10 gen 2026

VIAGGIO NEL DUNGEON SYNTH: FIEF



Il menestrello gentile - Fief, "Fief II" (2016) 

Con Fief possiamo considerarci in una fase avanzata e di piena maturità del dungeon synth. Abbiamo assistito al rifiorire di queste sonorità nei primi anni di dieci, una rinascita che avveniva in modo disordinato e attraverso diverse sensibilità: chi recuperava in modo del tutto calligrafico gli stilemi forgiati negli anni novanta, chi con spirito contaminatore introduceva novità, chi batteva un percorso isolazionista e si inseriva nel genere solo per una serie di affinità umorali e stilistiche, confezionando un ambient sui generis ed atavico che ripartiva addirittura dalla musica cosmica degli anni settanta. 

Posizionatoci nel secondo quinquennio degli anni dieci, possiamo riconoscere invece un movimento che ha acquisito consistenza e consapevolezza grazie al proliferare di molti nomi nuovi. Fra i rappresentanti più importanti di questa sorta di “second wave of the second wave” vi è sicuramente da indicare il progetto americano Fief (feudo in inglese). 

La peculiarità della musica professata da questo misterioso musicista di Salt Lake (Utah) è lo scollegamento definitivo dall'universo stilistico e dall'immaginario del black metal. Si parla di fase matura del dungeon synth anche per questo, ossia per il fatto che di questo genere si coglie il lato più genuinamente escapista senza l’ambizione a lungo coltivata (e tutt'oggi esistente) di dover a tutti i costi essere oscuri, epici o malvagi - tutti aspetti che il dungeon synth ha ereditato dal black metal, background comune a molti eroi, vecchi e nuovi, di questo genere. Come se, una volta riposta la chitarra elettrica nella custodia e sostituita con una tastiera, ci si sentisse in colpa e dunque in dovere di recuperare terreno in termini di cupezza. 

Non conosco Fief (in realtà, anche in questo caso non si sa molto della persona dietro al progetto), ma ascoltando la sua musica ho come l’impressione che non vi siano grandi connessioni con il metal, per questo mi immagino che il Nostro, affascinato dall'idea di potersi cimentare in uno stile di musica per vocazione evocativa, si sia limitato a proiettare la propria visione artistica senza dover per forza omaggiare Burzum Mortiis.

Per avere un’idea - visto che siamo pur sempre in un blog dedicato al metal - pensate a quei momenti da saltimbanchi medievali che trovano spazio negli album dei Blind Guardian: questo per dire che siamo di fronte ad una accezione diversa di dungeon synth, per lo meno rispetto a quello che è emerso fino ad oggi dalla nostra rassegna. 

Non si parli tuttavia di eccezione o fenomeno minoritario: esistono miriadi di artisti che hanno questo approccio (e li vedremo più avanti nella nostra trattazione) ed interi filoni tematici avrebbero preso forma (penso al forest synth). Fief, dal canto suo, è uno dei progetti più amati del dungeon synth “moderno”, soprattutto da coloro che, appassionati di fantasy e giochi di ruolo, apprezzano sonorità evocative senza dover per forza indugiare su atmosfere torbide, una "cornice musicale" che magari si possa prestare come sottofondo per avvincenti serate intorno ad un tavolo da gioco.

Insomma, potremmo definire la produzione di Fief come “the soft side of the dungeon synth”: un approccio che – ad onor del vero – già aveva iniziato a prendere piede negli anni novanta con i lavori di Depressive SilenceSolanum e Casket of Dreams. Un approccio che, al tempo stesso, sarebbe stato avversato da quei "fondamentalisti" che in questa versione "vivace e luminosa" del dungeon synth vedevano il rinnegamento dei principi originari, se non un tradimento vero e proprio (insomma, la sempiterna lotta fra "true" e "poser" che ammorba il metal in ogni suo "dipartimento"). 

Del resto questo concetto è chiaro fin dalle copertine dei lavori di Fief, raffiguranti candidi scenari fiabeschi e per lo più realizzate con colori tenui e concilianti. Quanto al lato prettamente musicale, è eloquente la descrizione fornita da un utente in un forum online, il quale indicava Fief come uno che fa musica medievale non utilizzando strumenti acustici, bensì tastiere. Ma non aspettatevi sontuose sinfonie degne di una colonna sonora di una pellicola fantasy: il dettame di fondo del dungeon synth vale ancora, ossia quello di realizzare determinati landscape sonori ricorrendo a suoni vintage

Nel caso di Fief la forza evocativa della musica supera ampiamente i limiti imposti dai mezzi, anzi, il carattere minimale delle sue “sonate” (se mi passate l’utilizzo improprio del termine) ha un che di intimo e carezzevole, come se il Nostro volesse con la sua musica descrivere situazioni interiori maturate nella solitudine da un viandante lungo il suo cammino attraverso foreste incantate o gremiti borghi medievali. Un viaggio nel tempo, senz'altro, ma anche un sentiero magico attraverso luoghi fantastici.

Parola d’ordine: staccare dalla realtà e rifugiarsi nei luoghi della immaginazione. Luoghi che - almeno questa è la mia impressione - offrono un rifugio sicuro e confortevole. 

Fief esordisce nel 2016 con l’omonimo debutto “Fief”, una ventina di gradevoli minuti che scorrono come un bicchiere d'acqua e a cui seguiranno a stretto giro (fra il 2016 al 2019 per l’esattezza) altri quattro album, tutti intitolati semplicemente Fief seguiti da un progressivo numero romano. E' del 2024 (quindi uscito ben 5 anni dopo!) il sesto e ad oggi ultimo full-lenghtFief VI”. L'ultima testimonianza discografica del Nostro è del 2025 con il singolo "Moonbeams In The Vestibule b/w Portcullis", una robetta di nemmeno otto minuti. La vitalità del progetto, tuttavia, è certificata dalla - seppur sporadica - attività concertistica (fra le altre cose, Fief sarà headliner in una della due giornate della prossima edizione dell'Albion Dungeon Fest).  

Ma torniamo a noi. Tutti gli album di Fief si muovono lungo le medesime coordinate. Decisamente brevi, essi non varcheranno la soglia della mezzora (fatta eccezione per “Fief VI” che arriverà "addirittura" a 39 minuti!). Scorrevoli, si compongono di tracce apparentemente semplici ma nei fatti ricche di spunti - altro aspetto che distanzia il Nostro da quelle tedianti produzioni che prevedono brani infiniti in cui non succede sostanzialmente nulla. 

Fief II”, sempre del 2016, viene di solito segnalato come il migliore della serie, sebbene non si differenzi molto dagli altri. Lo scelgo per convenzione, ma il consiglio è di ascoltare la discografia intera -  maratona tutto sommato fattibile considerata la brevità dei diversi tomi. Ascoltandoli uno dopo l’altro si noterà un progressivo miglioramento per quanto riguarda gli aspetti formali (i suoni, gli arrangiamenti). Le caratteristiche salienti della visione artistica di Fief, tuttavia, sono sempre le stesse e già presenti a partire dal validissimo esordio. 

Tali caratteristiche verranno confermate e potenziate in "Fief II", uscito poco dopo nel corso del medesimo anno e dalla durata leggermente superiore (quasi 29 minuti), ma dalla eguale intensità. 

Si nota anzitutto il tocco gentile ed elegante. I suoni prescelti sono quelli classici del pianoforte, della chitarra acustica, dell’arpa, dell’harmonium, del flauto (tutti riprodotti con le tastiere ovviamente). Il procedere dei brani può essere ondivago, ipnotico ma anche vivace ed allegro. Di solito partono sornioni per poi animarsi strada facendo, fra pause e ripartenze, arricchendosi di nuovi strumenti e linee melodiche: micro-mondi rappresentati in pochi minuti (tre, quattro minuti la durata media dei brani) ma che non danno mai l’impressione di risultare incompleti o mozzati sul più bello come purtroppo capita troppo spesso nel dungen synth. 

La capacità unica di Fief - mi verrebbe dire - è quella di saperti immergere in pochissimo tempo in una certa atmosfera, lasciarti vegetare in quella dimensione incurante del trascorrere del tempo e poi risvegliarti delicatamente con un conto alla rovescia che si completa con uno soffice schioccar di dita, come se fossimo al termine di una sessione di ipnosi. 

Nonostante le tracce siano brevi, il discorso di Fief non risulta frammentato, anche perché i brani, molto simili fra loro, sono capaci di offrire gradite piccole variazioni, rientrando nei confini di un viaggio sonoro coerente ed omogeneo. In genere i brani si sviluppano giocando con l’armonioso dialogo degli strumenti: un giro semplice di pianoforte o di clavicembalo funge da base su cui si innestano il battito aggraziato dei cimbali, i ricami di una arpa pizzicata o il pizzicato di un liuto, con le linee melodiche di archi o fiati (un flauto, un harmonium) a completare il quadretto. Il tutto orchestrato con senso dell’equilibrio ed un approccio corale in cui uno strumento non finisce mai per prevalere sugli altri, ma tutti si intrecciano in componimenti armoniosi. Scrivo questo ascoltando l’avvolgente opener Dawnlight Warms the Castle Stone”. 

Si parlava di utili variazioni, ed a proposito ecco un accentuato impeto ritmico ad animare la festante “Deep Forest Dance”, esplicativa fin dal titolo. Poi ovviamente c’è il brano che spicca: mi riferisco ad “In The Secret Glade of the Shy Dragon” (altro titolo ad alto tasso di suggestione) che si impone subito al primo ascolto con una massa sonora più corposa fatta di archi incalzanti, incarnando in definitiva l’episodio più dinamico del tutto. La conclusiva “Soul of a Nameless Bard”, di contro, rappresenta il lato più pacato e meditativo di Fief, sfoggiando melodie oniriche e struggenti che, nel momento in cui terminano, lasciano l’ascoltatore con la piacevole sensazione di essersi risvegliato dopo un bel sogno.

Dunque, si sarà capito, Fief esprime il lato più aggraziato e gentile del dungeon synth, che, fondato circa una ventina di anni prima sotto la cappa greve di oscure nenie medievali, si lascia alle spalle l’umido e il fetore delle antiche segrete per mettere il naso fuori ed esplorare luoghi di estrema suggestione e bellezza. 

Cosa dunque state aspettando ad uscire dai sotterranei?!?