"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

16 gen 2024

MM'S BRAINSTORMING - The Most Interesting of 2023 (2/3: PRIMAVERA-ESTATE)

 



Proseguiamo la nostra rassegna sui 30 dischi più interessanti usciti nel 2023 con la seconda decina di album. Partiamo con i...

20_SACRED OUTCRY – “Towers of Gold” (19/05). E inseriamo qualcosa anche di power, che sennò poi sembriamo avere pregiudizi per i generi classici (e questo non è)! La scelta di redazione, in tal senso, ricade sul 2° full lenght dei greci Sacred Outcry autori di un disco, licenziato dalla connazionale No Remorse Rec., che si incentra senza dubbio sulle incredibili capacità vocali del frontman svedese Daniel Heiman. L’ex Lost Horizon, alle soglie dei 50 anni, rimane sinonimo di qualità, le sue doti canore strabiliano ad ogni passaggio, supportate dall’ottimo songwriting del leader e bassista della band George Apalodimas. L’album, un concept sulla ricerca delle Torri d’Oro del titolo, si rifà ai canoni classici del genere ma è l’ispirazione delle linee melodiche e l’abbondante flavour epico a rendere il prodotto non meramente derivativo. Brani tirati come “The Flame Rikindled”, mid-tempo epici come “Symphony of the Night” e “The City of Stone” o suite come la title track si iscrivono di diritto tra le migliori cose heavy-power del 2023…

19_INHERUS - "Beholden" (26/05). Debut notevole questo dei newyorkesi Inherus, introdotto da una splendida copertina che ruba subito l'occhio. Alcune recensioni li definiscono blackened doom metal. Sicuramente questa definizione ci può stare ma il quartetto americano ha a disposizione altre variegate frecce al proprio arco: una delicata sensibilità hard rock e un modus componendi progressivo che rende le lunghe canzoni presenti appaganti esperienze sensoriali, capaci quando cullarti (fondamentali, in tal senso, i vocalizzi dell'ottima Beth Gladding) quando scuoterti violentemente (con il growl estremo di Brian Harrigan). Ancora acerbi, a metà del guado tra classic e post metal, ma dalle potenzialità enormi. Siamo di fronte al miglior debut dell'anno? Se no, poco ci manca...

18_SEVEN IMPALE – “Summit” (26/05). Per chi scrive, uno dei dischi-rivelazione dell’anno. I norvegesi Seven Impale sfornano un disco freschissimo di prog rock dalle varie influenze. Comprese quelle metal, vista anche la presenza alle tastiere di Håkon Vinje degli Enslaved. La proposta è caratterizzata da una libertà compositiva totale che rende i brani, sempre lunghi ed elaborati (appena 4 per 43’ di durata), imprevedibili nel loro sviluppo. Ma sempre coerenti internamente. Gli amanti del jazz, della fusion e del prog avranno di che gioire. Così come i metallari più open-minded. Eccellenti!

17_GODFLESH – “Purge” (09/06). La coppia più terrificante del metal estremo is back! G.C. Green e il genio di Justin Broadrick dopo 6 anni tornano a...purgarci l’anima! E lo fanno a loro modo: urticando le viscere dell’ascoltatore con un industrial metal che, pur guardando ai se stessi del passato (in particolare a “Pure”), si rivolge in avanti alla ricerca di nuove sperimentazioni sonore. La batteria elettronica emana beat alienanti, la chitarra produce riff martellanti, plumbei, disumani; il basso mena, percosso senza pietà da Green. E Broadrick che, quando non si cimenta nella recitazione, spesso filtrata, ci riversa addosso tutta l’incazzatura di questo mondo. L’opener “Nero”, “Army of Non”, “The Father” e la conclusiva “You Are the Judge, the Jury and the Executioner” sono alcuni tra i migliori frammenti di questo puzzle che, nella sua interezza, risponde alle consuete parole d’ordine della poetica della band: restituire il disagio e il disorientamento dell’uomo moderno immerso nella società monadistica post-industriale. Riuscendovi appieno…

16_1476 – “In Exile” (07/07). Un’ora di puro cuore. Si tralasci la tecnica, la produzione perfettibile, la voce punkettosa, l’approccio DIY. E il songwriting talmente spurio da risultare, in più tratti, “sgangherato”. Quello che emerge da “In Exile” è l’urgenza comunicativa, la trasposizione in musica di stati d’animo. Il duo americano Kavjian-DeRosa si avvale, di base, del linguaggio del folk e dell’indie rock per innervarlo con stilemi quando blackgaze e quando post-punk o noise. Un calderone che sembra sempre poter sfuggire di mano ai 1476 ma che, in realtà, rimane funzionale all’atmosfera di fondo, malinconicamente autunnale. C’è chi amerà maggiormente le folk ballad (“Tristesse in Exile”, “Beyond the Meadows, Beyond the Moors”) e chi i brani più tirati (l’opener “Lost in Exile”, “Carnelian Fire: the Gallows”). Ma, in generale, se questo disco, nella sua interezza, non vi smuove qualcosa dentro, beh, allora, scusatemi, ma c’è qualcosa che non vi funziona…

15_AGRICULTURE – “Agriculture” (21/07). A guardarli in foto, spesso a sfondo bucolico, paiono un gruppo di innocui amici mal assortiti (e un po’ sfigati…). Eppure, a breve, potrebbero essere davvero il gruppo di punta di una sorta di filone "agricolo" del black metal che, negli USA come in Europa, sta sempre più prendendo piede (è anche di quest'anno l'ottimo "The Rime of Memory" dei Panopticon). Appena 31' per questo debut omonimo ma pregni di idee. Usando la grammatica del (post) black metal vi innervano soluzioni post-rock e folk-atmosferiche, fino a spingersi in sezioni indie-pop (ascoltate i due, lacrimevoli, minuti di "The Well") o addirittura drone (vedasi la parte centrale della conclusiva “Relier”). Ispirati sia nelle parti più tirate e caracollanti (chiara l’influenza Deafheaven, come in “Look, pt. 1”) sia in quelle extra-metal. E lì è tutta farina del proprio sacco. Un sacco (rigorosamente di iuta) bello pieno di soluzioni…

14_ FLESHVESSEL – “Yearning: Promethean Fates Sealed” (28/07). Abbiamo detto nella scorsa puntata che il 2023 è stato l’anno del death visti i tanti nomi storici (Cryptopsy, Incantation, Autopsy, Suffocation, Dying Fetus, Cannibal Corpse) che hanno rilasciato album più che validi, provando ad attualizzare le loro proposte classic. Ma voglio premiare la preparazione tecnica e l’audacia stilistica degli americani Fleshvessel che con quest’album (che vince il premio come titolo più bello dell’anno!) provano a rinnovare il linguaggio del technical death, ibridandolo con una miriade di strumenti non-metal (idiofoni, a fiato, pizzicati e molto altro). Il risultato è strabiliante, ancorchè non sempre ben padroneggiato. Una proposta stimolante, innovativa. Con retrogusto di “il meglio deve ancora venire”…

13_THE MYSTICAL HOT CHOCOLATE ENDEAVORS – “A Clock Without a Craftsman” (11/08). Ora, ditemi voi se uno, in piena estate, può sorbirsi un doppio concept-album di 140’ (centoquaranta!) ad opera di una band con un monicker che manco un Mike Patton in acido avrebbe concepito! In realtà siamo davanti a musica serissima e lo sforzo dell’ascolto, va detto, viene ripagato. Soprattutto per chi, invece di aspettare due lustri e più per sentire qualcosa di nuovo dai Tool, vorrebbe ascoltare un qualcosa che ai californiani rimanda, seppur in modo a tratti smaccato. Chiaro che con un running time così elefantiaco (manco suonassero atmospheric black) i momenti di stanca ci sono e la voce di Craig Schmul non trascina come dovrebbe (comprese le volte in cui, inspiegabilmente, passa al growl!) ma, in generale, ci troviamo di fronte a un disco di alternative/prog metal moderno che mash-uppa tanta roba senza rinunciare all’aspetto più epidermico, riuscendo ad emozionare a più riprese. Molto interessanti ma da rivedere, quando riusciranno ad ‘asciugarsi’ e a trovare un’identità più definita.

12_URNE – “A Feast on Sorrow” (11/08). Probabilmente il disco più spiazzante e stilisticamente indefinito che ho ascoltato nel 2023. Questo terzetto inglese, al 2° album in studio, potrebbe davvero rappresentare una via alternativa al ‘fare thrash’ oggigiorno. Perché i Nostri riescono a torcere la grammatica del thrash, rendendola quasi irriconoscibile, appunto. E questo già dall’ottima opener “The Flood Came Rushing In”, 6’ di vorticose giravolte che passano da un thrash oscuro (chi ha detto Grip Inc.?) a sezioni di heavy classico ad arpeggi riflessivi carichi di tensione. I Nostri, nella voce e in certe soluzioni sludge, dimostrano di avere come punto di riferimento anche le lezioni neurosis-iane e le inglobano a più riprese nel sound (vedasi “To Die Twice”). Gli 11’ della straordinaria “A Stumble of Words” rappresentano perfettamente l’atipica proposta della band. E se qualcosa, arrivati verso la fine dell’ascolto, vi sdubbia ancora, sarà la conclusiva “The Long Goodbye/Where Do the Memories Go?” a metterci tutto d’accordo, candidandosi a gareggiare per il contest ‘canzone più iconica dell’anno’…

11_MARDUK – “Memento Mori” (01/09). Si può ancora dire qualcosa di fresco e innovativo dopo 15 album in studio e una fan-base che, da te, si aspetta esattamente certe cose?!? Si, parrebbe di si. Il buon Mortuus non lascia campo libero a Morgan ma entra a gamba tesa e si mette a comporre, a scrivere quasi tutti i testi e pure a suonare (il basso e, in un paio di brani, le chitarre). Il risultato è, ancora, marziale, tagliente, bellicoso, come il Marduk-sound vuole. Ma anche apocalittico nei temi e nel mood complessivo. Una tracklist senza cali, che tiene incollato l’ascoltatore per i 40’ e rotti di durata che terminano come meglio non si potrebbe con l’evocativa “As We Are”. Tremate…Babilonia è tornata!

A cura di Morningrise

(to be continued...)