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13 gen 2016

MY DYING BRIDE: "THE LIGHT AT THE END OF THE WORLD"




I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL ESTREMO
7° CLASSIFICATO: “THE LIGHT AT THE END OF THE WORLD” (MY DYING BRIDE)

Non potevano certo mancare loro nella nostra classifica dei migliori brani lunghi: i My Dying Bride si affacciarono agli albori degli anni novanta con una proposta intrigante (votata poi al successo) che vedeva flirtare doom e death metal, il tutto inzuppato in atmosfere gotiche che vedevano il violino come centro catalizzatore dell’attenzione generale. 

Suoni d’altri tempi, dimensioni atemporali che ci riportavano ad una concezione romantica tipica di certa letteratura inglese. Saggi dolenti ed estenuanti di un’interiorità straziata o tormentata: questo ci offrivano i My Dying Bride, che non ponevano limiti alla loro ricerca, indugiando, non temendo di prolungare il discorso oltre il dovuto, imponendosi dunque come dei veri maestri in materia di brani ad alto minutaggio!

Come si è visto con i Cathedral, nel doom uscirsene con composizioni di elevata durata è cosa assai comune. Rispetto ad altri, tuttavia, i My Dying Bride si affermarono fin da subito con brani particolarmente lunghi: si pensi ad una “Symphonaire Infernus et Spera Empyrium” (presente nel secondo EP che porta il medesimo nome), che dura più di undici minuti. Non fu un caso sporadico, considerato che nell'acerbo debutto “As the Flower Withers” i Nostri ci avrebbero subito ribadito con “Return to the Beautiful”, quasi tredici minuti.

Che dire, c’è veramente l’imbarazzo della scelta nel dover pescare un solo brano nella discografia dei Nostri; dopo esserci fatti divorare dai dubbi, abbiamo optato per “The Light at the End of the World”, ben dieci minuti e trentacinque secondi, la quale però non appartiene al periodo d’oro della carriera dei Nostri. Per questo, almeno di sfuggita, ci sentiamo di menzionare il capolavoro “Turn Loose The Swans” (1993), probabilmente il parto discografico più rappresentativo dell’intero filone gothic-doom.

In esso avremmo potuto individuare almeno due brani fenomenali con le credenziali per partecipare alla nostra rassegna. Uno è “The Crown of Sympathy”, superiore ai dodici minuti e cantato interamente in pulito da un Aaron Stainthorpe in stato di grazia. L'altro è la title-track (una manciata di secondi sopra i dieci minuti), l'episodio più duro del lotto, quasi esclusivamente cantato in growl: chitarre lacrimevoli s’intrecciano alle trame tessute dal violino (incredibile, poi, l’apertura melodica quasi alla fine, in cui Stainthrope torna ad utilizzare il suo bellissimo registro pulito), delineando gli standard che chiunque in seguito avrebbe adottato nel doversi cimentare con il genere. Due facce della stessa medaglia che ci consegnano un metal che mai, prima di allora, era stato così dolente, disperato, ma anche nobile e romantico. 

I My Dying Bride si scollegheranno dagli ultimi rigurgiti death già dal successivo “The Angel and the Dark River” (1995), la cui opener, “The Cry of Mankind”, misurava dodici minuti: seppur bellissima, abbiamo deciso di scartarla in quanto fake, considerato che essa termina un po’ prima (gli ultimi minuti sono infatti una coda di rumori ambientali quasi impercettibili).

C’è da dire, del resto, che i brani lunghi dei My Dying Bride non sono brani in cui accade di tutto, come invece abbiamo visto succedere nelle spericolate esibizioni dei conterranei Cradle of Filth, boriosi dispensatori di un’arte eccessiva e straripante di trovate kitsch. Strano, perché i My Dying Bride disponevano di molti mezzi: un violino, un pianoforte, tastiere, ben due chitarre, un cantante poliedrico e sovente voci femminili. Ma gli ingredienti venivano dosati con il contagocce, come se infarcire eccessivamente la loro musica costituisse un attentato a quella desolazione che essa intendeva descrivere. Non che i Nostri non sapessero suonare, anzi: un drumming tecnico ed articolato era indispensabile per riempire i vuoti dettati da una lentezza esasperante; le chitarre non si prodigavano in assolo ed arpeggi, ma si intrecciavano in riff frutto di una ispirata ricerca melodica, con dei risultati inarrivabili per chiunque altro.

Laddove i pezzi dei Paradise Lost erano continuamente illuminati dall’estro chitarristico del talentuoso Gregor Mackintosh e gli Anathema già nutrivano ambizioni progressive, i My Dying Bride adottavano un approccio minimale, calibravano le loro energie, costruivano i loro brani adagiandoli su solide ed intelligente strutture, evitando se possibile lo schema strofa/ritornello e disponendo ogni elemento esattamente al suo posto. Questi almeno erano i primi My Dying Bride, quelli della formazione storica che ancora comprendeva il provvidenziale Martin Powell, diviso fra violino e tastiere (poi passato alla causa dei Cradle of Filth), il secondo chitarrista Calvin Robertshaw e l’ottimo batterista Rick Shia.

Cosa successe in seguito è noto: seguirà una fase di consolidamento (“Like Gods of the Sun”), un picco sperimentale (“34.788%...Complete”) e poi un brusco voltafaccia con l’album della restaurazione “The Light at the End of the World”, che aprirà una nuova stagione per la band inglese (seguiranno gli ispirati “The Dreadful Hours” e “Songs of Darkness, Words of Light”). Certo, i risultati di questo nuovo corso saranno confortanti, però, almeno inizialmente, il repentino ritorno alle sonorità doom-death degli esordi portò la medesima sensazione che si ha sentendo parlare quei politici che, dopo aver cambiato casacca, espongono con sconcertante serenità l’esatto contrario di quello che avevano sostenuto in passato.

Per i My Dying Bride, che persero la loro anima sperimentale (Calvin Robertshaw, uscito per dedicarsi alla famiglia), sembrò naturale tornare a fare quello che gli riusciva meglio, inasprendo nuovamente le sonorità. Il salto indietro nel tempo non fu però indolore: la formazione che trovammo in “The Light at the End of the World” era la metà di quella che aveva dato alla luce i capolavori che abbiamo appena menzionato. Presenti all’appello l’immancabile Aaron Stainthorpe al microfono, Adrian Jackson al basso ed Andrew Craighan a farsi carico di tutte le parti di chitarra. A dar loro man forte troviamo l’ex Anathema Shaun Taylor-Steels dietro alle pelli. Niente violino (come nell’album precedente), ben rimpiazzato dalle tronfie tastiere del session Johnny Maudling. Se concepire i My Dying Bride senza questo strumento, che fin da principio è stato il loro marchio caratterizzante, fu inizialmente un dramma, c’è da dire che il sound non ne risentì oltremodo, poggiando su solide basi: gli struggenti intrecci di chitarra del sempre ottimo Craighan ed ovviamente l’inconfondibile ugola di Stainthorpe, tornato al growl ma senza rinnegare i recenti trascorsi.

Al pari di molti altri brani lunghi vergati My Dying Bride, in “The Light at the End of the World” non accade molto, ma quel che accade è decisamente bello. C’è da dire che era il 1999 e che, come molti titoli di quell’anno, la release del doomster inglesi intendeva, nemmeno troppo velatamente, evocare scenari apocalittici (si guardi, a tal riguardo, la serpeggiante “Edenbeast”, sopra gli undici minuti, tanto per cambiare), scenari a cui la title-track decideva di non rinunciare.

Aperta da una manciata di secondi di tastiere, il brano si articola in pesanti riff che si fondono sul perseverare delle tastiere (solenni orchestrazioni, forse un’eco di violino), melodie fatte di tre note: ma che note! La dipartita della seconda ascia non sembra influire, mentre dietro alle pelli Taylor-Steels, come già succedeva con il suo valido predecessore, si affanna, fra rullate improvvise e tintinnar di piatti, per conferire sfumature ed accenti sempre nuovi ad un procedere che si fa ondivago, ipnotico, sconsolato, inesorabile.

Molto della buona riuscita del brano sta nelle liriche ispirate di Stainthrope, che per l’occasione decide di settarsi esclusivamente sulla dimensione del pulito. Elemento fondamentale della poetica dei My Dying Bride sono da sempre i testi ricercati del loro cantante, paroliere di talento, scaltro poeta debitore della migliore tradizione letteraria del suo paese, dall’immancabile Shakespeare a tutta la corrente romantica e decadentista. In “The Light at the End of the World” Stainthrope torna a percuotere prepotentemente le corde del nostro animo raccontandoci la triste storia di un uomo e della sua spietata condanna. Confinato nella più lontana isola del Mondo, quell’uomo sconta la sua pena: un isolamento lungo l’Eternità, un patto con il “Divino” che gli ha concesso di possedere, per una sola notte ancora, la sua amata defunta. Ma a che prezzo! Un’intera esistenza di solitudine nell’isola del Faro al di là della vastità dell’oceano, in cambio di poche ore in cui poter stringere un’ultima volta fra le proprie braccia il corpo della donna che aveva amato più di ogni altra cosa. E se la vicenda vi pare banale, andatevi ad ascoltare il brano con il testo sottomano: impossibile non emozionarsi innanzi al senso di estraneazione che ci restituisce quella musica intrecciandosi con quelle parole, il lento rifrangersi delle onde contro gli scogli, le notti senza fine. Il lunghissimo testo viene reso da Stainthorpe alla sua maniera, alternando solenni spoken a cantilene che la sua voce lacrimevole incarna senza enfasi, bensì con grande sentimento ed immedesimazione nei fatti narrati.

Il brano procede nei suoi magnetici dieci minuti senza mai annoiare, benché tutto ci venga consegnato senza grandi variazioni: dalla batteria alle chitarre fuse con le tastiere, passando per crooning sofferto di Stainthorpe, “The Light at the End of the World” è un capolavoro di sfumature, la cui forza sta nell’aver individuato un tema portante vincente, poi protratto con estrema convinzione per tutta la durata del brano. Solo a tre quarti i Nostri si azzardano ad imbastire un passaggio di maggior tensione, dove le chitarre incespicano, per poi lasciarsi andare in accordi liberatori spinti e supportati dalle drammatiche orchestrazioni.       

Peccato solo che in “The Light at the End of the World” non venga a manifestarsi l’espressivo growl di Stainthorpe: espediente che in realtà sarebbe stato fuori luogo considerato il mood malinconico e di profonda (ma non rabbiosa) rassegnazione che pervade il brano. Quel growl, tuttavia, non tarderà ad arrivare, avventandosi su di noi, nemmeno finito il brano, con l’incipit ex abrupto della traccia successiva: la “The Fever Sea” (quattro risicati minuti di audace death metal come gli inglesi non avevano mai osato fare) che irrompe senza nemmeno dar modo all’ultimo accordo di terminare.

I My Dying Bride ci dimostrano così che per confezionare brani sensazionali non c’è bisogno di ricorrere a chissà quali trovate: nei My Dying Bride, da sempre, la qualità non fa rima con quantità. Ispirazione, classe, personalità sono per loro sufficienti!