei paradossi, a parlare di quest’album che fisicamente ho inseguito da una vita, sulla base di un deprecabile ascolto su YouTube. 

Ad essere precisi, mi sono guardato la versione DVD, la cui scaletta è leggermente diversa rispetto a quella del CD. Schaffer, entusiasta di quelle due serate ed ovviamente del triplo album, si ritrovò tuttavia a rinnegare la pubblicazione postuma del DVD, rilasciato senza permesso dalla Century Media. Ma non ti preoccupare Joe, oggi parleremo solo di musica, concordando con te che la qualità video del prodotto sia davvero scadente! 

Certo però, qualche dettaglio visivo ci aiuta ad inquadrare questo leggendario live. Il locale anzitutto: tutto sommato modesto, classico club in cui può suonare una band di media importanza. Secondariamente, il pubblico: tutti giovanissimi, per lo più brutti, al 100% di sesso rigorosamente maschile (e qui ci ritorna in mente la famosa tematica trattata nella rassegna Legno). Terzo, la band: sei musicisti (compreso il turnista Rick Risberg alle tastiere) assai statici, impegnati, impegnatissimi nell’esecuzione dei pezzi, ma poco propensi a varcare il perimetro del proprio metro quadrato di competenza. La scarna scenografia non conferisce spettacolarità alla performance e lo stesso Matthew Barlow, a cui certo non mancano carisma e physique du role, è costretto a muoversi in spazi limitatissimi. 

Passando alla musica, non troviamo in scaletta nessuna cover né chicca inedita. Di assoli, code strumentali e improvvisazione manco l’ombra; l’unica variazione sul tema è la citazione del riff iniziale di “The Trooper” alla fine di “Violate”. Insomma, questo live leggendario non sembrerebbe possedere niente di leggendario. 

Eppure, ad ascolto ultimato, sono ancora pienamente convinto che esso costituisca uno dei migliori live-album prodotti in ambito metal. E' la musica a parlare e di musica qui ce n’è in quantità e qualità. Impressionante, anzitutto, la fedeltà con cui vengono riproposti i pezzi: la potenza da un lato, l’accuratezza con cui vengono eseguiti dall’altro, fanno sì che essi suonino meglio delle versioni originali. E’ come se la maturità della band (e ai tempi di “Something Wicked This Way Comes” - l’album supportato dall’allora tour – la band toccava l’apice assoluto della propria carriera) si riversasse sul resto del repertorio. A svettare un titanico Barlow con una prestazione impeccabile, feroce ed al contempo pregna di pathos: una potenza vocale sorprendente che si trascina per tutti e trentuno pezzi, senza trucchi, senza un lieve cedimento. 

Potremmo osservare che l’album non sembra godere di un particolare climax, né di momenti particolarmente forti, in quanto la band dà il massimo in ogni pezzo, appiattendo però il tutto. Inoltre, questo si sa, nella scrittura degli Iced Earth non sono contemplati ritornelli anthemici da far cantare ripetutamente al pubblico. Barlow del resto, non fa quasi niente per aizzare gli spettatori, rivolgendo loro la parola assai sporadicamente. La ballata che avrebbe potuto far tirare il fiato e levare al cielo le mani con l’accendino acceso non esiste nel repertorio degli Iced Earth. Ed al massimo il pubblico sembra animarsi in concomitanza degli incipit acustici di certi brani, battendo le mani ed accennando ohohohoo da stadio. Persino una suite impegnativa come “Dante’s Inferno” (sedici minuti) viene buttata senza clamore nel calderone, eseguita in sesta posizione con la stessa intensità dei pezzi minori. E poi avanti a testa bassa. 

Eppure il treno guidato da Schaffer corre che è una bellezza, rifuggendo i cliché del live metal, pur essendo la band stessa un ricettacolo di cliché del metal: Metallica, Iron Maiden, Judas Priest, persino qualche spunto che ricorda gli ultimi Death. Bella storia! Ed alla fine se i CD li compravo era meglio, pazienza per quel presunto errore di fabbricazione. 

A proposito di difetti di fabbricazione: se fra chi ci legge c’è qualcuno che possiede il CD originale, è pregato di contattarci e svelarci la verità una volta per tutte!