C’è stato un tempo in cui il rock nasceva tra le bacheche universitarie, in una sala prove umida e improvvisata, tra strumenti analogici e discussioni infinite su un accordo di troppo; in scantinati, garage e freddi capannoni, luoghi iniziatici di un rito che spesso iniziava con la domanda: “anche tu suoni?”.
In quegli spazi e in quegli attimi non si imparava a suonare bene, si imparava a suonare insieme, si litigava e poi magari si imparava a lavorare in armonia con l'altro; si costruiva col tempo un linguaggio comune che sarebbe stato lo spirito della propria musica: personalità apparentemente inconciliabili tenute insieme da un ideale comune. I brani spesso nascevano dal caos: qualcuno tirava fuori un riff, un altro lo storpiava, qualcun altro lo cestinava, il compromesso non era un limite, ma un elemento creativo. In pochi sapevano fare tutto: tecnicamente quasi nessuno era autosufficiente, non molti erano i polistrumentisti, non esistevano “home studio”, drum-machines soddisfacenti ed effetti plug-in. E dunque per suonare servivano musicisti in carne ed ossa, compagni di avventura con cui costruire un prodotto di successo e magari poi vantarsene: “io suono in una band!”
Ma la band dunque non era solo una scelta
estetica, la band era spesso una necessità strutturale: se volevi fare musica,
dovevi farla con altri. Al contrario, in certi ambienti la musica era un atto
sociale oltre che artistico, e il conflitto era accettato come parte del
processo creativo, spesso l’identità stessa della band era l’amalgama delle essenze
di diverse persone confluite in una sola grande sintesi. Oggi tutto questo non
è assolutamente scomparso, ma guardando la scena contemporanea questo modello
sembra destinato a diventare in un futuro lontano, ma non lontanissimo, una
forma minoritaria innanzi all’ondata sempre crescente di one man-band, one-man
project, home-project e solo project, trend abbastanza chiaro nel mondo
musicale degli ultimi anni.
Originariamente il significato del termine "one-man
band", nel suo senso più letterale, indicava quel musicista che suona
più strumenti contemporaneamente, esibendosi da solo; ad esempio, un artista
che canta, suona la chitarra, ha un’armonica al collo e magari aziona una
grancassa con i piedi, spesso orientato ai live.
Col tempo questa definizione ha finito per
sovrapporsi a quella dell' “one-man project“, un progetto in cui
un solo individuo compone, arrangia e registra da solo (o utilizzando musicisti
di sessione) tutta la musica, incarnando pienamente l’identità artistica del
progetto, avvalendosi poi dal vivo di musicisti di supporto, gestendo il
progetto con una sigla anziché con il proprio nome. Esempi famosi
sono gli Ayreon, ideato da Arjen A. Lucassen, che coinvolge decine di
collaborazioni mantenendo una guida autoriale unica; "Tame Impala",
il progetto di Kevin Parker, che scrive, suona e produce da solo, ma porta in
tour una band, un one-man project in studio, una band dal vivo.
Da non confondere ad esempio con band come il
"Devin Townsend Project”, che non rappresenta un one-man project, ma una
band vera e propria con line-up definita, musicisti stabili e non turnisti e
connotata dalla leadership totale di Devin, alternata al progetto solista. “Burzum”
, fu un grande esempio di one-man band, progetto interamente creato da un’unica
persona, ma presentato con un nome di band, e che in genere non fa uso di
musicisti di sessione, un esempio di isolamento creativo come espressione di una filosofia artistica a sé.
Il “solo project”, infine, è la forma più
“classica” e meno radicale: l’artista pubblica musica a proprio nome, spesso
dopo un’esperienza in una band, e talvolta può delegare ampie parti della
composizione o dell’esecuzione. Qui il focus è sull’autore come personaggio
pubblico più che sul concetto di isolamento creativo. Un chiaro esempio fu Ozzy
Osbourne, il cui percorso solista è sempre stato affiancato da band e
collaboratori di alto profilo.
Semplificando, nella prima l’uomo che sa suonare
tutto, nella seconda quello che decide e controlla tutto, nella terza colui che
guida i suoi collaboratori, ma ognuno di loro può anche essere un home-project,
colui che si occupa anche del mastering e della distribuzione. In questa divisione molto sfumata il
denominatore comune è la figura del musicista solista, solitario, artefice
unico di visione, suono e identità, riducendo o eliminando del tutto la
dimensione collettiva della band tradizionale. Non si tratta di una semplice
moda, ma di un cambiamento strutturale che riguarda trasformazioni che
coinvolgono l’evoluzione tecnologica, la società e probabilmente anche il
mercato.
Innanzitutto ci tengo a sottolineare che chi scrive
ripone lo stesso rispetto e la stessa considerazione verso qualsiasi tipo di
progetto, purché la musica sia frutto dell’ispirazione e delle capacità
tecniche e compositive dell’artista o degli artisti. Per una breve finestra sul
tema, del 21 gennaio ’26 la notizia dell’esclusione dalle classifiche in Svezia
di un brano generato con l’IA e attribuito all’identità digitale-fittizia
“Jacub”, attestatosi a più di 5 milioni di streaming a livello globale, sempre
crescente il numero di artisti pop ricorrenti a tale metodica e secondo
l’indagine condotta da Ditto Music, il 47% degli artisti indipendenti ne fa uso
per la composizione.
Tornando al nostro discorso, semplicemente è stato
molto impressionante negli ultimi anni scovare, dietro i nomi delle band
autrici di molte delle più interessanti opere degli ultimi tempi, un solo nome,
una sola persona: Dessiderium: Alex Haddad; Cave Sermon: Charlie Park; Hasard:
“Hazard”; Abduction (UK): Phil Illsley; Blackbraid: Jon S. Krieger, Buried
Realm: Josh Dummer; Hoplites e Smiqra: Liu Zhenyiang; Huremic: “Parannoul”;
Kvadrat: Ivan Agakechagias; Paysage d'Hiver: Tobias Möckl; Sgàile; Tony
Dunn, Selbst: Jonathan Villmizar, Shylmagoghnar: Kevin Bertrand; Panopticon:
Austin Lunn, Hellripper: James McBain, Igorrr: Gautier Serre; The Ruins of Beverast: Alexander von Meilenwald, e tanti altri. Solo project e one-man
project rappresentano una delle trasformazioni più significative della musica
contemporanea, nelle classifiche e nelle
piattaforme indie si vedono sempre più nomi di progetti che sono in realtà
singoli artisti.
Quali sono le motivazioni dietro questa tendenza?
Come detto all'inizio, le dinamiche sono certamente multifattoriali.
Dal punto di vista antropologico, in primo luogo, la
tecnologia ha spezzato un vincolo storico: non serve più una band per
suonare "come una band". Se
una volta la musica nasceva negli scantinati, oggi, sempre più spesso, nasce in
una camera da letto, davanti a un PC. Molti progetti nascono dall'Home
Recording, attraverso attività di registrazione audio nel contesto
casalingo, un vero e proprio "Home Studio”, uno studio di
registrazione di livello semi-amatoriale, uno strumento in continua crescita grazie all'aumento di
dispositivi audio appositi ottenibili ad un prezzo accessibile, e con versioni
ottimizzate e pratiche per neofiti o dilettanti. Oltre alla canonica
attrezzatura (computer, microfoni, cuffie, interfacce audio, monitor da studio)
abbiamo anche una workstation audio digitale (DAW), un sistema
elettronico con software progettato per la registrazione,
il mixaggio e la masterizzazione dell'audio digitale (Logic Pro,
Ableton Live, FL Studio, Pro Tools, ecc.), mentre espansioni plug-in e
librerie campionate aggiungono funzioni ed effetti audio e permettono di
simulare un’intera band senza dover ingaggiare altri musicisti. Oggi chiunque
può registrare, produrre e mixare da solo con un laptop e una DAW e, una volta
ultimato il disco, strumenti virtuali e piattaforme di distribuzione in
cui gli artisti possono caricare autonomamente le loro creazioni, (Bandcamp,
SoundCloud, Spotify, YouTube, ecc.) consentono di pubblicare e distribuire
senza etichette, rendendo possibile una completa accessibilità
all'autosufficienza artistica e creativa. Il musicista contemporaneo può
incarnare l’intera filiera produttiva, dalla composizione alla registrazione e
all'artwork, dal mixaggio e dal mastering alla promozione (social media,
newsletter, ecc.) e alla distribuzione. È il cosiddetto "fai da te" anche
conosciuto all'estero come approccio home-made o DIY (Do It Yourself),
senza dipendere da una casa discografica o da manager per le decisioni
artistiche o economiche grazie anche al supporto dei fan tramite crowdfunding
(Patreon, Kickstarter). Ovviamente i costi iniziali di questa strada possono
essere molto elevati ma molti artisti indie seguono questo modello, iniziando
con home studio e social media per costruire la fan base e poi, se considerato
opportuno, collaborano con le etichette ma sempre cercando di mantenere il
controllo creativo.
Dal punto di vista socio-culturale, in secondo
luogo, viviamo in un’epoca che enfatizza
l’identità individuale e il controllo totale del proprio “brand”. La
band, con i suoi compromessi e conflitti, è un nucleo sociale complesso (i
cambi di formazione talvolta raggiungono statistiche esorbitanti); il progetto
solitario, invece, riflette una visione del mondo più atomizzata, in cui
l’individuo è al centro del proprio destino, in questo caso, creativo. I social
media, nella loro potenza comunicativa, favoriscono l’identità singola, non la
dinamica di gruppo. E forse, se i giovani degli anni '70 e '80 subivano il
fascino dei Led Zeppelin e sognavano di essere una band come quella di Robert
Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham, quelli di oggi magari
subiscono il fascino del “genio solitario” o del “produttore totale” alla Trent
Reznor, Kevin Parker o Devin Townsend.
Da un punto di vista economico e di mercato,
infine, mantenere una band risulta come un atto costoso (sale prove,
strumentazioni, compensi), meno persone in un progetto significa “meno costi”,
meno divisioni dei profitti, maggiore flessibilità generale. In un’industria
musicale frammentata, in cui il guadagno dallo streaming è minimo e il live è
sempre più competitivo, un artista solista riduce i costi e mantiene il
controllo creativo, e anche le etichette spesso preferiscono progetti gestiti
da una sola persona, più stabili e coerenti: il modello del musicista solitario
è probabilmente più sostenibile.
Prevedere a quali proporzioni arriverà in futuro
il rapporto tra band tradizionali e progetti individuali è certamente
difficile, di sicuro l’ascesa delle one-man band e dei solo-project non segna
necessariamente la fine delle band tradizionali, ma ne ridimensiona il ruolo
storico, sociale e culturale. La band non è la più iconica forma di espressione
del rock o del metal, bensì una scelta tra tante.
Chi scrive apprezza innanzitutto il fascino e la
potenza del processo creativo tipico delle band, il suo significato
intrinsecamente umano nell'aspetto artistico, il piacere di ascoltare qualcosa
che è frutto della convergenza del lavoro compositivo ed esecutivo diversamente
specializzato di ogni componente. Nella stessa misura stima il bagaglio tecnico
dei polistrumentisti e le capacità esecutive che ne decretano un'artista
predisposto a guidare gli altri, e sé stesso. E di sicuro, apprezza che la
tecnologia abbia "democratizzato" la produzione, consentendo una più
libera espressione dell'ispirazione dei musicisti, anche riuniti sotto forma di
band, armati di una più ampia autonomia artistica. Tutto questo è il risultato
di una società che, tra le altre cose, ha cambiato anche la musica e la sua
genesi. Che sia collettiva o individuale, auguriamoci però che un giorno la
musica possa tornare a cambiare la società.
A cura di Rock With the Doc
