8 feb 2019

UNA SETTIMANA IN COMPAGNIA DI DEVIN - Parte III


DIECI ALBUM (PIU' UNO) PER CAPIRE DEVIN TOWNSEND - Cap. III


Ed eccoci, col terzo post settimanale, agli ultimi tre gradini del nostro countdown della Rassegna su Devin Townsend.


3. GHOST (2011) – L’”AMBIENTALE”

Dopo due prove “di assestamento” come “Devlab” e “The Hummer”, Devin ci riprova con l’ambient e sforna una prova di mirabile dolcezza, precisione e ispirazione

Composto da melodie eteree, sognanti, spesso liquide, ma al contempo palpabili, fortemente reali e concrete “Ghost”, leggiadria di 72’ da ascoltare tutta d’un fiato, ci regala un Devin che, coadiuvato da suadenti donzelle (Kat Apple ai fiati e Katrina Natale alla voce), ci guida in un mondo bucolico in cui la Natura è assoluta protagonista. Attenzione però: non parliamo di kosmische music, di minimalismi, di drone, di oriental, ecc. Menchemeno di un disco che fa della song strumentale il suo veicolo prediletto (tanto che, su 12 tracce, di strumentali ne troviamo solo una, “Monsoon”). Qui ci sono canzoni vere e proprie, strutturate. Guide portanti delle composizioni sono infatti piano/tastiera e chitarra acustica che accompagnano un Devin che da il meglio di sè nell’utilizzo delle clean vocals (ma che belle che sono le sue clean vocals!). “Kawaii”, nei suoi tre minuti scarsi ne è un esempio mirabile, ma ogni brano, pur sfumando tutti l’uno dentro l’altro, riluce di un magnetismo personale. Flauti, mandolino, harmonium, banjo, synth si mescolano a suoni campionati mai invadenti che fanno da landscape (sommesso, fantasmagorico, eppur concreto) ai brani.

Il disco subisce una piccola flessione qualitativa nella seconda parte (niente di grave, per carità) per poi ritornare a livelli eccellenti con l’accoppiata finale “Infinite ocean” - “As you were”, dimostrando ancora una volta la superiorità del songwriting di Devin

Anche quando decide di muoversi su terreni non prettamente a lui consoni…

Voto: 8

2. Z² - SKY BLUE (2014) - IL “RISOLTO” (?)

Si, nel 2014 il cielo di Devin è diventato finalmente blu…

A sorpresa, HeavyDevy decide di far uscire, in un’unica release, quasi 2 ore di musica, splittandole in due full lenght completamente diversi. 

Sky Blue”, prima parte di questo “Z squared” (Z al quadrato) è, a sua volta, idealmente, diviso in due parti. Le prime otto tracce proseguono, affinandolo, il discorso stilistico del DT Project, con un prog metal/rock solare, melodico, di facile fruibilità (ma ovviamente mai banale o semplice). Il songwriting, al contrario, è ispiratissimo e ogni brano è una potenziale hit. Affianco ad alcune sonorità che rimandano piacevolmente a “Terria” (vedasi le ottime “Midnight sun” e “Warrior”), Devin inserisce nel sound innovative soluzioni danzereccie molto, molto coinvolgenti (l’accoppiata iniziale “Rejoice” – “Fallout” è esaltante in tal senso). L’elettronica, mai invadente, fa dimenare le chiappe a più riprese non solo nei brani più bombastici ma anche in quelli più metallici (vi sfido a star fermi ascoltando il groove marziale di “Silent militia”); mentre un brano pomp-metal come “Universal Flame” (trasmettetelo al mio funerale, vi prego!), esaltante a dir poco, sembra essere scritto appositamente per i live (ma io lo vedrei divinamente anche in un coro da stadio!). Ad aggiungere gloria alla gloria, la presenza costante di Anneke che, manco a dirlo, è diventata ormai una presenza imprescindibile negli album del DT Project.

Coralità, ariosità, utilizzo potente delle tastiere…tutto questo farebbe di “Sky blue” un disco un po’ ruffiano sì, ma colorato e godurioso per le orecchie. Farebbe, appunto…perché Devin, pur potendo deliziarci fino alla fine con lo stesso registro, ci riserva il piatto forte per la seconda metà del platter quando lascia sfogare la sua vena più intimista e “profonda”. Infatti i 25 minuti finali di “Rain city”, “Eternal”, “Before we die” e “The one who love” portano ad una meditazione raccolta, eterea, spirituale ed esaltante al tempo stesso. Ed è esattamente in questo che risiede l’importanza di SB: nel chiudere il cerchio di quel percorso che Devin aveva cominciato quasi 15 anni prima con “Terria”. La sua parte positiva, risolta, solare, piena di “speranzasembra aver ormai aver raggiunto piena consapevolezza e maturità. E quella copertina così suggestiva e “metafisica” fa da ideale contraltare a quella, meravigliosa, proprio di “Terria”, in cui ancora la dualità dell’anima di Devin era espressa con plastica sofferenza. 
Adesso il cielo, non privo di nubi, ma non gravide di pioggia, pare essere colmo di speranza per l’avvenire.

Ma noi che Devin lo conosciamo così bene, in quell’aggettivo blue (che può voler significare anche “triste”) riconosciamo qualcos’altro: quell’uggiosa inquietudine, quella malinconica sofferenza che è sempre presente nel sound del Nostro. Anche in SB.

Un ossimoro? Beh…niente di più coerente se lo fosse. Ricordiamoci che stiamo parlando di Devin Townsend, l’artista “bipolare” per antonomasia.

Da avere, senza “se” e senza “ma”.

Voto: 8

1. DECONSTRUCTION (2011) – IL “DIFFICILE”

Deludente, prolisso, senza capo né coda…sono state queste le mie sensazioni ai primi ascolti di “Deconstruction”. Album lungo (oltre 70’), apparentemente dispersivo, stilisticamente disomogeneo. Destrutturato, appunto. Insomma, un chaos. E a suscitare questo effetto contribuiva non poco l’opener “Praise the lowered”, canzone malsana, in cui una fastidiosa base trip-hop faceva da sfondo a un riffone mid-tempo su cui si innestava il cantato malato del Devin; e i successivi 10’ della camaleontica “Stand” di certo non fugava tali perplessità. 

E poi: due diversi batteristi, 9 guest singers (della più svariata natura), l’utilizzo di un campionatore ricreante musica orchestrale, il ritorno al concept, dopo l’esperienza ziltoidiana. Insomma, stavolta mi pareva davvero che il Nostro l’avesse fatta fuori dal vaso e non fosse riuscito a tenere assieme tutta l’abnorme mole di idee e mezzi utilizzati nella creazione del disco (con l’ulteriore difficoltà di essere uscito in contemporanea con il bellissimo “Ghost”, album, come detto poco sopra, al contrario decisamente coeso e a fuoco). 

Ma…

Ma sottovalutavo l'Arte del Devin Nazionale. Ascolto dopo ascolto, non posso che togliermi il cappello e rendere merito a un disco che è tra le cose meglio partorite dal Nostro. Per profondità, qualità del songwriting, numero di idee, capacità di sintesi tra stili. Thrash sparato a mille all’ora (“Juular”, “Pandemic”, “Poltergeist”), moderno extreme metal progressivo (“Planet of the apes”, “The mighty masturbator”), oscuri brani operistici (“Sumeria”), aperture melodiche da brividi, nu-math metal, il tutto filtrato dalla consueta sensibilità townsendiana, in cui ironia, estremismi sonori, impatto metal, suoni campionati di diversa natura (vomito compreso) e solari aperture melodiche sono parti inscindibili e continuamente in alternanza del sound globale.
Una canzone come la title track, ad esempio, nelle mani di qualsiasi altro artista, sarebbe risultata poco più che una bizzarria mal riuscita. In "Deconstruction" diventano 10’ di spiazzante caos sistematico dotato di senso.

Album enorme, avanguardistico persino rispetto alla sua stessa discografia. Ma un consiglio: se siete a secco di Devin-sound, per iniziare a conoscerlo, NON cominciate da questo disco! Ne andrebbe della vostra salute mentale!

Voto: 8,5

E siamo arrivati così alla fine della carrellata dei dieci album per capire Devin Townsend...o no?

Ora che ci penso avevamo scritto "più uno"...

A cura di Morningrise

(continua e finisce domenica...)