28 mag 2022

RECENSIONE - "REVEL IN TIME" (STAR ONE)

 


‘To revel’ = gozzovigliare, fare baldoria

Cazzeggiare, insomma.

23 mag 2022

VIAGGIO NEL FUNERAL DOOM: PANTHEIST



Undicesima puntata: Pantheist - "O Solitude" (2003) 

Nella prima sezione della nostra rassegna sul funeral doom abbiamo cercato di selezionare quei nomi che secondo noi descrivono al meglio il genere: la sua genesi e i suoi sviluppi più significativi. Ma il funeral doom è una costellazione assai ampia e dai confini sfumati, e certo dieci/undici titoli (se includiamo anche i Disembowelment che abbiano trattato nella nostra anteprima) non esauriscono l'argomento. Per questo motivo abbiamo deciso di reclutare ulteriori dieci band capaci di mettere in luce nuove sfumature di un genere che, erroneamente, viene considerato piatto, monocolore ed appannaggio di pochi coraggiosi. Dieci titoli che, sappiatelo!, non sono assolutamente da ritenere inferiori a quei dieci che abbiamo considerato "essenziali", ma che anzi possono incontrare il gradimento di molti, considerato anche il fatto che essi sono fioriti in una fase di maturità del funeral doom: una fase in cui, a partire da quegli stilemi coraggiosamente introdotti e poi faticosamente consolidati, si è andati a costruire ed edificare nuove ed entusiasmanti, a tratti geniali, manifestazioni sonore. 

Si parte con i Pantheist, belgi di nascita ma inglesi di adozione (oggi di stanza a Londra), e con il loro debutto "O Solitude", licenziato nel 2003. 

18 mag 2022

RITRATTI D'AUTORE - EDU FALASCHI

 


Cari Lettori, 

oggi, 18 maggio 2022, è un giorno importante: Eduardo Teixeira da Fonseca Vasconcellos, meglio noto come Edu Falaschi, taglia il traguardo del 'mezzo secolo', compiendo 50 anni!

Come diavolo è possibile che in 7 anni e-fischia di Metal Mirror non abbiamo mai parlato di Falaschi, se non di striscio?

Ci cospargiamo il capo di cenere e rimediamo.

13 mag 2022

VIAGGIO NEL FUNERAL DOOM: MOURNFUL CONGREGATION


Decima puntata: Mournful Congregation - "The Book of Kings" (2011) 

Completiamo questa prima trance della nostra rassegna sul funera doom laddove il nostro viaggio era iniziato: in Australia. Con i Disembowelment avevamo principiato a dissertare di strane copulazioni fra doom e metal estremo, ed oggi torniamo nella terra dei canguri per parlare degli altrettanto fondamentali Mournful Congregation. Lo facciamo con il masterpiece "The Book of Kings", quarto full-lenght targato 2011, precisando che la storia del combo australiano era originata molto tempo prima, per l'esattezza con il demo "Weeping" che risale addirittura al 1994. 

Indicare i Mournful Congregation fra i primi mover di questo specifico filone del metal, dunque, non è del tutto fuori luogo, sebbene il primo album, "Tears from a Greving Heart", risalga al 1999, quando il genere si era già strutturato e consolidato nei suoi cliché. Ma la disinvoltura con cui i Nostri maneggiano la materia è quella dei veri maestri, e di certo essi costituiscono una tappa obbligata per chiunque voglia addentrarsi nell'universo del doom estremo. 

8 mag 2022

CONFRONTI IMPOSSIBILI: SEVERN SUZUKI E TRAVIS RYAN

 




Venendo a parlare qui non ho un’agenda nascosta, sto solo lottando per il mio futuro. Perdere il mio futuro non è come perdere un’elezione o alcuni punti sul mercato azionario. 

Sono qui a parlare a nome delle generazioni future, a nome dei bambini che stanno morendo di fame in tutto il pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Sono qui a parlare per conto del numero infinito di animali che stanno morendo nel pianeta, perché non hanno più un posto dove andare.

[…] Tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhi e ciò nonostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizione tutto il tempo che vogliamo e tutte le soluzioni.

4 mag 2022

VOGLIA DI CAMPAGNA INGLESE: DARKHER


Ci sono delle volte che hai bisogno di deserto, polvere, lunghe highways, di vento in faccia e di una motocicletta, anche se non la sai guidare e non te ne è mai fregato un cazzo di guidarla. A volte invece hai bisogno di città, di asfalto e cemento, di vetro e acciaio, delle vibrazioni della grande metropoli con gente che va e gente che viene, ognuno preso dalle proprie fulitità. Ma io adesso ho voglia di campagna, e nemmeno di una campagna sui generis, di sicuro non di quella da cartolina della mia Toscana, una campagna fatta di colline, cipressi e tramonti mozzafiato mentre in terrazza ti sorseggi un buon Chianti. 
 
Ho voglia della nebbiosa ed umida dimensione rurale inglese, quella tinta di un verde sbiadito, bagnata da una pioggerella fina, sovrastata da un incombente cielo grigio, fra case diroccate e vecchie abbazie scoperchiate.
 
Grazie al black metal scandinavo ci siamo riappacificati con la natura, ma quella scandinava è una natura austera, fatta di picchi scoscesi e foreste selvagge. Quella è una natura senza uomo, dove l’uomo è componente minoritaria, annullato nella maestosità della natura stessa. Le campagne inglesi, invece, contemplano la presenza dell’uomo, anche solo sotto forma di indizi: una casa isolata su una collina, la sagoma di un campanile che si intravede dietro alla nebbia, un cimitero al di là del muretto. Anzi, certi dettagli che sembrerebbero suggerire la presenza dell’uomo finiscono per negarla, come se ne misurassero l’assenza. E non ci stupiamo se da quelle lande uggiose il doom/death gotico abbia mosso i primi passi con Paradise Lost e My Dying Bride.