"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

8 gen 2024

GUIDE PRATICHE PER METALLARI: DAVID BOWIE




L'8 gennaio del 1947 nasceva David Robert Jones in arte David Bowie, un personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni: a meno che abbiate vissuto su Urano negli ultimi cinquant'anni, è impossibile non essere entrati in contatto almeno una volta con l'artista inglese, se non con la sua musica, con la sua iconica figura. Mutevole, camaleontico, il più delle volte geniale ed anticipatore di tendenze, Bowie ha attraversato 45 anni di storia del rock lasciando il suo marchio inconfondibile negli ambiti più disparati, dal glam-rock alla darkwave, dal post-punk al synth-pop, dalla musica dance a quella d'avanguardia, e chi più ne ha più ne metta.  
 
E proprio nel giorno in cui Bowie avrebbe compiuto 87 anni decidiamo di tributarlo con una delle nostre guide pratica per metallari
 
Bowie non ha mai suonato metal, ma di certo vi sono suoi ammiratori anche fra i gironi di noialtri metallari, almeno fra coloro che, di Bowie, hanno apprezzato il lato più oscuro e decadente. Quanto alla sua influenza sul nostro genere preferito, beh, Bowie non è mai stato un ingrediente fondamentale nel grande laboratorio del metal, ma ha saputo incidere sull'estetica sonora di realtà periferiche a contatto con lidi dark e goth-rock (penso a Lacrimosa e Saviour Machine, ma vi sono sicuramente altri esempi), senza poi contare le svariate cover di suoi brani realizzate da band metal di variegata estrazione (dai Motorhead ai Melvins, dagli Helloween ai Death Angel, dai Behemoth agli Atrocity, con in mezzo il remix dei Nine Inch Nails), a dimostrazione della trasversalità del suo messaggio artistico. Insomma, una presenza "latente" ed appena percettibile quella di Bowie entro l'empireo del metal: per questo motivo la nostra trattazione questa volta sarà un po' più convenzionale e scollegata dagli sviluppi del metallo. Non mancheremo tuttavia di offrire una panoramica che metta in luce quegli snodi della carriera che possono risultare più interessanti agli occhi di un pubblico di metallari. 

Come si è accennato in apertura, la vera cifra stilistica di David Bowie è stata quella della versatilità, della capacità di passare da un suono all'altro con disinvoltura e sempre fornendo contributi non meno che originali (questo grazie anche al sistematico supporto di geniali produttori e collaboratori di lusso che il Nostro ha saputo di volta in volta utilizzare e indirizzarne creatività ed energie ai propri scopi). Bowie, inoltre, non si è limitato alla sola musica, ma ha saputo incarnare un concetto più ampio di arte e music business (ricordiamo che David è stato anche attore, di cinema e teatro, pittore e molte altre cose ancora): la vita stessa come opera d'arte, potremmo dire, tanto che in Bowie è difficile scindere fra persona e personaggio. E in questo gioco ambiguo fra fragilità ed esuberanza, bassi istinti e nobili ambizioni, si sono definiti i contorni del Mito, sospeso fra l'istrione trasgressivo e il raffinato e colto musicista. 

In una discografia alquanto nutrita (trenta solamente gli album da studio, senza contare colonne sonore, collaborazioni e progetti collaterali) è utile scandire il percorso dell'artista per periodi, fasi artistiche, sorvolando sui lavori minori o meno riusciti, che non sono pochi: perché il Nostro è stato tutto tranne che un autore impeccabile, macchiando il suo ardito cammino di passi falsi o addirittura di lunghi periodi di crisi. Quello settantiano è stato indubbiamente il suo decennio d'oro (tanto da essere stato definito l'uomo più influente degli anni settanta), mentre il resto della sua carriera non si sarebbe attestata ai medesimi livelli qualitativi: avrebbe egli continuato ad osare, cambiare pelle, assestare qua e là dei colpi vincenti, ma senza bissare i fasti dei suoi primi dieci anni di produzione discografica. 

Si parte da Londra, più precisamente dal quartiere Brixton, dove Bowie è nato e cresciuto. Avrebbe esordito discograficamente nel 1967, ma l'omonimo album non calamiterà le nostre attenzioni trattandosi di un tassello trascurabile di una carriera ancora agli albori: il tomo in questione infatti non rappresenta altro che l'acerbo debutto di un fragile folk-singer che - era evidente - non si trovava a proprio agio nel tessuto culturale dell'epoca (gli anni delle contestazioni studentesche, delle ballate ideologiche, della cultura hippie). 

Il punto zero della carriera di Bowie è stato piuttosto il singolo "Space Oddity", traccia visionaria che traeva ispirazione da "2001: Odissea nello Spazio" di Stanley Kubrick. Unica nel suo genere - e prima di una lunga serie - questa ballata spaziale sapeva mettere insieme un cantautorato stralunato à la Syd Barrett, visioni psichedeliche e soluzioni progressive (da rimarcare la presenza del grande Rick Wakeman, virtuoso delle tastiere e futuro componente dei progster Yes). Il brano ebbe successo, ma l'album che lo conteneva (uscito nel 1969 con il titolo "David Bowie", curiosamente come il debutto, e poi ribattezzato proprio "Space Oddity" nel 1972) ancora non ci esalta: il resto del materiale non era infatti all'altezza del brano di punta, ma l'importante è che la quadratura del cerchio fosse stata trovata e che il Nostro fosse pronto a compiere il definitivo salto di qualità. Pronti per il decollo, seguirà un poker di album imperdibili come "The Man Who Sold the World" (1970), "Honkey Dory" (1971), "The Rise and the Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" (1972) ed "Aladdin Sane" (1973). 

Si tratta di lavori che marcheranno un vistoso indurimento in direzione rock nel sound di Bowie, e questo grazie soprattutto al sodalizio artistico stretto con il chitarrista Mick Ronson e con il batterista Mick Woodmansey: la spina dorsale di coloro che diverranno gli Spiders from Mars. Non secondario si sarebbe rivelato il ruolo del produttore Tony Visconti (già presente in "David Bowie") che all'epoca lavorava anche con Marc Bolan e i suoi T-Rex. Bolan, di fatto, fu un personaggio chiave di quello specifico momento storico in quanto avrebbe sancito, nel rock, il passaggio definitivo dall'epoca hippie all'universo della trasgressione, della decadenza e dell'immagine oltraggiosa. Una visione artistica, questa, che si andava a consolidare anche grazie all'amicizia ed alla collaborazione artistica con icone del calibro di Lou Reed ed Iggy Pop: l'uno il poeta delle nevrosi urbane con i Velvet Underground, l'altro il guru del proto-punk con gli Stooges.  

In "The Man Who Sold the World", Bowie (anche a chitarra, sassofono e piano) inanella inni rock e ballate memorabili attingendo dalla tradizione rock e blues di fine anni sessanta (Cream, Led Zeppelin e Jeff Back su tutti), avvalendosi di arrangiamenti originali e rileggendo il tutto con un carisma che finalmente trova giusta collocazione nel nuovo format (gli otto mirabolanti minuti della possente opener "The Width of a Circle" e la leggendaria title-track - una irresistibile ballata poi divenuta famosa anche grazie alla cover dei Nirvana - sono vividi esempi di questo evidente scatto di maturità, mentre "She Shook Me Cold" è un must assoluto per tutti gli appassionati di hard sounds come noi). 

I due lavori successivi avrebbero fatto ancora meglio, segnati da un suono ancora più complesso ed originale, dato non solo da un song-writing sempre più maturo e personale, ma anche dalle accortezze in sede di produzione del geniale ingegnere del suono Ken Scott (collaboratore storico dei Beatles e presente nella realizzazione del brano "Space Oddity"). "Hunky Dory" delinea i contorni di un suono lussureggiante, di un rock istrionico come il suo interprete, con influssi di psichedelia beatlesiana ed arrangiamenti elaborati a perfezionare una formula che vede l'apice in brani clamorosi come "Changes" e "Life on Mars?", ma anche con episodi meno noti come "Andy Warhol" e "Queen Bitch". 

L'apoteosi di questo percorso viene toccato con "The Rise and the Fall of Ziggy Stardust" ove viene inscenato un rock tanto decadente quando seduttivo che fa da specchio ad un look eccessivo, fatto di ardite capigliature, tute aderenti, lustrini, payette e tacchi alti. Chitarre energiche ed assoli virtuosi si amalgamano a pianoforte e sontuosi arrangiamenti di archi, in un grandeur sonoro sospeso fra hard rock, pomposità degna di un musical ed irruenza proto-punk. La voce androgina di Bowie dà vita ad inni immortali come "Five Years", "Moonage Daydream", "Starman", la celeberrima title-track, "Suffragette City" e "Rock 'n' Roll Suicide", risultati fondamentali per i fenomeni punk, post-punk e darkwave. 

Il successivo "Aladdin Sane" (altra copertina iconica ed altro personaggio), pur non discostandosi troppo da quanto fatto in precedenza, incarnerà la volontà di mischiare le carte in tavola e lasciarsi alle spalle gli eccessi della Ziggy-era, con toni più soffusi e jazzati (rilevante il contributo del pianista Mike Garson). Mirabili esempi di quanto appena detto sono la conturbante title-track, fra virtuosismi di piano, voci oblique e sax noir, o la super-ballata "Lady Grinning Soul". 

Il periodo 70-73, in definitiva, ha rappresentato una fase irripetibile per Bowie, fatta di grande ispirazione e di un successo di pubblico crescente: un percorso che tuttavia avrebbe presto raggiunto una saturazione, esito inevitabile per un artista irrequieto come il Nostro. Si affacciano i fantasmi della droga e del disorientamento artistico, seguirà infatti una fase fumosa e contraddittoria, costellata da episodi interlocutori, non affatto dei disastri, ma che segnano una evidente flessione quanto a creatività, ispirazione e lucidità. 

Ci mette una toppa il pur riuscito "Pin Ups" (1973), raccolta di cover che rivisita in chiave rock & glam mostri sacri come Pink Floyd, Who, Kinks e Yardbirds. L'epopea glam-rock prosegue con l'ambizioso "Diamond Dogs" (1974), concept distopico ispirato a "1984" di George Orwell e diviso fra rock chiassoso e cupe ambientazioni: un lavoro che in definitiva avrà forti ripercussioni sulla futura darkwave e che ci consegna un altro grande classico ("Rebel Rebel"), ma che non riesce a bissare i fasti del passato. È poi il momento dell'ibrido ed ambiguo "Young Americans" (1975) avviato verso sonorità funk e soul (apprezzabile comunque in certi frangenti, come nel singolo "Fame"). 

Il successo, le pressioni del music system, le gabbie del suo alter ego artistico avrebbero condotto Bowie ad un vero e proprio burnout: trasferitosi in California, avrebbe condotto un'esistenza paradossale, fra droghe, paranoie e bizzarre abitudini. Quello che sarebbe potuto essere un capolinea artistico, avrebbe invece condotto ad una ulteriore consacrazione dell'artista, con una serie di opere che avrebbero cambiato per sempre il volto del rock ed inaugurato l'era della new wave, di cui Bowie è considerato un pioniere. 

"Station to Station" (1976) è l'anticamera di questa nuova fase: il primo di un altro quartetto di lavori tanto clamorosi quanto seminali per la decade successiva. Riprendendo le traiettorie soul & funk di "Young Americans", "Station to Station" è un album di transizione che introduce suoni algidi e fredde ambientazioni interiori traenti ispirazione dalle avanguardie elettroniche e dal kraut rock di Kraftwerk e Neu!, con testi criptici tratti da Nietzsche ed Aleister Crowley. Da segnalare inoltre la simpatia per gli emergenti Devo, future icone della new wave che lui definirà niente meno che "the band of the future" e che supporterà in occasione del loro debutto discografico nel '77. Prende forma, inoltre, la figura del Duca Bianco, nuovo alter ego artistico di Bowie, il quale inizia ad atteggiarsi da elegante aristocratico con un look sobrio e propenso al bianco - non si escludono riferimenti alla cocaina, di cui all'epoca era dipendente. È infatti, quello, un periodo di forte offuscamento mentale per il Bowie-persona, stato di cose che lo avrebbe riportato nella sua amata Europa con l'obiettivo di rimettersi in sesto: mentalmente, fisicamente, artisticamente. 

Berlino, come lo era stata Londra prima e come successivamente sarà New York (dove Bowie si trasferirà a partire dagli anni novanta), è una città-chiave per il Nostro, luogo di rigenerazione esistenziale ed artistica. Provvidenziale la collaborazione con Brian Eno, ex Roxy Music, padre della musica ambient, geniale sound designer e produttore innovativo: un connubio che porterà alla creazione della famigerata trilogia berlinese composta da "Low" (1977), "Heroes" (1977) e "Lodger" (1979). Questi album (consigliamo caldamente l'ascolto almeno dei primi due) ci mostrano un Bowie autore di un rock sofisticato attraversato da audaci sperimentazioni e pervaso da sinistre atmosfere mitteleuropee. La sua voce si fa più cupa, eterea, declamata, aprendosi di fatto ad un nuovo stile vocale che caratterizzerà Bowie da qui in avanti. Da segnalare inoltre il rientro in cabina di regia di Tony Visconti, il cui contributo nel confezionare questi lavori non sarà ininfluente. 

"Low" (dove in verità Eno entrò a cose quasi fatte) convince ed incanta, scardinando il formato canzone e dividendosi in due parti speculari ed antitetiche: una prima facciata di "frammenti rock", fra beat incalzanti e vocalità destrutturate, ed una seconda parte per lo più strumentale, dominata da sintetizzatori e brani tendenti all'ambient (si pensi alle suggestive "Warszawa" e "Subterraneans"). 

Il successivo "Heroes" vede la presenza più significativa in sede di scrittura di Eno, che introdusse come nuovo metodo di composizione le "strategie oblique" (pescando da una scatola delle carte con degli aforismi si intendeva rompere gli schemi mentali e favorire la creatività sviluppando il pensiero laterale). Stilisticamente l'album prosegue sulla stessa strada del predecessore, invertendo però lo schema: la prima facciata offre brani più convenzionali, fra cui svetta la celebre title-track, una leggendaria cavalcata rock incalzata dalla geniale chitarra di Robert Fripp (mente dei King Crimson) e dalle epiche declamazioni di Bowie stesso, all'apice della sua carica espressiva; la seconda parte, invece, è in prevalenza strumentale e caratterizzata da una impronta sperimentale con l'utilizzo di strumenti non convenzionali e tecnologie innovative. Il tutto si conclude beffardamente con l'episodio più orecchiabile, la superba "The Secret Life of Arabia", geniale colpo di coda che nessuno oramai poteva aspettarsi. 

Il "terzo capitolo" della trilogia "Lodger", anch'esso valido, si distacca leggermente dai due predecessori e vira verso la world music, anticipando scenari che verranno esplorati in futuro. Questo rimarrà anche l'ultimo album di valore per molto tempo, in quanto lo spettro degli anni ottanta avvinghierà fatalmente le trame della musica di Bowie, destinata a virare verso lidi più sfacciatamente commerciali.

Come spesso è capitato a molti artisti che si sono formati negli anni sessanta, gli anni ottanta si sono rilevati un decennio  dir poco ostico per Bowie. Il Nostro, tutto sommato, arrivava abbastanza ben equipaggiato per affrontare l'era dei suoni sintetici e dell'elettronica, essendo stato in un certo senso un anticipatore di quelle stesse sonorità, ma anche per lui gli ottanta non sono stati il teatro dei migliori capolavori, anzi. 

"Scary Monsters (and Super Creeps)" del 1980 - ultimo lavoro con Visconti come produttore - è l'anello di congiunzione fra il leggendario scorcio finale del decennio precedente (lo testimoniano brani di successo come "Ashes to Ashes" e "Fashion") e lo sventurato periodo che seguirà. Gli esiti sono altalenanti e nel migliore dei casi si va ad inaugurare la stagione dei new romantic, che sarebbe a dire: tanti sintetizzatori, brani orecchiabili, testi romantici e look estroso (Duran Duran e Spandau Ballet, tanto per intenderci). Nel 1981 Bowie spopolerà con "Under Pressure", realizzata a quattro mani con i Queen, gran bel pezzo, anche se poi finirà in "Hot Space" (1982) di Freddie Mercury & co. "Let's Dance", il brano, è ancora oggi popolarissimo e ha costituito un approdo credibile all'universo della dimensione della dance, ma l'album, uscito nel 1983, non sarà ricordato fra i suoi migliori, anzi, sarà la vera pietra dello scandalo, costituendo un flirt troppo spinto con la musica pop. Si apre cosi una fase di difficoltà per il Nostro, baciato dal successo da un lato, ma da esso influenzato e spinto nelle braccia di sonorità frivole ed inconsistenti. Il decennio terribilis degli ottanta verrà suggellato con due album completamente da dimenticare come "Tonight" (1984) e "Never Let Me Down" (1987). 

Vero è che in quel periodo Bowie fu impegnato su altri fronti: al cinema come attore e come compositore di colonne sonore (da ricordare "Christiane F." del 1980, "Labyrinth" ed "Absolute Beginners" del 1986) ed in iniziative extra-musicali. La salvezza sarebbe passata dall'incontro con il chitarrista rock Reeves Gabrels (che rimarrà un assiduo collaboratore di Bowie) e la "fuga" nei Tin Machine, espediente per uscire dalla luce accecante dei riflettori e mimetizzarsi in una band in cui non fosse il protagonista assoluto. Si usa descrivere questi album come heavy metal, ma vi posso assicurare amici miei che l'espressione è forzata e che il rock/blues nemmeno troppo ispirato di questi due album ("Tin Machine I" del 1989 e "Tin Machine II" nel 1991) sarà lungi dal soddisfare il palato del metallaro. Si trattò quanto meno di una "scossa" vitale per il Bowie-artista, pronto a scrollarsi quella patina commerciale che si era tirato addosso nella decade precedente e a gettarsi in nuove avventure con entusiasmo, rinnovata energia e voglia di osare. 

Gli anni novanta vengono dunque inaugurati da "Black Tie, White Noise" (1993), non l'album più bello del Nostro, ma un discreto passo avanti rispetto al passato recente, con una coraggiosa miscela di pop d'autore, rock, soul, jazz, elettronica e consuete stravaganze bowiane. La colonna sonora del serial TV "The Buddha of Suburbia" (poi in realtà divenuto un album vero e proprio) è una conferma della ritrovata vena sperimentale, andando l'opera a ripescare le sonorità ambient ed elettroniche della trilogia berlinese, mescolate a prelibatezze pop. 

Riassaporeremo il miglior Bowie, invece, con una operazione ambiziosa come "1.Outside" (1995), non a caso benedetta da una nuova collaborazione con Brian Eno. Il sottotitolo "The Nathan Adler Diaries: A Hyper-Cycle" introduce un nuovo personaggio: il detective Nathan Adler, appunto. L'opera è un corposo concept album (ben 74 minuti!) che sancisce l'approdo al rock industriale (si pensi al primo singolo "Hearts Filthy Lesson", a base di beat elettronici e chitarre processate, o alla martellante disco di "Hallo Spaceboy"). La voce nervosa ed irrequieta di Bowie, oramai un visionario baritono, si muove con disinvoltura in frammenti sonori dal sapore onirico (l'album è stato scritto con la tecnica del cut-up utilizzata dallo scrittore William Burroughs) fra partiture rock/industrial degne dei Nine Inch Nails (a loro volta ammiratori di Bowie), fumoso jazz-noir e cupe atmosfere lynchane (non è un caso che la bellissima "I'm Deranged" sarebbe divenuta il brano chiave nella colonna sonora di "Lost Highway" del cineasta americano). 

La svolta lascerà degli strascichi nei lavori successivi, si pensi ad un album come "Heartling" (1997), pesantemente influenzato dalla cultura rave e dalla drum 'n' bass degli anni novanta (spiega tutto il singolo "Little Wonder" sconquassata dai ritmi frenetici della jungle). Certo, a tratti si ha l'impressione che il Nostro, ormai un rispettabile signore di 50 anni, voglia mettersi a fare musica ggiovane per un pubblico ggiovane, ma è encomiabile la voglia di rimettersi in gioco e reinventarsi con esiti anche esaltanti (penso ad un brano praticamente industrial come "I am Afraid of Americans", poi remixato dai Nine Inch Nails). 

La carriera di Bowie procederà in modo decoroso o deludente a seconda se si voglia vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: mestiere ed una ispirazione altalenante portano stancamente avanti una formula fatta di pop d'autore che da un lato strizza l'occhio al mercato e dall'altro non abbandona del tutto la voglia di inseguire soluzioni originali. Detto questo, possiamo anche soprassedere sui vari "hours..." (1999), "Heathen" (2002), "Reality" (2003) e "The Next Day" (2013), non bruttissimi (accettabile, in particolare, quest'ultimo) e che potranno soddisfare i fan più comprensivi, ma che poco aggiungono ad una carriera che ha dato il suo meglio molto tempo prima. Da segnalare il fatto che a partire da "Heathen" sarebbe salito nuovamente in sella il produttore storico Tony Visconti, questa volta non più di tanto influente sugli esiti artistici dei vari album, ma ottimo amministratore come al suo solito. 

Saltiamo dunque direttamente a "Black Star" (2016), stupendo canto del cigno e testamento spirituale di Bowie, il quale ci avrebbe lasciato solo pochi giorni dopo l'uscita dell'album (il 10 gennaio, per l'esattezza). L'album brilla per la monumentale title-track (dieci minuti - un singolo audacissimo!), pervasa da umori esoterici, straniante elettronica e suadente evoluzioni jazz, il tutto ammantato da toni apocalittici che sarebbero divenuti profetici alla luce della morte dell'artista, da tempo malato, ma le cui condizioni di salute sono state occultate fino all'ultimo. E quando dunque tutto sembrava far presagire l'ennesimo rilancio artistico, ci siamo dovuti ritrovare ad affrontare un inaspettato quanto scioccante lutto: un'uscita di scena sorprendente che in fondo si è rivelata essere in perfetta sintonia con il personaggio. 
 
Ad onor di completezza segnaliamo l'uscita postuma nel 2021 di "Toy", in realtà un album realizzato venti anni prima in cui si ri-registravano brani scritti negli anni sessanta con l'aggiunta di due nuove tracce (niente di imprescindibile, state tranquilli). 

In conclusione, se siete arrivati a questo punto ma non avete preso appunti, vi meritare per lo meno un veloce riassunto. Partite dunque con "The Rise and the Fall of Ziggy Stardust" e se vi piace proseguite a ritroso con "Hunky Dory" e "The Man Who Sold the World". Se poi non siete sazi, ascoltatevi "Heroes" e, in caso lo gradiate, sparatevi subito anche "Low". Infine, saltando a piè pari gli anni ottanta, passate ad "1.Outside" e poi approdate a "Black Star": questo, in definitiva, l'essenziale per approcciarsi a Bowie se siete dei metallari....Buon ascolto!

Playlist essenziale:

1) "Space Oddity" ("Space Oddity", 1969)
2) "Life on Mars?" ("Hunky Dory", 1971)
3) "Ziggy Stardust" ("The Rise and Fall of Ziggy Stardust", 1972)
4) "Station to Station" ("Station to Station", 1976)
5) "Warszawa" ("Low", 1977)
6) "Heroes" ("Heroes", 1977)
7) "Let's Dance" ("Let's Dance", 1983)
8) "I 'm Deranged" ("1.Outside", 1995)
9) "Little Wonder" ("Earthling", 1997)
10) "Black Star" ("Black Star", 2016)