"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

2 gen 2018

LA CLASSIFICA DEI MIGLIORI DIECI LIVE ALBUM DEL METAL - INTRODUZIONE



Anno nuovo, vecchie abitudini: Metal Mirror non poteva esimersi dall'ammorbarvi, anche in questo 2018 nuovo di zecca, con l'ennesima epocale, colossale, seminale classifica. 

I nostri lettori sanno che le nostre classifiche non sono mai una mera lista di nomi e titoli (vi piacerebbe, eh?), ma occasioni per analizzare da punti di vista sempre diversi il solito ed imperante argomento: l'heavy metal! 

Potrete dunque intuire la spropositata quantità di spunti offerti dal tema che abbiamo deciso di trattare quest'anno per tenervi compagnia lungo i prossimi dodici mesi: i migliori live-album del metal! 

Il palco rimane un importante banco di prova per qualsiasi band heavy metal che si rispetti: è naturale, del resto, che una musica così fisica veda come terreno di realizzazione ideale gli assi del palcoscenico e il confronto diretto con il pubblico. Tanto importante nel metal, come nel rock, è la dimensione concertistica, che il live-album diviene un appuntamento immancabile nella discografia di ogni band. 

Non è cosa facile immortalare lo spirito di una esibizione dal vivo: c'è chi vince con la sola musica, chi ha bisogno di fuochi d'artificio. E l'impatto è variabile a seconda di svariati fattori: il genere suonato, il grado di immediatezza/complessità della musica proposta, i brani selezionati, le capacità tecniche dei musicisti, la loro attitudine, il loro modo di interagire con il pubblico, lo spazio che si vuol dare agli aspetti scenici, la qualità della riproduzione dei suoni. Parlando di album, potremmo aggiungere la bravura e i mezzi a disposizione di chi cattura quegli stessi suoni e li rielabora in studio. 

Diciamocelo chiaramente: le tecniche di registrazione & ritocco si sono evolute nel corso degli anni ed oggi anche il gruppo più scarso riesce a confezionare in modo più che decoroso il proprio live-album. Come dire: facile fare trombate epocali con Viagra o Cialis, che tradotto significa "facile passare per animali da palcoscenico con brani talmente ritoccati che sembrano incisioni in studio, pubblico che va e che viene a seconda della convenienza, scalette combinate pescando i brani migliori fra più date concepite in partenza per essere registrate e finire su disco". 

Ma così facendo si finisce per svilire il valore aggiunto di una esibizione dal vivo, che non deve essere un semplice best of. In essa, accanto ad errori ed imprecisioni, troviamo il guizzo imprevisto, l'improvvisazione che ti sorprende, la sinergia fra componenti della band, lo scambio di energie con il pubblico, i suoni vivi, reali che esaltano l'operato di musicisti che finalmente raggiungono il loro completo potenziale, altrimenti limitato dalle "ingessature" di uno studio di registrazione. 

Una delle criticità maggiori nel dover selezionare dieci titoli (che elencheremo in ordine cronologico per semplificarci la vita), è stata quella di doversi muovere attraverso periodi diversi caratterizzati da differenti tipi di approccio al live-album

Vi è stata un'epoca caratterizzata da un basso livello di "intervententismo" in sede di post-produzione, dove solo chi era veramente bravo poteva distinguersi. Accanto a live-album strepitosi (probabilmente i migliori della storia) capitava così di imbattersi anche in prodotti appena ascoltabili, deturpati da fruscii fastidiosi, volume incostante, strumenti mal amalgamati o addirittura assenti: un insieme di cose che andava a danneggiare esibizioni anche ottime. 

Successivamente questi prodotti scadenti, salvo casi eccezionali, si sono progressivamente estinti grazie alla evoluzione delle tecnologie messe in campo per confezionare un live-album. Quella che sembrerebbe essere una buona notizia, in realtà non lo è stata, in quanto il risultato è stato il proliferare di album impeccabili ma che puzzano di finto lontano un miglio: insomma, un miglioramento della media generale, penalizzata però dall'assenza di esemplari che potessero svettare su tutto il resto grazie a meriti specifici. 

Questa è stata dunque la nostra difficoltà: scindere il vino dall'acqua, cercando di riconoscere il carattere carismatico di ogni singolo prodotto. In questa nostra ricerca gli ultimi venti anni, ahimè, non sono stati rappresentati più di tanto: senza togliere nulla alle nuove leve, la magia che si respirava nei vecchi live è stata soffocata da iper-produzioni che hanno comportato quel livellamento generale di cui sopra. 

Per dare un'idea di quali sono state le linee guida che hanno ispirato le nostre scelte, accenniamo ad un'opera idealtipica che, ancora afferente alla sfera dell'hard-rock (ma con importanti ripercussioni sull'heavy metal che si sarebbe sviluppato di lì a poco), riassume in sé tutte quelle caratteristiche che secondo noi dovrebbe avere un live-album: parliamo del leggendario "Live in Japan" dei Deep Purple, che peraltro non potevamo non citare per meriti storici. 

Scaturito dalla registrazione di tre date incendiarie tenutesi a Tokyo ed Osaka nell'agosto del 1972, "Made in Japan" fotografa la band nel suo momento migliore (all'indomani dalla pubblicazione di "Machine Head") con musicisti al top della forma ed una scaletta di brani strepitosa. Titoli come "Highway Star", "Child in Time", "Smoke on the Water" (e già solo questi tre basterebbero...), "The Mule", "Strange Kind of Woman", "Lazy" e "Space Truckin'" non hanno certo bisogno di presentazioni. 

Rispetto alle versioni in studio, sul palco i brani guadagnano ulteriore vitalità, freschezza e forza d'urto, in quanto non verranno meramente eseguiti, ma rivissuti, rimodellati, ricreati con l'istinto del momento: si pensi, per esempio, alla lunga sezione centrale di "Child in Time" animata dalle improvvisazioni di Jon Lord e Ritchie Blackmore, oppure al mitico drum-solo di Ian Paice in "The Mule". E' cosa frequente che il singolo pezzo prenda pieghe impreviste, ampliandosi a dismisura con il risultato che la durata media dei brani finisce per schizzare oltre i dieci minuti, con in vetta una ciclopica "Space Truckin'" che diviene una suite di venti minuti in cui succede praticamente di tutto, fra hard-rock furibondo, assalti prog e psichedelia stordente ai limite dello space-rock (e il silenzio stupito del pubblico alla fine del pezzo, prima degli applausi, è eloquente riguardo all'effetto che i funambolismi dei cinque devono aver provocato sui presenti). 

I momenti memorabili si sprecano. Uno su tutti, il leggendario botta-e-risposta fra l'ugola affilata di Ian Gillan e la chitarra di Blackmore in "Strange Kind of Woman": duello all'ultimo sangue che si conclude con un lunghissimo acuto strappa-tonsille (durante il quale è nato probabilmente Eric Adams...). "Made in Japan" è un concentrato di ispirazione ed arroganza dove nell'introduzione di "Smoke on the Water" Blackmore si permette persino di storpiare il riff più celebre del rock. Impossibile, del resto, menzionare tutti gli episodi degni di nota in questo incredibile documento, non a caso considerato come il miglior live-album nella storia dell'hard-rock, dove ciascun musicista mostra doti fuori dal comune, non ultimo il grande Roger Glover che con il suo basso sfrecciante costruisce la solida spina dorsale del sound incandescente dei Nostri. 

Va doverosamente menzionata, infine, l'accorta regia di Martin Birch, uno dei migliori produttori del settore (nel suo CV troviamo anche Black Sabbath, Iron Maiden, Rainbow, Whitesnake, Blue Oyster Cult ecc.), in grado non solo di governare queste note selvagge, ma anche di esaltare ulteriormente le gesta dei cinque musicisti, ai quali vanno comunque tutti i meriti di questa strabiliante performance

Nessun giochetto o effetto speciale, dunque, la musica dei Purple è "solo" voce, chitarra, organo, basso e batteria: cinque "elementi" che si abbattono selvaggiamente in un vero tripudio di ritmiche travolgenti e cascate di note. 

Riusciranno i "discepoli" del metal a raggiungere queste vette? 


Capitolo 1: Judas Priest
Capitolo 2: Motorhead
Capitolo 3: Iron Maiden
Capitolo 4: Ozzy Osbourne
Capitolo 5: Slayer
Capitolo 6
Capitolo 7
Capitolo 8
Capitolo 9
Capitolo 10


Conclusioni