"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

15 dic 2015

ANATHEMA: "WE, THE GODS"


I MIGLIORI DIECI BRANI “LUNGHI” DEL METAL
INTERMEZZO I: “WE, THE GODS” (ANATHEMA)

Conclusa la nostra rassegna sui migliori brani lunghi del metal classico, ci apprestiamo dunque a compiere la medesima impresa in ambito estremo: doom, black, tutti generi che del formato XXL hanno saputo fare un uso sapiente. Ma prima di procedere ci concediamo un momento di ristoro, andando ad analizzare tre brani a nostro giudizio meritevoli, ma che per diversi motivi non siamo riusciti ad includere nelle due classifiche ufficiali.

Apriamo l'intermezzo con “We, The Gods” degli Anathema: un brano che avrebbe meritato di presenziare ai piani alti della classifica dei migliori dieci brani lunghi del metal estremo. Come mai allora la releghiamo in questo limbo? Non per demeriti artistici, ma per questioni prettamente metodologiche. Nell’anteprima, infatti, avevamo dettato le regole ed era stato deciso come assunto di base che i brani scelti avrebbero dovuto durare almeno dieci minuti: un metro indispensabile per navigare ed orientarsi nel mare magnum del metal. Ebbene, “We, The Gods” dura “solo” 9 minuti e 59 secondi: un fottuto secondo in meno rispetto al minimo che ci siamo imposti. Sembra una beffa da giuria corrotta e tendenziosa, ma invece si tratta proprio del contrario: la giuria è in questo caso inflessibile, tanto inflessibile da escludere impietosamente il brano per mancanza di un requisito necessario. Ma Metal Mirror ha un cuore grande come il mondo intero ed è per questo che abbiamo deciso di dedicare questo spazio agli Anathema ed alla loro "piccola lunga" "We, The Gods".


In realtà avevamo già avuto modo di parlare della band inglese, analizzando “Lights Out” degli Antimatter (progetto del fuoriuscito bassista Duncan Patterson) e “Weather Systems” degli Anathema stessi. In entrambi i casi abbiamo visto però quella parte della loro carriera che si è sviluppata fuori dal Regno del Metallo, accennando solo brevemente ai trascorsi doom/death che vedevano come elemento caratterizzante la voce cavernosa di Darren White, il primo cantante della formazione (poi sostituito da Vincent Cavanagh, promosso dalla seconda chitarra al microfono).

Sappiamo come è andata a finire: a partire da “The Silent Enigma” la band si porterà progressivamente fuori dal metal, toccando diverse fasi, per poi approdare al rock sofisticato dei giorni nostri. I lavori con Darren White, tuttavia, non sono affatto malvisti nell’ambiente ed un album come “Serenades” rimane tutt'oggi da annoverare fra le pietre miliari di quel doom dalle forti venature death che germogliò nelle brumose lande inglesi all'inizio degli anni novanta. L'ultimo lavoro con Darren in formazione fu proprio “Pentecost III”, EP mastodontico dalla durata superiore ai quaranta minuti (bonus-track inclusa).

Era il 1995: gli Anathema suonavano ancora indubbiamente doom, ma lo facevano in maniera totalmente diversa dai compari Paradise Lost e My Dying Bride, presentandosi con un suono grasso, sfumato, illuminato continuamente dall’estro solistico di Daniel Cavanagh, chitarrista/compositore sempre più attratto dalla psichedelia visionaria dei Pink Floyd. Il sound rimaneva indubbiamente “heavy”, pesante, ma già acquisiva quel carattere di flusso emozionale che in seguuito sarebbe divenuto centrale negli sviluppi del metal in direzione post.

Nella classifica relativa al metal classico ci siamo imbattuti in suite o in canzoni in versione ampliata, ma mai nella composizione che si sviluppa in modo incrementale lungo lo schema del crescendo emozionale. Un qualcosa del genere, nel metal, lo iniziamo ad incontrare proprio con gli Anathema di “Pentecost III”: in un mondo in cui il post-rock strumentale dei Mogwai doveva ancora essere inventato e il post-hardcore dei Neurosis non era stato innalzato a genere, gli Anathema parlavano già un linguaggio che potremmo definire “post”. Un sound maestoso che passava dagli intrecci sublimi delle chitarre dei fratelli Cavanagh, dai rintocchi melodici del basso del carismatico Duncan Patterson, dal drumming rarefatto di John Douglas. Ed ovviamente dalla poesia di Darren White.

Nel corso della parte di rassegna dedicata al metal classico abbiamo incontrato molti poeti: Omero, Dante, Coleridge. Il metal, del resto, quando decide di fare le cose in grande, non si tira indietro di fronte alla necessità di appellarsi alle autorità letterarie più illustri. Eppure di poeti veri nel metal classico non ne incontriamo molti, cosa che invece capita spesso, chissà perché, nel mondo estremo. Uno di questi era proprio Darren White: se le corde vocali del suo successore si dimostreranno più versatili, per quanto riguarda i testi non c’è proprio confronto. White era un poeta puro, intenso, romantico, di energica estrazione anticlericale (il nome della band lo scelse non a caso proprio lui). Spesso i suoi testi vertono sull’inaccettabilità della figura di Dio, senza scadere mai nel “trucemente blasfemo”, bensì arricchendosi di immagini suggestive, simboli, valenze spirituali, tutto perfettamente integrato nei landscape sonori messi insieme dai suoi compari: suggestivi sottofondi per il reading ispirato di White, che in questa release si assestava principalmente su un lacrimevole recitato, pur non rinunciando egli a fare la voce grossa di tanto in tanto.

L’EP, composto da cinque tracce, ne contiene tre decisamente lunghe, a partire dalla bellissima openerKingdom” (9:31). Ma il nostro riflettore è stato rivolto contro il terzo brano, la già citata “We, The Gods”. Avete mai pianto per una canzone? Ascoltare il brano in questione può essere un buon banco di prova per testare la vostra tenuta emotiva!

Ad aprire le danze troviamo il passo elefantiaco delle quattro corde di Patterson, che all'epoca si ispirava principalmente alla monumentalità dei Celtic Frost di “Into the Pandemonium”. Sopraggiungono immediatamente le chitarre dei fratelli Cavanagh, che si fondono in malinconici intrecci: un tappeto ideale per la sofferente evocazione di Darren White, cantante ruvido, ma molto espressivo.

In “Pentecost III”, salvo qualche passaggio nella conclusiva “Memento Mori”, vengono abbandonati gli ultimi retaggi death, i quali lasciano il campo libero ad una ricerca melodica che assume i contorni soffusi del sogno: da qui in poi i feedback, gli strascichi di chitarra inizieranno ad aggrovigliarsi e fiorire in quei tragici slow-motion che caratterizzeranno la fase di mezzo della carriera degli inglesi. Tutta la prima parte di “We, The Gods” si baserà sulle parole e sulle carezze vellutate delle chitarre che le accompagnano.

Poi tutto rallenta, la batteria sospende il suo tragico battito, tutto si irrigidisce per un lunghissimo istante di tensione, quando, l'attimo successivo, un potentissimo riff impone la sua marcia trionfale, cambiando il volto del brano ed aprendo di fatto la sua fase più intensa. Le chitarre, dopo essersi compattate, si sciolgono nuovamente in mille rivoli di lucente bellezza; il ticchettio della cassa incalzante spiana la via a White ed alle sue grida colme di ferocia e disperazione che irrompono liberatorie. Siamo noi gli Dei!

C'è un senso di rivalsa in questa parte del brano, in cui tutta il potenziale emotivo fino a quel momento trattenuto viene finalmente sprigionato: è di nuovo violenza, riff rocciosi si affacciano per poi turbinare nuovamente lungo lo scivolo delle emozioni, la cassa incalza ancora, le chitarre si fondono in impasti struggenti, ma la voce è assente. Negli Anathema di quel periodo il concetto di assolo è anomalo: non vi era nei loro brani “il momento dell'assolo”, in quanto le chitarre tessevano continuamente sinuose trame melodiche.

Chiusa questa fase, il brano assiste ad una nuova interruzione: è nuovamente il basso di Patterson che, pachidermico, detta i tempi, presto seguito dagli altri strumenti che convergono in un'inaspettata coda epica che evoca dichiaratamente gli Iron Maiden (altra influenza basilare per i primi Anathema): riff cavalcanti, suoni corposi, il materializzarsi dell’oscuro recitato di White, fino al degno finale.

Il 1995 rientrava in un periodo d’oro per il metal estremo, anni in cui il black metal, il melodic death metal e il gothic metal vivevano la loro fase di massimo splendore. Ma laddove, proprio in quell’anno, i Paradise Lost di “Draconian Times” si consacravano al formato canzone e i My Dying Bride di “The Angel and the Dark River” lavoravano su un approccio tecnico che ovviamente non sacrificava l’emotività, gli Anathema già puntavano esclusivamente su quest’ultima. E lo facevano fuori dagli schemi spigolosi e pragmatici del metal, con suoni caldi ed avvolgenti, e strutture che assumevano le fattezze mutevoli ed irregolari di un fiume in piena.

“We, The Gods”, nel suo dispiegarsi, è semplicemente splendida, non abbisognando di ritornelli, né, più in generale, di una tecnica sopraffina. Essa non vive di chirurgici cambi di tempo à-la My Dying Bride, né di refrain orecchiabili in stile Paradise Lost: come le emozioni più spontanee ed istintive, “We, The Gods” assume le forme vibranti ed imprevedibili di un vero e proprio stream of consciousness.