"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

22 giu 2022

VIAGGIO NEL FUNERAL DOOM: DOLORIAN


Quattordicesima puntata: Dolorian - "Voidwards" (2006) 

Si diceva che a certe band la definizione di funeral doom sta decisamente stretta, e questo è senz'altro il caso dei finlandesi Dolorian, che in verità sono autori di una proposta fin dalle origini difficile da classificare. Per comodità li si è spesso associati a questo genere, un po' per il loro doom dalle forti tinte nere e contiguo a quello dei connazionali Unholy, un po' per gli umori lugubri e per le tematiche in odore di depressive black metal, ma nella loro musica c'è molto di più: dark-wave, musica rituale, ambient. 

Devo ammettere tuttavia, che, al di là del tema oggetto delle nostre dissertazioni (il funeral doom), "Voidwards", il loro terzo album, mi ha molto colpito, incuriosito ed avvinto più di ogni altro ascolto fatto negli ultimi anni in ambito metal. Perché "Voidwards" è, prima di tutto, una esperienza: un'opera inafferrabile, fuori da ogni categoria, fuori dallo spazio e dal tempo, "infinita". Un'opera che, come precisano gli stessi autori, non ha inizio e non ha fine, non ha né passato né futuro

I Dolorian esordiscono nel 1999 con "When All the Laughter Has Gone" (titolo geniale!), imponendosi nel sottobosco estremo del periodo con una proposta che si collocava al confine fra funeral doom e depressive black metal, sebbene il trio già si muovesse ampiamente fuori da ogni tipo di classificazione. 

Il suono, semplicemente, prendeva direzioni non preventivate, costituendo il frutto mutevole dell'incontro fra le tre istrioniche personalità che componevano la band: Anti Ittna Haapapuro (voce e chitarra), Ari Kukkohovi (batteria, basso e chitarra) e Jussi Ontero (tastiere) avevano un approccio ai propri strumenti che potremmo definire "free", ricordando per certi aspetti gli indimenticati Ved Buens Ende...... Stilisticamente siamo distanti dalle contorsioni post-black dei norvegesi, ma il doom estremo dei Dolorian brilla grazie alle licenze che si concedono i tre musicisti, con pattern ritmici variegati ed un procedere ondivago che valorizza ora il lavoro fantasioso della chitarra, ora le ambientazioni intessute dalle tastiere. 

In origine il suono del trio era più irruente e compatto rispetto ai lavori successivi, e per questo maggiormente compreso e gradito dagli appassionati di sonorità estreme. Encomiabile, tuttavia, è lo sforzo della band volto all'espansione del proprio suono, per questo i nostri apprezzamenti vanno piuttosto ad un lavoro come "Voidwards" (2006), apice sperimentale del trio, dopo che il sophomore "Dolorian" (2001) aveva introdotto in modo massiccio sonorità dark-wave (ed espresso in particolare l'ammirazione per un gruppo come i Lycia) e che lo split con gli Shining (2003) avesse certificato la prossimità a territori depressive

Non so come spiegarlo, ma "Voidwards" è la gestazione bizzarra di una band che fin dagli inizi non si è riconosciuta in schemi precisi e che dopo qualche fase di assestamento ha inteso dare espressione senza reticenze alle proprie visioni. Quello che mi affascina di queste operazioni è il concetto di sviluppo del suono come modus operandi e non come risultato a cui tendere, come se l'evoluzione avvenisse naturalmente, semplicemente suonando, senza strappi né artifici. Quelle evoluzioni stilistiche in cui certi elementi del sound vengono gettati via come inutile zavorra e certi altri approfonditi, conservando nell'essenza lo spirito della visione artistica da sempre professata. 

Per certi aspetti "Voidwards" mi ha ricordato gli Earth di "Hex; or Printing in the Infernal Method", che usciva un anno prima. Con quell'album ci si muoveva, senza traumi, dalle badilate elettriche di un insostenibile drone-metal a sonorità desertiche, sempre maledette, ma tributarie di certo folk/country a stelle e strisce. Del resto l'insistenza che il plettro pratica sulle corde, il riverbero, il vuoto che la band insegue nota dopo nota evocano la desolazione delle spettrali ballate di Dylan Carlson, pur probabilmente non essendovi nessun collegamento diretto. 

Quando i Nostri dicono che questo album non ha inizio, c'è da dargli retta: "Dual - Void - Trident" apre le danze con una chitarra arpeggiata, sussurri ed una batteria sorniona. E' un brano che non decolla, sembra piuttosto una introduzione (di cinque minuti!) che tergiversa per poi confluire nella successiva "In the Locus of Bone", che in verità prosegue pari pari il discorso, salvo poi rendersi consistente con riff più aggressivi ed uno screaming corrosivo. Ma già in questi frangenti ci si rende conto che la band non è intenzionata ad associarsi ad alcunché cliché, tanto che, appena ci sembra di capire qualcosa, subito ci ritroviamo inabissati nelle spire esoteriche dell'intermezzo "Co-il-lusion". 

Ben tre saranno gli interludi strumentali chiamati a suddividere il flusso sonoro in blocchi, anzi, in cerchi concentrici. I brani sono concatenati fra loro, non è scontato capire quando termina l'uno ed inizia il successivo, essi semmai sembrano costituire, tutti insieme, un unico getto di suoni dall'intensità variabile. Questo, in fondo, è il minimo che ci possiamo attendere da un'opera che non ammette né un inizio né una fine. 

Quello che rende poco codificabili i Dolorian è lo stile dei musicisti e il modo come si integrano: la chitarra arpeggiata domina il panorama, ed anche quando il piede va sul distorsore, essa continua a macinare ipnotiche visioni, scosse da un drumming che non ne vuole sapere di mollare la presa o adagiarsi su un quattro quarti. La voce, poi, per lo più impostata sulle frequenze di un subdolo sussurro o di un cupo recitato, solo raramente si inasprisce in uno screaming disarticolato o in un growl, e per questo finisce per essere l'elemento più disorientante, vanificando ogni possibile classificazione. Ontero non compare più nella line-up ufficiale, ma le sue tastiere sono ancora presenti (egli presenzia in virtù di guest), levigando le arcigne progressioni dei compari e ammantando di connotazioni misteriche le dieci tappe del viaggio. 

I brani sono  di lunghezza variabile, vanno dai dieci al singolo minuto, con una media assai al di sotto degli standard del genere (beninteso: l'album dura sessantacinque minuti e li si sente tutti). Il secondo blocco di album si compone di tre brani dalla durata considerevole che spingono all'estremo le premesse gettate con la prima terna, continuando ad alternare in modo fluido, onirico, fasi atmosferiche e passaggi più muscolari in cui la situazione sembra precipitare e riportarci alle sonorità degradate dell'esordio. Segnaliamo la strumentale "The Flow of the Seething Visions", sorretta nei suoi quasi dieci minuti dalle corde di una chitarra classica dal flavour spagnoleggiante, con sinistre tastiere e farfugliamenti nel sottofondo a ricondurre l'esplorazione acustica entro i binari di un rituale. Magia allo stato puro!  

Il bello di questo album è il modo in cui procede, il modo in cui sa fermarsi e poi ripartire, ma non all'insegna di quell'alternanza (che spesso diviene prevedibile) di pieni e vuoti, di rilascio e tensione, che spesso caratterizzano il metal estremo per vocazione atmosferico, bensì seguendo lo strascico di ogni singola nota ed azzardando la mossa che sembra più congeniale in quel momento specifico. Il cammino è subdolo e ricco di insidie: a momenti si procede con passo di equilibristi lungo il bordo dell'abisso, accarezzando arpeggi di chitarra che susseguono ad altri arpeggi accompagnati da schemi ritmici che variano continuamente; vi è il rischio ad ogni angolo della caduta verticale negli abissi del black metal (che affiorerà in più di un frangente); altrove converrà fermarsi e concedersi una pausa, atterriti, fra le nebbie di un ambient allucinogeno. Molti sono i passaggi interlocutori. Interlocutorio è l'aggettivo più adatto per descrivere la sensazione più diffusa durante l'ascolto del platter: un perenne vigilare, un chi va là che non annoia mai in quanto l'attesa viene sempre premiata da soluzioni che funzionano.     

Rigurgiti di funeral doom propriamente detto riaffiorano con la massiccia "Epoch of Cyclosure" che rispolvera un growl spaventevole  ed orripilanti duetti a braccetto con lo screaming. Riff corpulenti si impongono finalmente, solo resi un po' più sbarazzini da giri di organo simil-settantiano, perché i Nostri delle cose semplici non ne vogliono sapere. L'ultima tragica cavalcata porta il nome di "Naga Raja - Rising", quasi un post-rock per chitarre senza distorsori e cantanti senza voce, dieci minuti e mezzo di arpeggi sbilenchi ed oscure visioni che concludono l'opera... ma anche no. Si era detto, del resto, che "Voidwards" non ha fine, no? 

Nel metal spesso si ragiona per categorie: o si suona un determinato genere perché se ne vuol far parte oppure si forzano i confini perché si ambisce a farlo per poi, però, ricadere in altri generi o rappresentare una ibridazione dei medesimi. Poi esiste una terza, ristretta, categoria di musicisti che semplicemente se ne fregano delle categorie e sviluppano un proprio suono, il più delle volte pagando il prezzo di non essere allineati. I Dolorian appartengono sicuramente a quest'ultima categoria, ahimè, risucchiati da quello stesso vuoto che hanno cercato di inseguire con "Voidwards", ultimo atto (ad oggi) della loro epopea, forse conclusa, forse no. Quanto a noi, non ci resta che premere nuovamente play e continuare il nostro cammino verso l'Infinito....