"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

3 nov 2026

I MIEI AMICI ANATHEMA: RITORNO A "A NATURAL DISTASTER"



Si dice che i veri amici si vedono nel momento del bisogno. Ma possiamo anche dire, da una prospettiva più egoistica, che i veri amici servono nel momento del bisogno. Attraverso una fase critica della mia vita essendomi di recente ritrasferito in Italia dopo dieci anni trascorsi a Londra: un nuovo inizio, una fase di assestamento in cui i classici punti di riferimento vengono meno. E a venir meno è anche la solida struttura di una routine quotidiana ben definita. In tutto questo percepisco una invalidante sensazione di smarrimento, tanto che per un certo periodo non ho ascoltato musica - una delle mie più grandi passioni di sempre e fedele compagna di viaggio.

Poi però, come di solito accade, basta aspettare un po' di tempo e le cose cambiano da sole. E dunque anche la musica è tornata a far parte della mia vita, ma a piccoli passi, in punta di piedi. Sono ripartito da qualcuno che mi facesse sentire a mio agio, che mi prendesse per mano, con delicatezza e pazienza. Degli amici, in poche parole. Ecco dunque la "mano salvifica" degli Anathema. Quelli di "A Natural Disaster", per l'esattezza, album che usciva proprio il 3 novembre di ventitré anni fa...

Gli Anathema dei fratelli Cavanagh sono materia viva, mobile ed in continua evoluzione nella mia vita. Li ascolto da più di trent'anni e li apprezzo in tutte le loro forme ed evoluzioni. Contrariamente ad altri protagonisti della mia vita musicale, non sono mai caduti nell'oblio, non sono mai stati abbandonati, mai dimenticati. Sono periodicamente tornato a loro ri-attingendo dal loro repertorio che, di volta in volta, e nelle più disparate circostanze, si è rivelato sempre fresco e capace di connettersi prontamente con la mia emotività.

Pur avendoli conosciuti nella loro fase gothic metal, devo dire che a riaffacciarsi insistentemente nei miei ascolti sono sempre i lavori della seconda metà di carriera, quella maggiormente svincolata dagli stilemi e dagli umori metal. C'è un album che, tuttavia, ho in principio un po' sottovalutato (io, non la band, la quale, invece, appare molto legata a quel tomo, del quale amava riproporre spesso i brani dal vivo). E quell'album è proprio "A Natural Disaster".

Al momento della sua uscita, l'album mi parve discontinuo, di qualità altalenante, con brani molto diversi fra loro, dunque poco coerente e fluido rispetto ai lavori che lo avevano preceduto. Come se i Nostri avessero avuto fretta e /o le idee non troppo chiare quando lo hanno composto e realizzato.

Forse il mio intuito non fu del tutto ingannevole, perché la band, dopo quella release, finì in stand-by per svariati anni, facendo temere a molti per il loro scioglimento. Segno che qualcosa si era rotto per davvero nel meccanismo della band, che qualcosa doveva essere aggiustato. Cosa che fortunatamente accadde quando la formazione nel 2010 risorse dalle ceneri con il bellissimo "We're Here Because We're Here", mostrandosi più coesa ed in forma che mai.

Fatto sta che "A Natural Disaster" fu il primo album degli Anathema che non comprai in CD: avevo subodorato il passo falso o semplicemente il disco mi parve sulle prime poco ispirato. Non me la sentii di comprarlo a scatola chiusa come sempre avevo fatto in precedenza. Lo ascoltai e non ne fui convinto, come se avessi percepito aria di capolinea. Era l'autunno del 2003, mi spaccavo le palle facendo il servizio civile (quello di una volta, quello che sostituiva il servizio militare, che durava un anno e che non era retribuito - sì, sono stato uno degli ultimi sfigati a doverlo fare in Italia, alè!). Mi feci così scaricare l'album da un collega smanettone. E fu certamente strano tornare a casa ed ascoltarsi l'ultimo degli Anathema su un CDr. Condizione che probabilmente concorse a non farmelo piacere.

Salvo un paio di episodi, l'album fu per me una delusione. Diversi anni dopo avrei rimediato all'errore e dunque comprai il CD originale, il quale si congiunse con tutti gli altri della band negli scaffali della mia collezione. "A Natural Disaster", l'album che inizialmente avevo bollato come quello di "Are You There?" e "Flying", sarebbe stato rivalutato nel corso degli anni successivi, ma riascoltandolo oggi, piangendo dalle emozioni ad ascoltarlo, mi rendo conto più che mai della sua bellezza imperfetta. A tratti continuo a percepirlo come un album frammentario, ma questa impressione non toglie forza ai singoli elementi. Più che per l'atmosfera di insieme, è un album che brilla per i suoi brani.

Le prime tre tracce rappresentano una sorta di mini-suite che ci spiega perfettamente dove erano arrivati gli Anathema ad inizio millennio: un rock intimo e melanconico che sapeva integrare l'eleganza dei Pink Floyd di estrazione gilmouriana all'ermetismo ed alle sperimentazioni minimali dei Radiohead (chi ha detto "Kid A"?), maestri nel tratteggiare le ansie e le nevrosi della gioventù dell'epoca. I tre brani confluiscono l'uno nell'altro nel classico modulo del crescendo e del rilascio emozionale, dal languore dell'iniziale, intima "Harmonium", che ci prende per mano fino all'esplosione delle chitarre, all'irruzione del riff ipnotico e del ticchettio nervoso delle percussioni di "Balance", fino ai ritmi incalzanti ed alla voce "vocoderizzata" di "Closer", apice sperimentale per la band: un brano che in una recensione dell'epoca fu descritto come "il più brutto mai realizzato dagli Anathema" e che successivamente invece si sarebbe affermato come uno fra i più amati dal pubblico. Personalmente parlando, sono lacrime che sgorgano in automatico ogni volta che lo ascolto. In più, credo che sia uno dei motivi melodici che ho canticchiato principalmente nella mia vita. Prese singolarmente queste tracce comunicano un senso di incompiuto, ma nella loro successione sono irresistibili e per questo parlo (impropriamente) di mini-suite. Si pensi allo stacco fra la prima e la seconda e soprattutto fra la seconda e la terza. Pelle d'oca. 

Una prima sezione dell'album, volendo, si conclude con questo trittico iniziale ed il bilancio è indubbiamente positivo, sebbene le chitarre risultino un po' castigate. Ma a compensare troviamo un Vincent superlativo, il cui canto dolente tocca i consueti vertici di espressività, ed un uso di tastiere, sintetizzatori ed elettronica sempre più pronunciato e volto a dispensare grandi emozioni.

Con "Are You There?" in qualche modo si spezza il flusso, ma di contro abbiamo la prima vera perla dell'album: una dolce ballata in perfetto stile Anathema cantata in modo dimesso e confidenziale da un caloroso Danny. L'incipit pacato e sognante echeggia il post-rock onirico dei Sigur Ros, marcando in un certo senso un passo ulteriore rispetto al paradigma radioheadsiano - aspetto, questo, che non andò a genio a tutti i fan, anche a quelli più comprensivi.

Gli umori nostalgici e fanciulleschi del brano fanno il paio con "Childhood Dream", un breve intermezzo strumentale - fraseggi di chitarra acustica addolciti dagli schiamazzi di un infante. La traccia - di per sé trascurabile e poco più di un riempitivo - restituisce quel senso di frammentarietà di cui parlavo prima, soprattutto se si pensa che a seguire è niente meno che la virulenta "Pulled Under at 2000 Metres a Second", l'episodio più violento in scaletta. Qualcuno ha scomodato persino "A Dying Wish", io invece non mi spingerei così lontano, ma è anche vero che era da tempo che i Nostri non premevano così sull'acceleratore. Incalzato da un fremente giro di basso di watersiana memoria (da segnalare il ritorno alle quattro corde del fratel prodigo Jamie), il brano si sviluppa come una epica cavalcata che ci mostra degli Anathema inediti a metà strada fra Bathory e i Pink Floyd più epici di "One of These Days" o "Sheep". Il brano funziona, ma non si può negare l'effetto straniante sulle prime. E - brutto dirlo - si odora il furto di qualche idea a spese dei soliti Pink Floyd - abitudine non estranea al modus componendi della band, se bisogna essere onesti fino in fondo.

Rimette le cose a posto la bella "title-track", sorta di trip-hop à la Portishead che vede protagonista alla voce Lee Douglas (sorella del batterista John), ancora in veste di guest, poi destinata a divenire membro ufficiale a partire dall'album successivo. Sebbene sulle prime anche questo brano suoni "troppo poco Anathema", c'è da dire che, pensando poi a quello che avrebbero fatto i Nostri nell'ultimo scorcio di carriera (con la Lee sempre più presente dietro al microfono - quasi con un ruolo paritario rispetto a Vincent), il brano suona come una anticipazione di quello che la band sarebbe poi divenuta, rivelandosi come un importante punto di snodo a cui si riallaccerà l'ultimo (ad oggi) step evolutivo del viaggio anathemiano. Tolto questo aspetto, "A Natural Disaster" è indubbiamente una hit dell'album e non ci si stupisce che, come nel caso di "Closer", essa sia divenuta giustamente un classico della band (da aggiungere che dal vivo essa verrà potenziata ulteriormente dall'apporto vocale di Vincent all'altezza dell'ultimo clamoroso ritornello).

Insomma, tutto spianato per il capolavoro nel capolavoro, quella "Flying" che ci riporta finalmente gli Anathema che abbiamo più amato, quello delle ballate sentimentali, con un Vincent in stato di grazia che al ritornello alza i toni e spezza letteralmente il cuore, richiamando alla mente il miglior Jeff Buckley (e scusate se è poco). Altra hit indubbia degna dei migliori momenti di "Judgement", si fregia, oltre che del consueto languore tardo-pinkfloydiano, di uno struggente assolo nel finale che rimette al centro la chitarra di Daniel. A proposito di Daniel, sebbene egli come sempre sia dietro alla maggior parte della scrittura dei brani, la sua chitarra suona più pigra del solito, un po' perché evidentemente la visione artistica dei Nostri si stava trasferendo ad una dimensione dominata da pianoforte, tastiere, sintetizzatori e programming, un po' perché, di conseguenza, la produzione preferisce lavorare sui suoni delle tastiere (a cura del confermato Les Smith e spartite con lo stesso Daniel).  

La porzione finale dell'album si rivela più che mai "bipolare", prima con "Electricity", altra incursione vocale di Daniel per una una toccante e beatlesiana ninnananna di pianoforte, e poi con la lunga e tortuosa "Violence", una mastodontica strumentale di quasi undici minuti. La maratona parte col pianoforte e, al suo termine, si stempererà in placide tonalità ambient, chiudendo l'album in una luce - oserei dire - di catarsi e speranza, ma nel mezzo ha da offrire un imperdibile crescendo ammaestrato dalle consuete finezze chitarristiche per spingersi verso paesaggi tiratissimi ai limiti del black metal - componente inedita nel suono degli inglesi, ma che viene incastonata efficacemente all'interno di una composizione che vede ancora una volta al centro melodia e spleen malinconico.

Ora, descritto cosi, tirando in ballo trip-hop e black metal, "A Natural Disaster" potrà sembrare un guazzabuglio senza senso, ma in realtà non è così.

Artisticamente, è un album ricco di contenuti e sperimentazioni riuscite. La produzione - un po' troppo asciutta e poco sfumata a mio parere - toglie strati di suono e ripulisce i brani da quella "elettricità vibrante" che ha sempre caratterizzato la musica della band. Nonostante questo, emergono e si impongono con forza passaggi di grande bellezza e pregnanza emotiva: "Closer", la title-track e "Flying" sono oggi da indicare fra i momenti top dell'intera produzione della band e non a caso sarebbero divenute presenze fisse nelle scalette dei concerti a venire.

Emotivamente, è un album incandescente, che non si cura della forma e non si adagia su arguzie produttive o arrangiamenti stucchevoli. E' come se i Nostri si fossero trovati con un pugno di brani eccezionali, ma con poco tempo per confezionarli o, più probabilmente, senza poter contare sulle condizioni ottimali, anche mentali, per realizzarli.

Che dire, con il passare degli anni, in una era - quella attuale - in cui prevale la fredda e prevedibile perfezione della intelligenza artificiale (o di cervelli umani che operano con lo stesso approccio), è bello correre su e giù lungo le montagne russe emozionali di una band che rischiava, si esponeva, si metteva a nudo, commetteva anche errori, soffrendo fratture interne e pressioni esterne, ma che, nonostante tutte le avversità, ci consegnava l'ennesimo gioiello di fragilità e infranta emotività.