"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

21 gen 2019

VIAGGIO NEL METAL ASIATICO - METAL E PETROLIO: IL BAHRAIN



Iniziamo la perlustrazione del Bahrain con un gargarismo black metal, i Set, un gruppo che sarebbe piaciuto a Euronymous: scarno, diretto e alla ricerca di autentica malignità. E rincariamo la dose con Dhul Qarnain, un black metal che gioca sull’equilibrismo tra lo-fi spinto e il “non si capisce un’autentica mazza”. In alcuni passaggi tuttavia rinunciano a questi funambolismi e piazzano là un paio di passaggi dalle atmosfere sinistre. In altri ancora propongono “atmosfere”, ovvero latitanza compositiva totale. Triplichiamo con i Kusoof, sicuramente una delle proposte blackeggianti più particolari della penisola arabica, in cui si riconoscono nenie arabiche trasfigurate in maniera convincente in un tappeto black. Decisamente uno degli esempi migliori di fusione tra elementi di musica tradizionale e metal che mi sia capitato di sentire da queste parti. 

Tanto per chiarire, esistono tre forme che ho ad oggi individuato di metal “etnico”: quello decorativo, che crea delle cornici, degli orpelli, delle rifiniture, insomma elementi esterni e di superficie, e lì si ferma, senza andare nel cuore della composizione. Il secondo tipo è quello che parte da un motivo etnico, per metallizzarlo in maniera letterale, cioè trasporlo per orchestra elettrica (così fanno i Narjahanam per esempio). Il terzo e meno frequente caso è proprio la ricerca di innestare le melodie etniche nel corpo di una composizione black, facendone il riff portante, ma sempre in maniera sufficientemente profonda da dare il piacere di vederla venire alla luce, o di intravederla nelle maglie della struttura.

Carichi di questa energia, possiamo smaltire i Longfulness, malinconia strumentale per piano e chitarra, per lo più. I brano si suddividono in due tipologie: fermata del 60 prima delle otto di sera (perché passa ogni 4 minuti circa) e fermata del 60 dopo le otto di sera (quando passa ogni 6 minuti, talora anche sette-otto). Una voce bisbiglia in sottofondo poche frasi, credo qualcosa tipo “deve essere in ritardo….e poi si lamentano e fanno anche gli scioperi”. Se i Longfulness sono una dura attesa, i Qafas sono invece la canonica mancanza di speranza del funeral doom, che ci cantano di come “il tempo faccia solo marcire le vecchie ferite”.

Saliamo a questo punto in superficie, e torniamo a veder le stelle con il death più o meno melodico, più o meno blackened. Menzioniamo in questo ambito tre gruppi tra loro imparentati, ruotanti intorno a un nucleo di death melodico. Trattasi dei Gravedom, Narjahanam e Smouldering in Forgotten. Soprattutto questi ultimi offrono un death variegato con alcuni episodi che ricordano la breve stagione del gothic death a due voci, tipo Theatre of Tragedy. Breve perché ruppe presto i coglioni, va detto. Ogni fantasia di dolcezza è però compromessa da ciò che apprendiamo sulla genesi del nome “Smouldering in forgotten”, citazione di un verso dei “Puttana Caprona” di New Orleans. Ispirazione che ha folgorato anche i Gravedom, nell’attingere alla stessa fonte per il proprio nome. Capirete che chi intende occuparsi di melodia ispirato dai testi dei “Puttana Caprona” (Goatwhore), poi regredisce in una più prevedibile brutalità death, ed è infatti quello che accade anche ai nostri, godibilissimi tuttavia in entrambe le versioni.

In un panorama del genere, scendono dalla montagna del sapone i Metaholic, che in un’intervista pontificano su come suonare metal significa essere tutti fratelli (neanche fossero una gang di motociclisti) e di come il metal esprima la voglia di essere se stessi (cosa mai vorrà dire poi quest’espressione?). Ma perché i Metaholic vogliono essere se stessi? Le malelingue li tacciano di satanismo, e non ce ne facciamo una ragione sentendo scorrere le note di una sorta di hard rock melodico. Sappiamo e ricordiamo che in termini teologici il satanista è il blasfemo, e quindi si va dai Deicide ad Ataru Moroboshi, quindi anche i Metaholic meritano di essere gettati in questo calderone se vogliamo. Non che sia auspicabile essere davvero dei cultori di chissà quale blasfemia giovanile, ma sentire dei ragazzi inneggiare al diritto di divertirsi, alla libertà di non avere idee particolari e al fatto che suonare metal è per “tipi in gamba” fa un po’ tristezza come messaggio. 

A cura del Dottore