4 dic 2019

RECENSIONE: "HEARTS OF NO LIGHT" (SCHAMMASCH)


Da piccoli ci hanno insegnato che nel calcio non si deve mai tirare di punta. Ronaldo (quello brasiliano) nei Mondiali del 2002 portava la sua squadra alla vittoria grazie a due gol, il secondo dei quali fu proprio tramite un tiro di punta: un inusuale gesto tecnico con il quale il giocatore intendeva, a distanza ravvicinata, anticipare il portiere spiazzandolo in velocità. Quel giorno capii che i campioni possono tutto. 

A Paradigm of Beauty” è il tiro di punta degli Schammasch, il brano rock che non ti aspetti in un album teso, drammatico, austero come “Hearts of No Light”. Un capolavoro nel capolavoro. 

Se posso esprimermi a titolo personale, direi che il 2019 non ha mostrato grandi segni di vitalità nell’universo metallico. Non che non siano usciti lavori di qualità: “Empath” è stato il consueto parto geniale da parte di Devin Townsend; quello dei Possessed, con il validissimo “Revelations of Oblivion”, è stato un clamoroso ritorno; l’attesissimo “Fear Inoculum” dei Tool, infine, ha saputo fronteggiare le altissime aspettative creatosi in uno iato di tredici anni di lontananza dal mercato discografico. Ma si parla di veterani, quando fra le nuove leve non si registrano particolari acuti. Guardando alla migliore gioventù ci tocca premiare “Caligula” del progetto Lingua Ignota , che in verità solamente in modo tangenziale si ricollega al metal, incarnando le fattezze di una operazione di estremismo musicale sui generis che, giocoforza, finisce per lambire i lidi del black metal. 

Meno male che nello scorcio finale dell’anno si è palesato un lavoro capace di smentire in parte queste mie impressioni: gli svizzeri Schammasch, dai nobili e promettenti trascorsi (abbiamo ancora nel cuore il bellissimo triplo “Triangle”), sferrano un altro gran colpaccio: il monstre albumHearts of No Light”, quasi un’ora e venti minuti di estasi musicale. Mi limito all'aggettivo “musicale” perché oramai delimitare la proposta degli elvetici in questa o in quella categoria è operazione del tutto riduttiva. La definizione post-black metal potrebbe ancora funzionare, ma nei fatti siamo oramai al cospetto di un blackened death metal di vocazione segnatamente rituale e dalle svariate declinazioni, come se le lezioni dei conterranei Celtic Frost (punto di riferimento imprescindibile per i Nostri) siano state riprese dagli attuali Behemoth (a proposito: ottimo il loro “I Loved at Your Darkest”, altro episodio da ricordare di questo 2019) e portate ulteriormente avanti, con esiti a dir poco esaltanti. 

Anzitutto vorrei fare un applausone a tale Markus Stock che, insieme al frontman C.S.R., ha curato il mixaggio, sapendo catturare in pieno la complessità della proposta e rendere tutte le sfumature che un sound così variegato può offrire. Trovo in genere noioso il track by track, ma in questo caso una veloce carrellata può rendere meglio l’idea di ciò di cui stiamo parlando. 

Winds that Pierce the Silence” è una strumentale che, da un incipit di pianoforte classicheggiante e tramite una progressione post-rock, ci conduce alla maestosa openerEgo Sum Omega”, che vola già a livelli altissimi con una coda black metal che sembra uscire da “De Mysteriis dom Sathanas”. E scusate se è poco. Il tempo di un intermezzo di soffusa elettronica (l'ulverianaA Bridge Ablaze”) ed ecco che l’accoppiata “Qadmon’s Heir” e “Rays like Razors” impone quella che è l’effettiva cifra stilistica della band nel 2019: ottenebranti growl e voci pulite che si fronteggiano sulle assi di un palcoscenico musicale di grande spessore dove le chitarre si incontrano in intrecci clamorosi e possenti riff, mentre la sezione ritmica assolve al proprio compito con fantasia e precisione. 

Prosegue sulla stessa scia “I Burn within You” che si distingue per la folle comparsata vocale di Aldrahan (ex Dodheimsgard) e per un bel finale in stile Anathema  dell'era “The Silent Enigma" (in particolare nell’arpeggio alla fine). E’ poi il momento della già citata “A Paradigm of Beauty”, un atipico brano rock dalle venature dark e dal flavour epico/ottantiano (vengono in mente i Fields of Nefilim) chiamato a smorzare la tensione fino ad allora accumulata. 

A chiudere le danze troviamo due tracce tanto diverse quanto bisognose l'una dell'altra: “Katabasis” è una sfuriata visionaria dai pochi compromessi, un’apocalisse sonora che mette in luce il lato più feroce degli svizzeri (che quando vogliono, sanno fare davvero male). “Innermost, Lowermost Abyss” ne è il perfetto contraltare: una strumentale di un quarto d’ora in cui si passa con disinvoltura dall’elettronica, ai sapori esotici di una chitarra pizzicata, fino ad un raffinato ambient dai contorni mistici. Come dire: la quiete dopo la tempesta. Seguono i consueti quattro rintocchi. 

Se questa successione di sonorità vi sembrerà confusionaria o inconcludente, siete sulla strada sbagliata, in quanto in “Hearts of No Light” è proprio la disposizione degli elementi, il loro incastro,  l'effetto orchestra a costituire l’arma vincente, palesando una creatività ed una maturità compositiva fuori dal comune: questo è il metal che vogliamo sentire nel 2019! 

Come si diceva in principio: i campioni possono tutto