"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

31 mar 2023

DALLO SPIRITO ALLA CARNE E RITORNO: IGORRR & AMENRA LIVE IN LONDON (11/03/2023)




L'unione fa la forza. Credo sia questo il motto che ha ispirato questo strano tour che vede sullo stesso palco ben quattro nomi, tutti di nicchia, a spalleggiarsi a vicenda nel tentativo di riempire locali di media grandezza in tempi post-pandemici. Esclusi gli opener della serata, i francesi Hangman's Chair, ognuno dei tre gruppi successivi porterà in dote la sua fetta di pubblico. Si registrerà comprensibilmente una netta prevalenza di chi, stasera, è venuto per gli headliner ufficiali: gli Igorrr. Del resto questo è il loro Spirituality and Distortion Tour...

Ci sono delle intersezioni nel pubblico, ovviamente, ma resta il fatto che le sonorità che si materializzeranno sul palco saranno alquanto diverse: c'è il black metal impetuoso dei Der Weg Einer Freiheit, il post-hardcore spirituale degli Amenra e quel miscuglio indefinibile messo a punto da Gautier Serre, ideatore e fautore di un bislacco mix di metal estremo, elettronica, opera, musica etnica, folclore e chi più ne ha più ne metta. Con i primi si guarda alle stelle, con i secondi si scruta dentro noi stessi, con gli Igorrr si balla. Con che spirito, dunque, sarà possibile approcciarsi ad una serata del genere? 

Arrivare a concerto iniziato all'O2 Kentish Town Forum è un classico: ho già specificato altrove quanto sia poco il tempo concesso fra l'apertura dei cancelli e l'inizio delle esibizioni in questo locale, ma oggi la colpa è anche un po' mia: giungo con molta calma, considerato che è sabato pomeriggio ma soprattutto che degli Hangman's Chair non me ne frega un cazzo. Entro che i francesi stanno già suonando, ma devo ammettere che l'effetto di fare l'ingresso in un locale ove echeggia musica dal vivo è sempre una sensazione speciale per il sottoscritto. C'è chi si emoziona al decollo dell'aereo nella prospettiva di intraprendere un viaggio, per me l'inizio di un concerto è un momento unico: tutto il peso e i dolori della vita reale svaniscono in un istante e mi ritrovo di colpo in una dimensione magica. "Here we go again!" esclamo sogghignando mentre mi reco al bagno a liberare la vescica. 

Gli Hangman's Chair mi accolgono a braccia aperte con un suono etereo ma anche granitico. Lo sludge/doom dei francesi è possente, rinforzato da un basso profondissimo e dagli schiaffi energici che il batterista assesta sui piatti a conferire vigore seventies a brani che non rinunciano a sfumature gothic metal nel tentativo di piacere a tutti i costi. Non brillano per l'originalità, i Nostri, e dopo sei minuti già mi hanno stancato, ma per favore non formalizziamoci: stasera non siamo certo qui per loro... 

Capitolo I: ma quanto è bello il black metal! 

Con i Der Weg Einer Freiheit so di andare sul sicuro, avendoli già visti dal vivo qualche anno fa di spalla a Moonsorrow e Primordial. All'epoca mi impressionarono in senso positivo, offrendo una prestazione impeccabile quanto a potenza, precisione ed intensità. E stasera ho trovato i Nostri ulteriormente migliorati, più affiatati e a fuoco nel plasmare la propria visione artistica. Mi sbilancio e dico: questo è il miglior black metal che oggigiorno puoi avere sulle assi di un palcoscenico. Spiace constatare che una formazione così valida sia ancora relegata al ruolo di supporter, ma questo è anche facilmente comprensibile se si pensa che, in un periodo storico in cui il post-black metal è diffusissimo e denso di eccellenze, i Nostri non hanno ancora saputo sferrare la zampata vincente. Manca infatti nella loro discografia il capolavoro della vita: ci girano intorno i tedeschi, con lavori sempre sopra la media ma senza quel quid che permette loro di fare il vero salto di qualità. E non fa eccezione l'ultimo "Noktvm", il quale conferma pregi e limiti di un suono sì elaborato, maturo, che però ancora sembra restio ad osare fino in fondo. Ma tolto questo aspetto - per davvero - non c'è nulla da recriminare per come i Nostri ripropongono il loro repertorio sul palco. 

Nikita Kamprad si muove con la sicurezza dei grandi, incarnando la compostezza di una tradizione di geni del metal estremo che va da Chuck Schuldiner a Ihsahn: suona con accuratezza, il suo latrato è tagliente e la sua chitarra non sbaglia un colpo, affiancato da musicisti all'altezza del suo estro compositivo. Il set scorre omogeneo ed avvincente nell'arco di cinque lunghi pezzi che tributano tanto il black metal classico (soprattutto Emperor e Mayhem - si pensi al tema portante di "Repulsion" che a molti avrà fatto venire in mente il mitico incipit di "Freezing Moon") che le successive reincarnazioni del genere in direzione post-metal come Wolves in the Throne Room ed Agalloch (l'apice del concerto sarà toccato dalla conclusiva "Aufbruch" con quel break dal sapore post-rock che sfocia in uno strepitoso passaggio di voce pulita). 

Luci e faretti fanno il resto in una esibizione che promuoviamo a pieni voti. E col senno di poi potrò dire che questo è stato il momento che più mi son goduto nella serata come spettatore: non siamo in moltissimi sotto al palco ma siamo motivati e sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda. Perché la fregatura di queste serate con band dalle caratteristiche diverse sono le inevitabili incongruenze che si vengono a creare fra le sensibilità e le aspettative del pubblico: incongruenze che sortiscono quel brutto effetto di quando non sei in un cinema d'essai e il tizio accanto a te spippola sul cellulare o sgranocchia i popcorn durante i momenti topici del film, rovinandotelo... 

Capitolo II: Perle ai porci...

Lo dico subito: gli Amenra sono dei grandi, ma andrebbero visti in teatro, seduti e con i cellulari silenziati. Il loro non è un semplice concerto, ma la celebrazione di un rituale, cosa che dovrebbe essere chiara a chiunque nel momento in cui forti zaffate di incenso vengono spruzzate sul pubblico appena spente le luci. Ma purtroppo il pubblico non appare selezionato e sufficientemente devoto per le ragioni esposte sopra. C'erano molti che il concerto se lo son vissuto in modo religioso, ad occhi chiusi, gli mancava solo il cero in mano e il busto di cilicio, ma c'erano anche tante teste di cazzo che hanno ciarlato e fatto casino tutto il tempo. Ma mi domando e dico: se non ve ne frega un cazzo della band, perché non ve ne state al bar invece di rompermi le palle??? Fortunatamente la forza d'urto della musica degli Amenra è tale da coprire il chiacchiericcio, il problema è che la musica degli Amenra è fatta anche di vuoti, e quando il caos si placa e la voce di Colin H. van Eeckhout diviene un sussurro, quasi una preghiera, ogni colpo di fiato fuori posto diviene molesto ed io divento irascibile come Keith Jarrett

I brani degli Amenra brillano di una grande forza visionaria, supportata da un apparato multimediale di grande impatto con proiezioni in bianco e nero che evocano l'immaginario che sta dietro alla band, fra simboli esoterici, paesaggi naturali e furia degli elementi. Nonostante questo, la prima parte della esibizione viene funestata da un cicaleggio che trovo insopportabile e che mi costringe a spostarmi a più riprese alla ricerca di una sezione di spettatori civilizzati. È nella seconda metà dello show che riesco a liberarmi dai fantasmi della distrazione grazie alla tempesta emotiva sprigionata da un trittico micidiale di brani. "Am Kreuz" ipnotizza con la sua progressione à la Isis, forte di un crescendo post-metal che esplode fragorosamente in una micidiale botta neurosiana (suggestivo l'interno chiesastico con bianche colonne proiettato sullo sfondo, mentre i musicisti ondeggiano come in trance investiti da fasci di luce e flash da attacco epilettico). 

E poi arriva il tanto atteso momento di "A Solitary Reign", un brano che oserei indicare fra i migliori mai ascoltati in vita mia. È il caratteristico arpeggio a farsi strada fra le bucoliche immagini che ritraggono una chiesa su uno sfondo di desolante campagna. La bellissima voce di van Eeckhout accompagna la melodia di chitarra funestata dai laceranti screaming del bassista Tim De Getier, prima che tutto esploda nuovamente. Il Nostro non è un istrionico intrattenitore, ma la sua presenza, seppur dimessa, è magnetica. Tende a nascondersi fra le proiezioni e le luci, canta il 90% del tempo di spalle al pubblico, ma sa quando mostrarsi, facendolo nei momenti più significativi, come nel finale del brano dove la voce pulita torna ad elargire grandi emozioni. 

Finale devastante con "Diaken", che vede finalmente van Eeckhout a torso nudo a sfoggiare il suo vistoso tatuaggio sulla schiena (una croce cristiana rovesciata), segnando una tacca ulteriore quanto ad intensità in una esibizione divenuta oramai selvaggia fatta di riff corrosivi, atmosfera tesa e i brutali intrecci vocali fra il cantante e il bassista, autore quest'ultimo di un growl spaventoso, il tutto in un tripudio di luci ed immagini apocalittiche. 

Termina così quella che per me era l'esibizione più attesa, e quasi con sollievo adesso mi appropinquo verso la fase più distesa, rilassante e meno pretenziosa della serata. Ma stasera la buona sorte evidentemente non sembra soffiare dalla mia parte: anche in procinto del set danzereccio, pagliaccesco per certi versi e spensierato di Igorrr, non posso avere pace! Dietro di me c'è una ragazza che si esercita con il growl, e se la cava anche bene, sembra il Van Drunen dei tempi d'oro, ma non è questo il punto. È l'idiozia persistente ed ostinata ad indignarmi, un fastidio uditivo inframezzato da risate sguaiate e da una gestualità invadente che non vedo ma intuisco facilmente dagli spostamenti d'aria. Quando il mio nervosismo è al colmo della misura, provvidenzialmente entra in scena Gutier Serre a distrarre tutti. 

Capitolo III: dallo spirito alla carne e ritorno

Il cambio di palco dovrebbe in teoria coincidere con il passaggio dal sacro al profano, ossia, dalla "messa" officiata dagli Amenra al baccanale degli Igorrr. Dagli abiti neri dei belgi, dalle loro pose seriose, dal fisico esposto tatuato e sudato di van Eeckhout, dunque, alla scanzonata figura di Serre, il perfetto anti-metallaro: cappellino con visiera, cuffia da dj e canotta con teschio sbarazzino in stile Damien Hirst. Sullo sfondo campeggia il logo della band con l'inevitabile pollastro, divenuto oramai icona: niente proiezioni ad accompagnare la musica degli Igorrr, ma solo le soluzioni musicali inanellate una dopo l'altra dalla verve creativa del Nostro. 

Serre si erge su una pedana sopraelevata dietro ad una consolle e subito si cimenta in una introduzione elettronica a base di dissonanze e ritmiche spezzate, gesticola in modo plateale e il pubblico lo saluta con una ovazione. Ma è solo questione di qualche minuto, ecco dunque che sul palco si materializzano batterista, chitarrista e un losco figuro dalla faccia pitturata a completare una bombastica "Paranoid Bulldozer Italiano". Il cantante degli Igorrr è quanto di più fittizio e caricaturale ci possa essere, con il suo orripilante face-painting, la gestualità enfatica, il growl forzatamente minaccioso. La dimensione parodistica, di grottesca esagerazione delle istanze del metal estremo, non senza ironia, fa tuttavia parte della dissacrante messa in scena di Serre, genio compositivo e sfregiatore di modelli conosciuti. Si aggiunge carne al fuoco (ma non ci dobbiamo stupire, questa è la ricetta estrema di Serre!) con un break di clavicembalo e la comparsa in scena di una cantante d'opera. E siamo ancora al primo brano... 

La band assicura fisicità ed un sound solido ed incisivo, Serre si occupa del resto, fra iniezioni di elettronica e manipolazioni rumoristiche, inserti di musica classica e barocca, suggestioni esotiche, quest'ultime rese alla perfezione dall'accoppiata "Downgrade Desert"/"Camel Dancefloor": la prima si apre all'insegna di delizie beduine per poi affermarsi in un trascinante mid-tempo à la Therion; la seconda è invece una strumentale isterica scossa da nervosi beat elettronici e continuamente sospesa fra ambientazioni mediorientali ed esplosioni black metal, con un Serre ad imbracciare una chitarra extra al fine di rinforzare un sound che di brano in brano si fa sempre più massiccio, toccando l'apice con la brutale "Parpaing", death metal allo stato puro (un momento molto apprezzato dal pubblico anche perché il brano è quasi una hit grazie al featuring con Giorgione "Corpsegrinder" Fisher). 

La musica degli Igorrrr è forse un tripudio di mezze idee e citazioni, ma quanto è vasto l'armamentario di soluzioni a disposizione del buon Serre! Vera marcia in più è la voce superlativa di Marthe Alexandre, che non fa rimpiangere affatto la divina Aphrodite Patoulidou: (che aveva nel passato recente prestato servizio dal vivo per Serre): la soprano francese è infatti responsabile di una prova maiuscola che raramente si è vista su un palco metal, fornendo una prestazione di altissimo livello sia tecnicamente che quanto ad intensità, fra gorgheggi operistici e ululati da Le Mille e una Notte - si pensi ai vertiginosi saliscendi vocali di "Tout Petit Moineau" (pura lirica con le immancabili deviazioni di percorso) ed "Overweight Poesy" (dalla sfrontata esuberanza ellenica). 

Gli Igorrr non mi hanno mai convinto in studio, ma dal vivo quel loro mix di sonorità sembra finalmente decollare ed affermarsi pienamente nella sua genialità, come sintetizza alla perfezione il classico "Opus Brain", indubbiamente uno dei momenti più alti a livello compositivo per Serre, abile nell'integrare trame elettroniche e gli stilemi di un prog-sinfonico dalla verve oserei dire arcturusiana. A queste condizioni gli Igorrr sembrano incarnare oggi quello che i già citati Therion hanno rappresentato nel corso degli anni novanta, ossia l'evoluzione di una tradizione avanguardista che nel metal ha preso avvio con i grandissimi Celtic Frost e il loro monumentale "Into the Pandemonium", pietra angolare di un metal estremo contaminato che sa pescare tanto dalla musica classica quanto dalle ambientazioni etniche, senza disdegnare incursioni nella musica elettronica. Componente, quest'ultima, che trova piena manifestazione nella conclusiva "Very Noise", breakcore allo stato puro, con il solo Serre a macinare beat e distorsioni e i componenti della band a ballare sul palco e a fare da specchio alla folla danzante in una sala concerti che di colpo si è tramutata in uno scatenato dance-floor

Igorrr sveste infine la maschera di bizzarro intrattenitore per rivelarsi cerimoniere di un rituale collettivo vecchio come il mondo e che ebbe inizio con le prime società tribali. Dallo spirito alla carne e di nuovo allo spirito, potremmo dire, con l'anima universale junghiana a librarsi dai corpi sudati e scossi nelle danze meccaniche del nuovo millennio. Difficile dire se questo sia o no il metal del futuro, ma di sicuro la sensazione di contemporaneità è forte. E ancora più forte è la sensazione che quello di stasera sia per davvero il pubblico metal del futuro: pochi parrucconi e chiodi, tanta stravaganza e buona componente femminile. 

A proposito di "gentil sesso", la ragazza dalla voce di orco dietro di me ha continuato a sberciare per tutto il tempo facendo spazientire (o divertire - a seconda del punto di vista) più di una persona. Provvidenziale sarà l'intervento di un tizio (amico? Fidanzato? Pretendente non ancora dichiarato??) che subentrerà in un secondo momento e si farà garante della situazione, cercando di contenere l'esuberanza della ragazza e scusandosi da parte sua con gli sfortunati nei paraggi. Devo ammettere di essermi quasi commosso quando ad un certo punto, sfiorandomi il piede con il suo, il buon samaritano mi ha persino chiesto perdono. Ecco: in una serata di presunti santoni, di carne e sintetici, Lui, lampo di aurea gentilezza in un mondo di peccaminosa cafonaggine, è stato il mio vero Messia!