"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

25 lug 2015

PENSIERI A CAZZO SU “A UMBRA OMEGA”, DØDHEIMSGARD



Tutto è niente.


Avantgarde?

Avantgarde black metal?


Come giustamente disse una volta Ihsahn, “il black metal è agonia” (peccato però che poi Ihsahn da solista si sia messo a fare avantgarde...).

(A proposito di Ihsahn, avete visto il bill di quest'anno del Be Prog! My Friend 2015? (festival barcellonese davvero bellino giunto quest'anno alla seconda edizione) C'erano: Ihsahn, Katatonia, Vincent Cavanagh acustico, Devin Townsend, Leprous, Camel (!!!) e Meshuggah! E l'anno scorso: Anathema, Pain of Salvation, Opeth, Fish (!!!), Alcest ed Antimatter. Non so voi, ma io prenoto adesso i biglietti per il prossimo anno!)

Torniamo all'avantgarde. Ma cos'è l'avantgarde black metal? Mi viene in mente roba schizzata, dissonante, isterica, triturante palle e cervello. Più o meno quello che suonano i Dødheimsgard.

Ora, mi chiedo: posso io alla mia età avere ancora voglia di avantgarde metal? Guardate un attimo la scaletta delle tracce di “A Umbra Omega”:

1) The Love Divine (1:03)
2) Aphelion Void (15:14)
3) God Protocol Axiom (13:12)
4) The Unlocking (11:21)
5) Architect of Darkness (11:59)
6) Blue Moon Duel (14:20)

Ripeto dunque la domanda: posso io alla mia età avere ancora voglia di avantgarde metal?

Mi posi il quesito il giorno stesso che comprai il cd, la sera stessa prima di inserire il cd nel lettore. Era venerdì sera, ero già un po' brillo, reduce da un buon aperitivo, e tornai a casa per prendere un cd da mettere in macchina per sfiaccolare verso una cena. E mi ricordo che indugiai un paio d’istanti innanzi ad “A Umbra Omega”, cd ancora intonzo, comprato il giorno prima insieme ad altri. Mi dissi chiaramente: ascolto-lampo per decisione-lampo, salto l'intro di un minuto, ma se il secondo pezzo parte subito con una sparata, lo casso seduta stante.

Il secondo pezzo parte con una sparata.

Tutti i pezzi, più o meno, partono con una sparata.

Inutili sparate di una trentina di secondi (peraltro, ogni cosa dura non più di trenta secondi in questo disco), inutili perché poi dopo succede di tutto. Ma non ho ancora risposto alla domanda: posso io alla mia età ascoltare avantgarde metal? E poi, per piacere, non fatemi più vedere titoli del tipo “God Protocol Axiom” o “Blue Moon Duel”, vi prego!

Il fatto è che ovunque mi fossi imbattuto in “A Umbra Omega” erano lodi sperticate, non-recensioni di parole a caso scritte a mo’ di poesia futurista (sarò stato in qualche maniera influenzato da tutto ciò, visto che sto adottando la formula “pensieri a cazzo”?), non-recensioni, dicevo, sonetti scritti male che più o meno ripetevano “grandioso”, “immenso”, “fantastico” e cose di questo tipo. Senza ovviamente spiegare un cazzo. Voti: fra il 9,5 e il 10. Micacazzi.

“Grandioso”, “immenso”, “fantastico”, ma (attenzione) “non di agile fruizione”. Sono i ferrei automatismi del metallaro, per il quale un album difficile è necessariamente un album bello (vi capita mai di leggere “faticherete molto all’inizio, ma poi, dopo svariati ascolti, verrete ricompensati”? Ma perché, dico io, bisogna per forza soffrire? Ma quali sensi di colpa ha il metallaro da dover espiare?).

Gli album avvolti da isterico entusiasmo però mi insospettiscono.

Per questo, prima di procedere con l'acquisto, andai a sondare la situazione su youtube, imbattendomi in una canzone che però mi sembrava abbastanza una stronzata: veloce/medio/lento/veloce, fuoriosi blast-beat, arpeggioni distorti, chitarre dissonanti, continui cambi di tempo, addirittura sprazzi di pianoforte jazzato e sax strizzato (ma ben coperto) come accade nella migliore tradizione avantgarde (appunto). E sopra un ornitorinco fautore di un growl & screaming teatrale che, fra declamazioni e moine, singulti e grida, frizzi e lazzi, si ripercuote incessantemente sulle nostre orecchie. Insomma: quanto di più lontano ci possa essere da ciò che ascolto oggi.

Poi sai come va: ti rechi dal tuo negoziante di fiducia, chiacchieri, di sera campioni di mattina coglioni, ordini cd e già che ci sei ordini anche l'ultimo dei Dødheimsgard (il cui nome, per inciso, ti dovevi essere scritto su un foglietto perché sennò era impossibile che ti ordinassero il cd giusto, e dunque la cosa un po' premeditata era, un po' colpevole sei...).

E quindi lo ordini, con la speranza che il tuo negoziante non te lo trovi...ed infatti non te lo trova, per mesi, fin quanto un giorno ti dicono che sono arrivati i Dødheimsgard (azz!).

E quindi, se ce l'hai, l'ascolti.

Punto primo: l'album non è affatto male.
Punto secondo: Che belli però i Ved Buens Ende.....
Punto terzo: l'album è per proprio ganzo. Non ne capisci il motivo, perché alla fine sono tracce di più di dieci minuti l'una, tutti uguali, in cui accade di tutto, ma è come se non succedesse niente. Però ogni tanto spuntano i Ved Buens Ende..... (che belli i Ved Buens Ende.....), perché (ma questo lo sapete) il leader della banda, Vicotnik (uno non proprio simpatico, o meglio, uno simpatico come la merda, simpatico come il padre che, il giorno del compleanno di suo figlio, si presenta dal figlio che si aspetta un regalo dal padre e gli spiega che il regalo è il suo nuovo taglio di capelli, “bello, eh?”), suonava la chitarra anche là, insieme a quei matti di Skoll (Ulver ed Arcturus) e Carl-Michael Eide (Aura Noir), bel trio di matti che seppero dare alla luce l'ottimo “Written in Waters”, cd che in gioventù ho letteralmente consumato.

I Dødheimsgard no, non li ho mai considerati (non si può ascoltare tutto). Strano, perché ci cantava Aldrahn, che ai tempi era un po' come il prezzemolo, te lo ritrovavi dappertutto (Zyklon-B, Old Man's Child, Thorns e pure qualche strusciata d'ugola in Isengard e Dimmu Borgir). Gente insomma che mi sta simpatica. E dunque perché non rifarsi nell'anno 2015, con il ritorno in pompa magna della band dopo otto anni di silenzio, con tanto di figliol prodigo Aldrahn, co-fondatore della band, sparito da un po' di album a questa parte? (Mi chiedo sempre con che spirito certa persone, magari padri di famiglia, magazzinieri o impiegati delle Poste Norvegesi, tornino in studio e, come se niente fosse, si rimettono a suonare evvimedal).

Insomma, dai, ci può stare: gruppo seminale imperdonabilmente trascurato, ritorno bomba con disco bomba e formazione bomba, occasione più unica che rara per recuperare: potevo non comprarlo?

Il disco dunque è ganzo, non è ostico (già dal primo ascolto si fa piacere e può essere colto nell'essenziale) e vale sicuramente la regola: tira e tira i sassi, e vedi che prima o poi il barattolo lo cogli. Il fatto è che i Dødheimsgard ne lanciano tantissimi di sassi e, incredibilmente, quasi tutti vanno a colpire il barattolo. Paura che un disco con canzoni di un quarto d'ora l'una possa tediare? Naaaaaaa. Paura che un disco con canzoni di un quarto d'ora l'una possa risultare dispersivo? Seeeeeeeeee. “A Umbra Omega” è un album tosto, tonico, denso di contenuti, sfavillante di spunti ed idee stuzzicanti, in pratica non ti annoia mai e paradossalmente sono i momenti black a non convincere. E' un grottesco insieme di note e vocalizzi, un lavoro deforme, intrinsecamente schizofrenico, ma di quella schizofrenia che a volte diverte, non in modo volontario ovviamente. Prendete la voce di Aldrahn il declamatore, dedito ad un incessante spoken-word a metà strada fra il cinghiale infuriato e l'invasato arringatore, una voce che ha volte sortisce effettata con quegli effetti tipo fantasma di “Ghostbusters”, più ridicolo che spaventevole, ma azzeccatissimo per la musica incasinata dei Dødheimsgard.

Sorta di Arcturus-non-sinfonici, i Dødheimsgard sono gente che sa suonare, che fa musica un po' sopra le righe, ma che nel complesso ci sta dentro. Folli però no (a meno che per folli intendiate quelle ragazze perfettamente sane di mente, forse un po' sceme, che al liceo dicevano di esser matte, ed iniziavano autonomamente ed improvvisamente a sbellicarsi dalle risate non si capiva mai per quale motivo), no, i Dødheimsgard non sono folli, almeno non sono affetti da quella follia visionaria che può ispirare l'arte di un Vikernes. Sono sani esemplari della vecchia ed onesta Vecchia Scuola, che, nonostante il trascorrere degli anni, suona abbastanza fresca.

A colpire, più che altro, è a) l'ispirazione che pervade tutto il lavoro di chitarra e circa il 70% dei frammenti buttati nel calderone, b) e la bravura dei quattro nel saper incollare un miliardo di pezzetti senza mai dare la percezione che si stia ascoltando un miliardo di pezzetti. Ecco: “A Umbra Omega” è un bel collage con dei momenti davvero notevoli.

Del resto, nel più ci sta il meno.

E niente è tutto.

Disco dell'anno.