7 dic 2019

AMON AMARTH, ARCH ENEMY, HYPOCRISY: LIVE AT O2 ACADEMY BRIXTON, LONDON - 30/11/2019



E’ forse mai possibile andare ad un concerto di artisti di cui importa poco o nulla? Intendo dire: spendere soldi per andare a vedere band di cui si ha una conoscenza, come dire, solo teorica? 

Ebbene sì, l’amore per la musica in generale, e per il metal in particolare, mi portano stasera all’O2 Academy Brixton per assistere alle esibizioni di Amon Amarth, Arch Enemy e Hypocrisy. Non posso definirmi un grande conoscitore di suddette band e, a dirla tutta, il melodic death metal non mi ha mai appassionato più di tanto, ma è il pacchetto nel complesso ad allettarmi: l’idea di vedere in una volta sola tre nomi così importanti. Cosa non secondaria: oggi è sabato e domani non si va a lavoro... 

Fuori dall’O2 c’è una fila che nemmeno al MoMa di New York: quei serpenti di persone che si attorcigliano intorno all’edificio e, aiuola dopo aiuola, svincolo dopo svincolo, ti portano quasi in un altro quartiere. Tuttavia son quelle file che ti fanno capire chi ti sta accanto. E’ un popolo "genuinamente metal" quello che si para davanti ai miei occhi: c’è il metallaro giovane e quello vecchio, c’è il metallaro con i capelli lunghi e quello con i capelli corti, e anche quello senza capelli. E ci sono persino le metallare, ma tutto nelle modalità e nelle proporzioni che ti aspetti. No intrusi, no imbucati, no personaggi strani: nessuno è qui per sbaglio. Tranne me. 

Qui il metal non fa brutti scherzi: va dagli Iron Maiden agli Amon Amarth, appunto. La visione del metal è pacifica e condivisa, non sono ammesse esitazioni: l’hard rock non è pervenuto mentre il black metal mette disagio; sembra, in un certo senso, di essere tornati negli anni ottanta e il sold out è la conferma che band come Arch Enemy e Amon Amarth, pur in un contesto estremo, si confermano fra i più vigorosi portabandiera di un approccio classico al metal. 

Gli Hypocrisy, chiamati ad aprire le danze, sono i miei personali headliner, considerato che sono gli unici che mi posso fregiare di conoscere. Peter Tagtgren, nonostante uno status di storicità anche superiore rispetto ai suoi colleghi di tour, ce lo ritroviamo umilmente sacrificato fra gli imballaggi della strumentazione e delle scenografie altrui. I suoi Hypocrisy, del resto, hanno brillato nel corso degli anni novanta e, sebbene in seguito non abbiano rilasciato opere memorabili, possono tranquillamente reggere tre quarti d’ora.

Dopo una falsa partenza, ecco che l’apertura sinfonica di “Fractured Millennium” irrompe fra luci verdi e blu: l’ingresso della band regala qualche emozione perché in questi suoni ci sento tutti i dischi curati dal Tagtgren-produttore negli ultimi venti anni, dai Marduk ai Dimmu Borgir, passando dalla resurrezione di Destruction, Celtic Frost ed Immortal. Lo screaming di Tagtgren è un po’ forzato e finisce per somigliare allo strepitare isterico di un Raimondo Vianello incazzato nero, mentre il growl sortisce un migliore effetto. Sull’alternanza dei due registri si basano i bei brani degli Hypocrisy, sette in tutto: una scaletta risicata che comunque tocca i momenti chiave di una carriera oramai quasi trentennale.

I musicisti di supporto sanno il fatto loro (pittoresco, in particolare, il biondo batterista che agita a tempo la folta chioma), ma la scena è tutta per Tagtgren che cerca continuamente il dialogo con il pubblico, ricevendo in cambio grande calore. Lacrime nel finale con le immancabili “The Final Chapter” e “Rosewell 47”. 

Quando attaccano gli Arch Enemy mi trovo ancora in fila al bar, ma la cosa non mi genera scompensi, perché gli Arch Enemy sono per me come “I Cavalieri dello Zodiaco”: non mi appartengono. Mi spiego meglio: esiste per ognuno di noi un cartone animato che rappresenta la fine dell’innocenza, quello che, guardandolo, ti rendi conto che sei cresciuto e che non è più tempo per i cartoni animati. Quel cartone animato per me è stato “I Cavalieri dello Zodiaco” e gli Arch Enemy sono stati il loro corrispettivo nel metal: comprai “Wages of Sin” (anno 2001) in una fase in cui il metal mi iniziava a stufare, non mi convinse e, di li a poco, mi sarei avviato verso altri orizzonti. Ma il passato è passato e stasera ho la speranza che gli Arch Enemy in qualche maniera, in qualche passaggio, in qualche melodia o arpeggio, possano inaspettatamente stupirmi in positivo.

Parto da Alissa White-Gluz: purtroppo stasera ho la conferma che il growl al femminile è poco efficace dal vivo. E non lo dico per pregiudizio o misoginia: l’ugola femminile, in campo estremo, si presta meglio allo screaming, per questo sono un estimatore di molte signore del black metal, ma per quanto riguarda il growl, esso esce dalle gentil fauci troppo secco ed asciutto, con un effetto simile allo “starnuto di cane”, mancando ahimè di quella profondità, potenza, espressività che un’ugola maschile può assicurare. È molto carina, Alissa, più carina di quanto possa emergere dalle foto, e ci sa pure fare con il pubblico, ma a parte il dato incontestabile che alla vista è più piacevole lei di un Glenn Benton o di un David Vincent, la sua voce ha indubbiamente arrancato nell’assecondare quella tendenza, a mio parere fastidiosa, del melodic death di dover rincorrere a tutti i costi il ritornello anthemico, pur non potendo contare sull’ampiezza vocale di un cantante power. 

Ci possiamo tuttavia consolare con due signori chitarristi come Michael Ammott e Jeff Loomies, quest'ultimo reduce dai dissolti Nevermore. Il primo si porta dietro il prestigio di aver marchiato la maturità dei Carcass, peccato che nei suoi Arch Enemy si sia accontentato di riprendere senza particolare originalità gli stilemi del metal classico; il secondo avrebbe potuto portare con sé la profondità e l’oscurità dei defunti Nevermore, eppure lo vediamo sprizzare leggerezza e serenità da tutti i pori, come dire: “Che bello suonare metal frivolo senza quella chiavica di Warrel Dane (por’anima, nda)”. Nonostante questo Loomies rimane invischiato in quell’amarezza schuldineriana (commovente il suo tapping esasperato in "Dead Bury their Dead") che è parte della sua cifra stilistica, e per questo gli vogliamo tanto tanto bene. 

Non dobbiamo infine scordarci che gli Arch Enemy sono dei professionisti e si possono fregiare di un canzoniere di tutto rispetto: il poker di assi calati ad inizio concerto (“The World is Yours”, “War Eternal”, “My Apocalypse” e “Ravenous”) è francamente accattivante, con un bel picco di partecipazione del pubblico registrato nel break acustico di “In My Apocalypse”, condito da cori da stadio e braccia ondeggianti.

Il trend della serata sarà caratterizzato da due correnti parallele ed opposte: gli aspetti formali (suoni,  luci, scenografia) miglioreranno di esibizione in esibizione a scapito di quelli artistici, che invece andranno progressivamente ad appiattirsi. Tagtgren stasera è stato certamente l’artista più creativo e i suoi brani hanno sfoggiato soluzioni, guizzi, intuizioni e slanci che hanno trasmesso un certo tipo di vitalità. Vitalità che è andata a scemare con gli Arch Enemy e la loro adesione programmatica ad una "formula" che ha certo valorizzato il talento melodico degli eccelsi chitarristi, ma che ha reso assai prevedibile lo svolgimento dei brani. Con gli Amon Amarth si è arrivati al trionfo definitivo della “formula” a scapito dell’espressione delle singole individualità. La loro musica, infatti, mi è parsa stasera il frutto di algoritmi, come se essa fosse stata generata matematicamente dopo che in un calcolatore fossero stati inserite funzioni quali “death metal” + “Iron Maiden” + “epicità” + “tematiche vichinghe”. 

Gli Amon Amarth, del resto, sono oramai una multinazionale del melodic death metal: sono come una catena di ristorazione che ti fa un caffè decente se ti trovi all’estero, ma che è lontano dai livelli eccelsi del caffè italiano (per non scomodare quello napoletano). Essi offrono un servizio senz’anima, dove ognuno compie con professionalità il proprio compito, ma senza mai brillare veramente. A mio modesto parere i Nostri godono di una popolarità ingiustificata rispetto a quanto effettivamente espresso in termini di song-writing ed innovazione, ma evidentemente sono stati il gruppo giusto al posto giusto: una proposta, la loro, basata sulla rivitalizzazione degli stilemi del metal classico attraverso il medium del death metal, con ovviamente una bella dose di epicità che piace tanto al metallaro medio. 

Già l’idea di aprire le danze con la registrazione di “Run to the Hills” mi è parsa una ammissione di povertà di spirito, ma d’altra parte non gli puoi rimproverare nulla agli Amon Amarth, perché confezionano la loro esibizione in modo impeccabile: musicisti precisi, front-man in grado di tenere in pugno un pubblico ben nutrito ed una scenografia che va decisamente oltre il budget a disposizione nella media delle band metal. Una mega-produzione semi-hollywoodiana che sembra guardare agli spettacolari show della Vergine, dalle imponenti scenografie all'utilizzo di figuranti sul palco. Se però una volta c’era Jenick Gers che fronteggiava a suon di fendenti di chitarra il pupazzo di Eddie, oggi c’è Johan Hegg che con un martello gigante prende a mazzate un drago gonfiabile. 

Veramente impressionante, inoltre, il posizionamento della batteria su un elmo gigante, con tanto di caratteristiche corna ed occhi-schermo su sui appaiono immagini collegate al tema del brano di volta in volta eseguito. Ad un certo punto del concerto quello stesso elmo si alzerà ulteriormente, lanciando Jocke Walgren ad altezze vertiginose, con grande effetto da un punto di vista visivo. E poi i due guerrieri armati di spade e scudi che si sfidano in goffi duelli, il trashissimo mostro dagli occhi verdi luminosi, statue giganti di guerrieri in pietra degne della scenografia di un film fantasy, rune che prendono fuoco, zaffate di fumo, cascate di scintille, lanciafiamme, coriandoli e chi più ne ha più ne metta. 

E la musica? La musica va. Come potrebbe non andare, del resto, essendo essa estremamente semplice e schematica? A partire dagli estratti dall'ultimo "Berserker" (citiamo l'avvincente opener "Raven's Flight" e la massiccia "Wall Shield") fino a classiconi “Guardians of Asgaard”, l’anthemicaRaise your Horns” (un momento di grande comunione fra band e pubblico) e la conclusiva "Twilight of the Thunder Gods" (che alla fin fine rimane il miglior brano dei Nostri), la storia raccontata è sempre la stessa: riff rocciosi, melodie maideniane, andamento cavalcante, doppia-cassa a pale di elicottero, cambi di tempo scontati ma collocati al momento giusto. E poi il growl trascinante di Hegg, barba possente e fido corno appeso alla cintura: fra scorribande lungo l’ampio palco e il continuo aizzamento del pubblico, il nerboruto front-man è stato il vero mattatore della serata. Infaticabile. 

Promuovo infine gli Amon Amarth, responsabili di uno show sfavillante in cui la musica però è stata quasi un riempitivo, un condimento all'imponente apparato scenografico. L'entusiasmo dei fan, tuttavia, non ammette repliche e certifica il successo di questa band che, più di altre, sembra oggi incarnare lo spirito più autentico del Metal. Quanto a me, se mi vien voglia di vichinghi, mi vado piuttosto a riascoltare un "Hammerheart"...