18 apr 2024

QUATTRO SFUMATURE DI...ACCIAIO BRITANNICO!




Se il 2023 è stato da molti definito, non a torto, l’anno del death, questo 2024, o quantomeno il suo primo trimestre, è stato caratterizzato, nel Mare Magnum delle uscite metalliche, dalle ultime release di quattro pezzi da novanta dell’heavy classico; quattro nomi che, a buon diritto, appartengono alla Storia dell’heavy metal propriamente detto (cioè quello che, convenzionalmente, rimanda alla N.W.O.B.H.M.).

In ordine cronologico di pubblicazione: Saxon, Blaze Bayley, Bruce Dickinson e, dulcis in fundo, i Judas Priest.

Ora, per trattare questo tipo di proposte è d’uopo premettere una breve nota, assieme concettuale e metodologica, che è stata oggetto di discussione anche in Redazione.

Vale a dire: cosa vogliamo, nel 2024, da un nuovo album dei Dinos…ehm, dei Padrini del nostro Genere Preferito? Magari ascoltare un nuovo capolavoro? Se la risposta fosse sì, bisognerebbe di conseguenza ritenere che la saturazione di un filone che ha 45 anni di vita circa non sia arrivata al culmine e si possa perciò esprimere, nel suo alveo stilistico, ancora qualcosa di nuovo.

Oppure: ci si aspetta la riproposizione pedissequa degli stilemi che li hanno resi famosi nell'arco degli scorsi decenni, ovviamente riveduti e corretti alla luce delle nuove possibilità tecnologiche in fase di produzione?

O, ancora: desidereremmo una virata stilistica (leggera, per carità di patria!), pur sempre nel solco della tradizione?

Chiariamo subito un punto: ogni posizione su esposta è legittima, a seconda del gusto. Basti qui riportare come Metal Mirror ritenga che quello che nel nostro piccolo vorremmo dai monicker storici, con alle spalle carriere quasi 50ennali, sia semplicemente un’emozione, un brivido dettato dalla classe che Loro, e soltanto Loro, sono in grado di esprimere. Quel tocco magico che nessun altro ha, quel brano che faccia ricordare, non foss’altro che per quello, il disco come un qualcosa che è valsa la pena realizzare, dal loro ‘lato’, e ascoltare dal nostro.

Ci sono riusciti i quattro Eroi succitati? Hanno saputo piazzare la zampata vincente? Scopriamolo insieme…

SAXON – “Hell, Fire and Damnation” (19/01)

Partiamo con le note, ahinoi, meno liete…Byford&co giungono al loro 24° (ventiquattresimo!) album e la stanca si nota, eccome. C’è da dire che, al netto di 3-4 album di pregevole fattura a inizio eighties, e altrettanti più che buoni a cavallo tra novanta e prima decade del XXI secolo, i Nostri non sono mai riusciti ad entrare nell’Olimpo dell’H.M., rimanendo subito prima del cancello d’ingresso; primi tra i secondi, potremmo parafrasare. Sarà perché non hanno mai brillato per uno specifico gusto compositivo o perchè ‘frenati’ da un songwriting che pesca(va) ancora a piene mani dall’hard n’ heavy, con venature bluesy acdc-iane. Al netto che in carriera, va sottolineato, hanno venduto 23 mln di copie dei loro dischi in tutto il mondo…e quindi, hanno ragione loro!

Ad ogni modo, questo “Hell, Fire and Damnation” (splendida copertina e splendido titolo) conferma questo status di secondo piano, nonostante la presenza in line-up, al posto di Paul Quinn, di un asso delle sei corde come Brian Tatler, cioè l’unico superstite, a tutt’oggi, dei mitici Diamond Head.

A onor del vero, i primi 10 minuti del disco sono carichi e coinvolgenti (buonissima l’accoppiata iniziale title-track - “Madame Guillotine”) e la produzione, ottima, di Andy Sneap ne aiuta la carica avvolgente. I "dolori" cominciano a partire dalla successiva “Fire and Steel” (roba che manco i Manowar avrebbero osato titolare così…) per proseguire con un abbassamento progressivo delle composizioni, per la maggior parte “telefonate” e senza guizzi memorabili (si salva giusto "Kubla Khan and the Merchant of Venice"). Si arriva così alla conclusiva “Fire Charger” (assieme a “Pirates of the Airways”, la peggiore del lotto) a far fatica nel rischiacciare il tasto play (e, vi assicuriamo, per scrivere questo pezzo lo abbiamo rischiacciato parecchie volte quel tasto). 

Un’ultima, breve, annotazione sulle tematiche delle lyrics: uno “a spasso nel tempo” che mette assieme i clichée più triti: dalle streghe di Salem (no, ancora le streghe di Salem!) alla pluricitata battaglia di Hastings del 1066 tra Normanni e Inglesi; dai Templi di Xanadu agli alieni di Roswell (basta Roswell, abbiate pietà!).

Ma dobbiamo anche constatare, con piacere, che l'album ha il suo "tiro", merito, come detto, della produzione sneap-iana e Byff, alla veneranda età di 73 anni, sfodera una prestazione vocale di tutto rispetto (prestazione che confermiamo anche in sede live).

Quindi, tirate le somme, un disco che non aggiunge e non toglie nulla alla dimensione Saxon, com'è giusto che fosse ma che, considerato l'affetto e la stima per questi grandi professionisti, non mi sento di bocciare.

Voto: 6

BLAZE BAYLEY – “Circle of Stone” (23/02)

A undici mesi da un infarto che lo stava mandando anzitempo al Creatore, Blaze, fattosi innestare un quadruplo by-pass, torna in pista con un album che sa di rivincita, rivalsa verso le avversità e voglia di trasmettere positivi messaggi esistenziali. Tutta la prima parte del disco (dalla diretta e anthemica “Mind Reader” fino all’intima “The Broken Man”) è un inno alla vita, alla presa di coscienza della sua caducità e alla consapevolezza di quanto amore, a volte non capito, abbia circondato la sua persona. Un amore che Blaze vuole restituire, moltiplicato per dieci, in questo 2024 che per lui, come leggiamo dalla tracklist, è una sorta di year beyond this year

La seconda parte del platter è invece un concept sulla conoscenza delle proprie origini, del lascito dei propri avi e del cammino di saggezza e di recupero valoriale che da essi proviene. Accompagnato dagli Absolva, dignitosissimo four-piece britannico di heavy metal maideniano, Blaze imposta questa seconda metà dell’album su coordinate più articolate, con inserti folk e power ballad emotivamente coinvolgenti (su tutte, la title track e l’ottima “A Day of Reckoning”). L’ispirazione è altalenante, riff e solos non sono di certo originali e il fantasma dei Maiden aleggia più volte, ma nel complesso i 44’ del disco scorrono bene e strappano una meritatissima sufficienza, cui aggiungiamo mezzo voto in più per la passione e il..ehm…cuore che questo ragazzino di 63 anni ancora dimostra (e che ha confermato anche sulle assi di un palco in italia, concerto cui Metal Mirror ha presenziato). Massimo rispetto…

Voto: 6,5

BRUCE DICKINSON – “The Mandrake Project” (01/03). Il Bruce Nazionale, a 19-dico-19 anni dal validissimo “Tyranny of Souls”, sente l’esigenza di dire qualcosa di proprio e, accompagnato dal fido Roy Z (qui anche in veste di produttore, peraltro con esiti non esaltanti), col quale si smezza la scrittura dei brani, torna con un progetto collegato ad una graphic novel in più parti, di cui questo disco è un’ideale colonna sonora.

L’album parte in modo molto coinvolgente con l’articolata “Afterglow of Ragnarock” e la più lineare “Many Doors to Hell” che, pur non essendo brani clamorosi, colpiscono nel segno, sia nelle soluzioni melodiche che per il pathos sprigionato. Da “Rains on the Graves” in poi, però, cominciano a manifestarsi le crepe di un album che paga soprattutto un lavoro chitarristico piatto, molle e in sordina; una sei corde che sprigiona a tratti un suono che pare quello di un motore scoreggiante, mi si passi il francesismo. Non a caso si fa ampio uso delle tastiere sia per supportare il lavoro di Roy Z che per sottolineare i momenti di maggior emotività. Nota a margine: Bruce, per le keyboards, si affida come fatto in passato al nostro Giuseppe Iampieri, in arte Maestro Mistheria, talentuoso tastierista abruzzese, classe ’71.

Non si salvano così, dicevamo, “Resurrection Man” (con una spiazzante intro western/tex-mex che, con le lyrics del brano, ci stanno come i cavoli a merenda) e “Mistress of Mercy”, attraversata da una serie di riff che paiono scarti di session mal riuscite. Ma anche quando si cambia umore con le folk ballads (forse il terreno in cui Bruce, in vecchiaia, si sente più a suo agio) i risultati sono alquanto telefonati e faticano a bucare l’epidermide: “Fingers in the Wounds” è tarata da un intermezzo orientaleggiante sul quale tacer è meglio, mentre “Face in the Mirror” è sì piacevole all’ascolto ma, nella sua essenza, piuttosto “leggerina”.

A tirare su il livello complessivo dell’opera troviamo l’eccellente “Eternity Has Failed” (che troviamo superiore della versione maideniana “If Eternity Should Fail”), l’emotivamente tesa “Shadows of the Gods” e la conclusiva “Sonata”, pseudo-suite molto teatrale che, se di primo acchito può lasciare perplessi, con il passare degli ascolti sale di gradimento.

Dopo diversi passaggi nel lettore, la sensazione che mi rimane è di un disco che fila via bene, nonostante sarebbe stato preferibile il taglio di almeno una decina di minuti; ma, soprattutto, che presenta uno spiccato tratto d’autore (nel senso che Bruce vi riversa un’idea autoriale, un progetto personale di ampio respiro) pur soffrendo pesantemente di problemi di scrittura. 

Un'ultima nota molto positiva: il sound complessivo di "The Mandrake Project" trova appiglio nelle molteplici sfaccettature di quanto proposto in passato dal Nostro ma questo senza essere sovrapponibile, al contempo, con niente di quanto già fatto

E poi, va da sé che ascoltare la sua voce, per noi della fanbase maideniana, è sempre un gran piacere.
 
Voto: 7

JUDAS PRIEST – “Invincible Shield” (08/03)

A 50 anni da “Rocka Rolla”, il 19° studio album dei Priest è come doveva essere e come, onestamente, mi aspettavo fosse: un disco che scorre fluido, compatto, auto-celebrativo, che rinverdisce, attualizzandola ai canoni del XXI secolo, gli stilemi che la band stessa ha forgiato. Heavy metal nudo e puro, quindi, la cui forza d’impatto è coadiuvata, e ipervitaminizzata, dall’ottima produzione ‘made in Andy Sneap' (ormai membro stabile della band anche in sede live, stante la malattia del povero Glenn Tipton) le cui caratteristiche ben conosciamo: suoni potenti, pieni e taglienti ma senza arrivare all’iperproduzione bombastica di tante release contemporanee, con tutti gli strumenti che si ritagliano il giusto spazio senza prevalere sugli altri.

Ma soprattutto il disco contiene brani molto ispirati, nel riffing come nelle soluzioni melodiche. È il caso dell’opener “Panick Attack” (la Painkiller di “Invisible Shield”) o della stessa title track, bel brano tirato che, abbiamo potuto direttamente constatare a Milano lo scorso 06 aprile, fa sfracelli dal vivo.

Personalmente, le cose migliori di questo disco le ho sentite però nei mid-tempos che sprigionano un commovente flavour epico: “Crown of Horns” (clamorosa in sede live!), “Trial by Fire” e, soprattutto, la conclusiva “Giants in the Sky” sono degli ottimi pezzi in cui i Nostri sembrano muoversi con classe e naturale agio.

Non tutto però funziona alla perfezione perchè il disco è tarato da diversi brani-compitino (“Devil in Disguise”, “Gates of Hell”, “As God Is My Witness”, “Escape from Reality”) oltrechè da “Sons of Thunder”, vero e proprio filler di 3 minuti 'tirato via’.

Al netto di tutto ciò, “Invisible Shield” rimane un album più che buono che, seppur diverso, trovo si attesti allo stesso livello di “Firepower” ma non griderei, come ho sentito da più parti, al ‘capolavoro’. 

Ma, senza tema di smentite, si può ancora esclamare: bentornati Metal Gods!

Voto: 7,5

Insomma, tirando le fila ci ritroviamo quattro dischi sì di british steel ma tutti diversi l’uno dall’altro, capaci di soddisfare i variegati palati delle moltitudini di defenders che, scommettiamo, staranno godendo non poco per queste quattro uscite così ravvicinate e qualitativamente in crescendo.

Dal canto nostro, al netto delle soggettive critiche sopraesposte, siamo lieti che questi nostri amati "dinosauri" siano in pista, sentano l’esigenza di fare ancora questo mestiere appassionatamente e girino il mondo registrando parecchi sold out come se non ci fosse un domani

Tornando invece alla nostra domanda iniziale, sulla zampata vincente, la risposta è positiva, seppur con dei distinguo e delle differenze qualitative evidenti tra i quattro album.

Ci piace chiosare con una frase tratta da "Giants in the Sky" dei Priest, canzone dedicata a icone del metal non più tra noi (Lemmy e R.J. Dio) ma che, immaginiamo, possa essere intesa anche autobiograficamente:

Homage to the legends 'til the bitter end
Leaving such a legacy, my friends!


A cura di Morningrise