17 set 2019

1999-2019: L'ULTIMO VENTENNIO DEI MY DYING BRIDE


Nella carriera dei My Dying Bride esiste uno spartiacque: “34.788%...Complete”, anno 1997. Opinioni personali a parte, quello fu il culmine sperimentale della band, il lavoro dopo il quale si arrestò la ricerca stilistica della Sposa Morente. Complice la dipartita del chitarrista Calvin Robertshaw (a dire dei suoi colleghi l’anima sperimentatrice della band), i My Dying Bride avrebbero rivolto lo sguardo verso il loro passato, tornando a marciare fieramente lungo le coordinate dettate da capolavori come “Turn Loose the Swans” e “The Angel and the Dark River”. 

Stilisticamente circoscritti in un campo di azione assai limitato, ma dotati dell’innata classe e con più di un ricorso al mestiere, i Nostri proseguiranno il loro cammino più che dignitosamente con parti discografici mai al di sotto della decenza. Vediamo insieme come orientarsi in questo loro ultimo ventennio di travaglio artistico.

“The Light at the End of the World” (1999) 
Sopravvivono della formazione storica Aaron Stainthorpe (voce), Andrew Craighan (chitarra) ed Adrian Jackson (basso), coadiuvati dall’ex Anathema Shaun Taylor-Steels alla batteria. Le trame chitarristiche perdono forse in spessore, ma il solo Craighan se la cava più che egregiamente. Il violino, che era stato uno dei principali tratti distintivi per la band fin dalle sue origini, non c'è più, sostituito dalle avvolgenti tastiere dell'ospite Jonny Maudling. Per il resto si certifica un ritorno drastico alle sonorità di lavori come “As the Flower Withers” e “Turn Loose the Swans”, rimodellati alla luce dell’esperienza maturata ed inaspriti da vivide visioni apocalittiche (saranno stati gli umori di fine millennio?). A mettere in chiaro le cose è subito la cruenta openerShe is the Dark”, destinata a divenire classico del nuovo corso della band. In essa torna il growl che non si sentiva dal 1993: growl che in certi episodi si fa persino protagonista, come accade nella violentissima “The Fever Sea”, vicina al death metal come mai era successo in casa My Dying Bride. Ma se è vero che i Nostri non esiteranno ad abbracciare stilemi estremi (lambendo persino il black metal sinfonico), stiano tranquilli i fan del lato più romantico della band: la bellissima title-track è un gioiello gothic-metal che nei suoi dieci minuti di durata torna a farci commuovere con uno dei testi più belli mai scaturiti dalla penna di Stainthorpe. Operazione nostalgia o legittimo recupero di un’identità che rischiava di andare perduta? Al di là dei giudizi personali, il tomo convince nella sostanza e getta le basi per un radioso futuro.
Voto: 7.5

“The Dreadful Hours” (2001) 
Se il predecessore era stato l’album della svolta, “The Dreadful Hours” è quello della definitiva conferma: i My Dying Bride sono tornati per fare sul serio! Un sound potente ed aggressivo marca ancor più che in passato il contrasto fra parti doom-death metal e spettrali virate gotiche, il tutto condito dalle rullate infinite e dai destabilizzanti cambi di tempo di Taylor-Steels, oramai perfettamente a suo agio nelle fila dei My Dying Bride. Giova l’innesto in pianta stabile di un secondo chitarrista, Hamish Glencross, mentre le tastiere di Maudling (che figura ancora come contributore esterno) continuano a dare profondità alle intense melodie di chitarra. Più che altro comprendiamo come la componente estrema sia innegabilmente parte della visione artistica dei My Dying Bride e che sacrificarla, in fondo, sarebbe stato limitante. La “title-track”, “The Raven and the Rose” e “A Cruel Taste of Winter” sono sicuramente le perle di questa opera e non a caso presenzieranno spesso nelle scalette delle esibizioni dal vivo a venire. Ma tutti i brani, in verità, si muoveranno su livelli altissimi e non citare almeno la suggestiva “Le Figlie della Tempesta”, dal crescendo a dir poco epico, sarebbe davvero un delitto. 
Voto: 8 

“Songs of Darkness, Words of Light” (2004) 
Un altro centro, questo album, che certifica lo splendore della seconda giovinezza della band. La formazione si allarga nuovamente a sei membri ufficiali, con Sarah Stanton alle tastiere a conferire una rinnovata raffinatezza sonora che non sa rinunciare alle efferatezze del nuovo (vecchio) corso della band. La superba openerThe Wreckage of My Flesh”, scossa da fremiti tribali e riff ossessivi, segna una tacca di avvicinamento al post-metal dei Neurosis, che paradossalmente, nel medesimo periodo, si avvicinavano a certi languori tipici della Sposa Morente. Ma è il trittico di brani successivi a confermare lo stato di grazia della band, sospesa fra impostazione tradizionalista e soluzioni più moderne: “The Scarlet Garden” ammalia con i suoi continui cambi di ambientazione; “Catherine Blake” colpisce duro con ritmiche rocciose ed un titanico growl; “The Wine in Silence” è una ballata gotica che potrebbe essere additata come il brano più orecchiabile mai realizzato dai My Dying Bride. Una prima parte stellare seguita da una seconda semplicemente nella norma: capolavoro schivato di poco. 
Voto: 7.5

“A Line of Deathless Kings” (2006) 
Fra tutti gli album dei My Dying Bride, il presente è il più guitar-oriented, ovvero quello più asciutto e privo di orpelli. A spadroneggiare sono le chitarre ritmiche, animate da un groove che si fa a tratti "moderno", complice sicuramente il tocco preciso dell'ospite John Bennett, direttamente dai progster Prophecy. La pesantezza delle composizioni trova sfogo nei consueti innesti di riuscita melodia, come accade nell’intenso ritornello della traccia apertura “To Remain Tombless”, forse l'episodio migliore del lotto. Si difendono bene anche “L’Amour Détruit”, scorrevole nel suo procedere ed impreziosita da interessanti intarsi di basso, e “Thy Raven Wings”, perla gotica che resuscita il recente passato. Se l'uso del growl per l’occasione viene ridimensionato, a ristabilire gli equilibri troviamo gli ultimi sconvolgenti venti secondi della conclusiva “The Blood, the Wine, the Roses”: death metal allo stato puro! Ma stiano sereni gli aficionados del sound classico della band: nessun stravolgimento di formula, semmai un lieve appannamento a livello di scrittura, cosa che rende “A Line of Deathless Kings” leggermente più piatto rispetto agli immediati predecessori. 
Voto: 6.5 

“For Lies I Sire” (2009
Torna il violino e già di per sé potrebbe essere una buona notizia. La formazione cambia ancora una volta per metà, con l’ingresso della violinista/tastierista Katie Stone e dell’ex The Axis of Perdition Dan Mullis alla batteria, mentre a rimpiazzare lo storico bassista Adrian Jackson troviamo la carismatica Lena Abé, che nel corso della sua lunga militanza nei Bride saprà ritagliarsi diversi momenti di protagonismo. Rispetto al monolitico predecessore, “For Lies I Sire” sembra attingere da una tavolozza di colori più ampia, e a partire dalla sontuosa openerMy Body, a Funeral” ci renderemo conto che suoni laccati ed arrangiamenti più curati faranno fare bella figura alle maestose movenze della Sposa Morente. Diversi tuttavia sono i colpi che vanno a vuoto e il ricorso a qualche trovata ad effetto francamente sempliciotta dà l’impressione di una band a corto di inventiva che spara le ultime cartucce per mantenersi alla portata della propria fama, affidandosi al mestiere più di ogni altra cosa. “Bring Me Victory”, gothic song che sembra uscire da un album dei tardi Paradise Lost, è l’episodio da ricordare. Ed è tutto dire...
Voto: 6.5 

A Map of All Our Failures” (2012) 
Nel 2011 erano usciti, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, due lavori "collaterali" molto diversi fra loro, ma significativi: “Evinta”, un esperimento che rivisitava in chiave orchestrale temi tratti dalla passata discografia, e l’EP “The Barghest O’ Whitby”, un unico pezzo di ventisette minuti che riportava la band alle sonorità dure ed oppressive degli esordi. Cosa dunque aspettarsi dal nuovo full-lengh dal programmatico titolo “A Map of All Our Failures”? Il conoscitore del nuovo corso dei My Dying Bride, in verità, troverà ben poche sorprese, costituendo l’album una dichiarata prosecuzione delle sonorità espresse in “For Lies I Sire”. Rispetto al lavoro del 2009, tuttavia, il nuovo parto discografico sembra animato da una scrittura più vivace e con guizzi sparsi (la cavalcata di basso ed organo in “A Tapestry Scorned” è un esempio) che lo rendono meno prevedibile nell’incedere, il tutto baciato dal canto teatrale di Stainthorpe, che si porterà su registri più alti del solito. Il nuovo violinista/tastierista Shaun MacGowan ricopre il doppio ruolo più efficacemente di chi l'ha preceduto e si rivelerà senz'altro una marcia in più per la band, la quale potrà contare nuovamente sul drumming catastrofico di Taylor-Steels, che torna a figurare fra i crediti, ma in veste di ospite. Il risultato sono brani come “Kneel til Doomsday” e “Like a Perpetual Funeral”, tanto canonici quanto indiscutibilmente belli. La title-track, con intrecci di violino e chitarre da brividi, e la conclusiva “Abandoned as Christ”, funerea, spossante, sconsolata nel suo languore, sono pervase da un tale senso di sconfitta che le consegna di diritto fra i migliori parti della storia recente della band . 
Voto: 7.5

“Feel the Misery” (2015) 
L’ultimo (ad oggi) album della Sposa Morente testimonia il ritorno all’ovile del chitarrista storico Calvin Robertshaw, laddove Glencross aveva lasciato per focalizzarsi sull’altra sua band, i Vallenfyre. A livello chitarristico la differenza si sente, con trame melodiche più intriganti ed intrecci che a tratti evocano la gloria che fu. Nel complesso emerge un album solido, compatto, ben levigato nei suoni ed armonico nel suo alternare passaggi maestosi a riuscite intuizioni melodiche. “To Shiver in Empty Halls”, emozionante in ogni suo frangente, e la title-track, dal titolo ripetuto in un dolente mantra, potrebbero essere definiti i pezzi forti del platter, ma a noi piace ricordare anche la sperimentale “A Thorn of Wisdom”, quasi interamente pervasa da cupe tastiere, e la struggente “I Almost Loved You”, requiem per voce, piano e violino che ci riporta agli splendori di brani come "Sear Me MCMXCIII" e "For my Fallen Angel". A mancare semmai è una scrittura che possa competere con il passato illustre della band, che comunque continua a dimostrarsi nettamente al di sopra della media qualitativa del settore. 
Voto: 7

Un silenzio discografico che perdura dal 2015 è uno iato di tempo tanto lungo che potrebbe indurre a preoccupazioni sulle sorti della band. A giustificare questa lontananza dal mercato discografico sono state le tristi vicende di Aaron Stainthorpe, costretto ad interrompere le attività di musicista per stare vicino alla figlia malata di cancro. La situazione per fortuna pare essersi risolta in modo positivo, restituendo il cantante alla sua band, che nel frattempo aveva continuato a scrivere materiale. E’ notizia recente che i My Dying Bride abbiano terminato la registrazione di un nuovo album, la cui data di uscita non è stata ancora annunciata. Nell’attesa di poter assaporare le nuove composizioni dei Nostri, ci andiamo a riascoltare quelli che, a nostro parere, costituiscono i momenti più rappresentativi di questi ultimi venti anni di vita della band:

Playlist essenziale:
1) “She is the Dark” (“The Light at the End of the World”, 1999)
2) “The Light at the End of the World” (“The Light at the End of the World”, 1999)
3) "The Fever Sea" ("The Light at the End of the World", 1999)
4) “The Dreadful Hours” (“The Dreadful Hours”, 2001)
5) “Catherine Blake” (“Songs of Darkness, Words of Light”, 2004)
6) “Thy Raven Wings” (“A Line of Deathless Kings”, 2006)
7) “Bring me Victory”(“For Lies I Sire”, 2009)
8) “A Map of our Failures” (“A Map of All Our Failures”, 2012)
9) “Feel the Misery” (“Feel the Misery”, 2015)
10) "I Almost Loved You" ("Feel the Misery", 2015)