Lo scorso 16 gennaio è uscito “Krushers of the World”, ultimo dei sedici album rilasciati dai Kreator in una carriera oramai più che quarantennale. Questa tuttavia non intende essere la recensione dell’album, bensì una riflessione più ampia su certe dinamiche che strisciano subdolamente dietro al funzionamento di certo metal contemporaneo. Ritengo infatti che l’ultimo parto discografico della creatura di Mille Petrozza inneschi pensieri ed analisi che vale la pena condividere, a prescindere dai gusti personali.
L’album ha infatti suscitato reazioni contrastanti: c’è chi lo ha gradito, chi meno, ma è incontestabile il gran successo che sta riscuotendo, almeno in termini di visualizzazioni sulle principali piattaforme di streaming. Personalmente parlando mi colloco serenamente fra coloro che non sono rimasti entusiasti di questo "Krushers of the World", ma per onestà intellettuale mi sento di contestualizzare il mio giudizio e le analisi che ne discenderanno.
L’album ha infatti suscitato reazioni contrastanti: c’è chi lo ha gradito, chi meno, ma è incontestabile il gran successo che sta riscuotendo, almeno in termini di visualizzazioni sulle principali piattaforme di streaming. Personalmente parlando mi colloco serenamente fra coloro che non sono rimasti entusiasti di questo "Krushers of the World", ma per onestà intellettuale mi sento di contestualizzare il mio giudizio e le analisi che ne discenderanno.
Partiamo dal fatto che sono un fan di vecchia data dei Kreator. Si pensi solo che fra le mie primordiali cassettine figurava la copia di “Coma of Souls”. E che fra i primi cd comprati vi sia stato “Renewal”. Questo per dire come, anche solo a livello affettivo, sentimentale e formativo, i Kreator siano stati una parte significativa della mia (prei)storia.
Che fan sono stato dei Kreator? Quello che ha visto in Mille Petrozza un vero cantautore, un artista coraggioso che, oltre a rilasciare nel corso degli anni ottanta opere seminali per la storia del metal estremo, ha saputo andare avanti ed evolversi perseguendo una visione artistica a mio parere sempre coerente nonostante i vari cambi di direzione. Ed infatti al sottoscritto sono piaciuti anche i tomi della cosiddetta fase sperimentale, ossia “Outcast” ed “Endorama”.
Dirò di più. Non mi dispiacque nemmeno l’inversione di marcia compiuta con “Violent Revolution”, tanto ero innamorato del “linguaggio Kreator”. In quel lontano scorcio di inizio millennio vidi la band dal vivo addirittura tre volte: a Firenze come spalla ai Cannibal Corpse, a Pinarella di Cervia insieme a Sodom e Destruction ed al Gods of Metal del 2002 con gli Slayer headliner. E tutte e tre le volte rimasi positivamente impressionato dalla performance dei Nostri, a dimostrazione del fatto che la band mi convinceva sia in studio che sul palco. Ero, del resto, un gran fan dei Kreator.
Quella di “Violent Revolution” fu la "quadratura del cerchio", la summa di una carriera intera. Sì, esso sanciva la fine della parte avventurosa del cammino artistico dei Kreator, ma lo faceva con dignità, ricomponendo le diverse anime del sound che la band aveva saputo esprimere nel corso degli anni. L'album segnava il ritorno all'ovile del thrash metal senza smarrire del tutto quella indole melodica che si era fatta strada disco dopo disco. Una formula talmente funzionante che avrebbe gettato le basi per gli ulteriori 25 anni di carriera della band.
Avrei tuttavia vissuto quel quarto di secolo "lontano" dai Kreator, in quanto di lì a poco il mio interesse per le gesta del Petrozza sarebbe scemato, non per particolari demeriti del Nostro, ma per motivi puramente fisiologici - erano anni in cui mi stavo allontanando dal metal per esplorare altro. Doveroso chiarire che il rispetto per il mio eroe di gioventù non sarebbe mai venuto meno e che un orecchio alla sua musica l’avrei pur sempre buttato, anche solo per curiosità.
Che fan sono stato dei Kreator? Quello che ha visto in Mille Petrozza un vero cantautore, un artista coraggioso che, oltre a rilasciare nel corso degli anni ottanta opere seminali per la storia del metal estremo, ha saputo andare avanti ed evolversi perseguendo una visione artistica a mio parere sempre coerente nonostante i vari cambi di direzione. Ed infatti al sottoscritto sono piaciuti anche i tomi della cosiddetta fase sperimentale, ossia “Outcast” ed “Endorama”.
Dirò di più. Non mi dispiacque nemmeno l’inversione di marcia compiuta con “Violent Revolution”, tanto ero innamorato del “linguaggio Kreator”. In quel lontano scorcio di inizio millennio vidi la band dal vivo addirittura tre volte: a Firenze come spalla ai Cannibal Corpse, a Pinarella di Cervia insieme a Sodom e Destruction ed al Gods of Metal del 2002 con gli Slayer headliner. E tutte e tre le volte rimasi positivamente impressionato dalla performance dei Nostri, a dimostrazione del fatto che la band mi convinceva sia in studio che sul palco. Ero, del resto, un gran fan dei Kreator.
Quella di “Violent Revolution” fu la "quadratura del cerchio", la summa di una carriera intera. Sì, esso sanciva la fine della parte avventurosa del cammino artistico dei Kreator, ma lo faceva con dignità, ricomponendo le diverse anime del sound che la band aveva saputo esprimere nel corso degli anni. L'album segnava il ritorno all'ovile del thrash metal senza smarrire del tutto quella indole melodica che si era fatta strada disco dopo disco. Una formula talmente funzionante che avrebbe gettato le basi per gli ulteriori 25 anni di carriera della band.
Avrei tuttavia vissuto quel quarto di secolo "lontano" dai Kreator, in quanto di lì a poco il mio interesse per le gesta del Petrozza sarebbe scemato, non per particolari demeriti del Nostro, ma per motivi puramente fisiologici - erano anni in cui mi stavo allontanando dal metal per esplorare altro. Doveroso chiarire che il rispetto per il mio eroe di gioventù non sarebbe mai venuto meno e che un orecchio alla sua musica l’avrei pur sempre buttato, anche solo per curiosità.
Lontano dal mio interesse si sarebbe tuttavia concretizzata la grande rivalsa di Mille Petrozza, il quale, dopo la flessione di popolarità vissuta negli anni novanta, sarebbe lentamente ed inesorabilmente ritornato alle luci della ribalta, divenendo nel terzo millennio un artista trasversale capace di accattivarsi le simpatie di più generazioni di metallari. Soddisfacendo da un lato i boomer (inclusi i vecchi fan che non avevano apprezzato la svolta "gotica") e dall'altro quei giovanissimi che, in tempi di crisi di identità per il metal tradizionale, sentivano ancora il bisogno del conforto che venisse da una "forma aggiornata di metal classico".
C’è da dire che non è stato tutto merito di Mille Petrozza. La Nuclear Blast ha infatti svolto un ottimo lavoro di riposizionamento del “brand Kreator”. Il passaggio al colosso tedesco è avvenuto all'altezza di “Phantom Antichrist”, anno 2012, momento di reale svolta per la band tedesca, sia a livello stilistico che di successo commerciale. Lasciamo per ultimo l’aspetto artistico.
I primi due fronti su cui ha agito in modo lungimirante l’etichetta sono stati quello promozionale e quello concertistico. Per quanto riguarda il primo aspetto, ha saputo traghettare efficacemente i Kreator nel mondo di internet e dei social media assicurandosi un utile ponte verso le nuove generazioni. I videoclip dei singoli dei Kreator, per quanto pacchiani, sono stati indubbiamente dei prodotti professionali da far girare in rete ed utili a tenere alta l’attenzione generale sulle uscite discografiche della band. E poi vi è stata la campagna di reclutamento di giovani influencer pronti a confezionare contenuti adatti per canali di comunicazione come Tik Tok, Instagram e YouTube.
Quanto al lato concertistico, abbiamo avuto sotto gli occhi l’inarrestabile ascesa della popolarità della band grazie a scelte strategiche indirizzate all'accrescimento della sua visibilità. Con album sfornati a cadenza regolare, i Nostri son stati praticamente sempre in giro a promuovere la loro musica. Non è certo mancata la partecipazione ai principali festival estivi, ma vorrei fare tre esempi specifici per evidenziare le mire di chi li ha sapientemente guidati. Con il tour del 2018 da co-headliner con i Dimmu Borgir (e Bloodbath e Hatebreed come supporter) si è evidentemente cercato di intercettare appassionati in altre frange dell’estremo, dal black sinfonico al death. Nel 2023 di spalla ai Lamb of God ci si è fatti conoscere al pubblico di una generazione successiva e legata a sonorità groove, metalcore e in generale più moderne. Nel 2024, infine, grazie al tour da co-headliner con gli Anthrax (e con il supporto dei Testament) ci si è elevati allo status del thrash storico americano. Un lavoro lento e costante che ha portato al trionfale Krushers of the World Tour del 2026 che vedrà i Nostri niente meno che come headliner alla guida di un vero e proprio mini-festival dell'estremo sul cui cartellone figurano nomi importanti come Carcass, Exodus e Nails.
E' infine notizia di qualche giorno fa che verrà pubblicata una biografia di Mille Petrozza. Non dico che questa sia una operazione orchestrata insieme alle altre sopra elencate, ma di certo è la dimostrazione plastica di un accresciuto interesse intorno alla figura del musicista tedesco. E se è vero che son state pubblicate biografie di svariati personaggi del metal (da Tony Iommi a Rob Halford, da Lemmy a Bruce Dickinson, da Dave Mustaine a Scott Ian - tutti personaggi più o meno leggendari), non credo che ad oggi si sia scritto in modo ufficiale ed autorizzato sulla vita di un musicista appartenente alla sfera del metal estremo...).
Arriviamo dunque alla questione artistica. Per poter supportare una ascesa di questo tipo - impensabile fino ad una decina di anni prima - c’era bisogno di mettere a punto una formula che potesse accattivarsi sulla carta le simpatie di molti, se non di tutti. I Kreator hanno messo sul piatto il loro nome, la loro storia ed una versatilità che ha permesso loro di tenere i piedi in due staffe (un piede nel metal estremo e l'altro in sonorità afferenti ad un heavy di stampo più classico), divenendo delle specie di "reginotti del metal", estremi ma non troppo, e buoni per tutti i palati. Nei loro dischi abbiamo brani veloci ed aggressivi come da tradizione (da sottolineare la crescita dietro le pelli dell'inaffondabile Ventor che, come il buon vino, sembra migliorare con la vecchiaia), ma anche sempre più frequenti aperture melodiche, sia a livello di chitarra solista che di ritornelli.
Se una propensione alla melodia il buon Petrozza l’aveva già dimostrata in tempi non sospetti (e per questo fu all'epoca fortemente contestato - cosa che ci permette di guardarlo oggi con maggiore indulgenza), chi lo ha affiancato alle sei corde si è mostrato ben propenso a vogare in quella direzione. Avevo inizialmente molto apprezzato Sami Yli-Sirniö, in formazione già dal 2001, avendo egli portato nell'organico un tocco tecnico e a tratti schuldineriano (che è il miglior complimento che gli possiamo fare), ma col tempo la sua chitarra si è fatta sempre più morbida, lambendo territori prossimi al power metal. I richiami al power metal non si limitano alle melodie delle sei corde, ma anche ai ritornelli, mai così catchy e di facile presa come nell'ultimo album. A volte la voce di Petrozza funziona, a volte però suscita imbarazzo, e ci potremmo chiedere perché questa ostinazione nel calzare vesti che non gli appartengono.
Arriviamo dunque alla questione artistica. Per poter supportare una ascesa di questo tipo - impensabile fino ad una decina di anni prima - c’era bisogno di mettere a punto una formula che potesse accattivarsi sulla carta le simpatie di molti, se non di tutti. I Kreator hanno messo sul piatto il loro nome, la loro storia ed una versatilità che ha permesso loro di tenere i piedi in due staffe (un piede nel metal estremo e l'altro in sonorità afferenti ad un heavy di stampo più classico), divenendo delle specie di "reginotti del metal", estremi ma non troppo, e buoni per tutti i palati. Nei loro dischi abbiamo brani veloci ed aggressivi come da tradizione (da sottolineare la crescita dietro le pelli dell'inaffondabile Ventor che, come il buon vino, sembra migliorare con la vecchiaia), ma anche sempre più frequenti aperture melodiche, sia a livello di chitarra solista che di ritornelli.
Se una propensione alla melodia il buon Petrozza l’aveva già dimostrata in tempi non sospetti (e per questo fu all'epoca fortemente contestato - cosa che ci permette di guardarlo oggi con maggiore indulgenza), chi lo ha affiancato alle sei corde si è mostrato ben propenso a vogare in quella direzione. Avevo inizialmente molto apprezzato Sami Yli-Sirniö, in formazione già dal 2001, avendo egli portato nell'organico un tocco tecnico e a tratti schuldineriano (che è il miglior complimento che gli possiamo fare), ma col tempo la sua chitarra si è fatta sempre più morbida, lambendo territori prossimi al power metal. I richiami al power metal non si limitano alle melodie delle sei corde, ma anche ai ritornelli, mai così catchy e di facile presa come nell'ultimo album. A volte la voce di Petrozza funziona, a volte però suscita imbarazzo, e ci potremmo chiedere perché questa ostinazione nel calzare vesti che non gli appartengono.
Siamo giunti dunque a quello che secondo me è il nocciolo della questione. Il problema dei Kreator degli ultimi quindici anni non è tanto la melodia che, ben dosata, è stata ben presente fin dalla fase appena successiva a quella puramente thrash degli anni ottanta. L'oggetto della scandalo non è nemmeno il fatto che i Kreator non fanno più dischi di “cazzutissimo thrash metal”, perché come dicevo all'inizio Petrozza è anche (stato) un grande (cant)autore e non potrebbe mai sfornare oggi lavori con caratteristiche ed umori di quando era poco più che un teenager (queste cose le lasciamo a gente come Overkill ed Exodus).
Il nodo, semmai, è laddove si ha la forte impressione che i brani siano costruiti a tavolino proprio per piacere ad un ascoltatore medio ed anche un poco distratto. Un processo che, a mio parere, non solo ha eroso, album dopo album, il valore artistico della band, ma anche la sua anima. Non è solo fiacchezza compositiva (che peraltro sarebbe anche comprensibile al sedicesimo album), ad essa si sovrappone una intenzione, un atto programmatico, non so se voluto dalla etichetta o dall'artista o da entrambi. Mi riferisco alla pianificazione scientifica di un “metal usa e getta” che, evidentemente non indirizzato ai posteri, nei fatti adempie alla perfezione alla sua missione, ossia quella, sondaggi alla mano, di "cavalcare il presente". Tradotto: attirare l'attenzione anche solo per il tempo di qualche passaggio in streaming, tenere vivo il nome della band e garantire un buon impatto live. E certo non sarò io a negare l’innegabile capacità che i Nostri dimostrano ancora oggi nel tenere il palco, pur riducendo lo spazio dedicato al loro repertorio storico ed incentrando la scaletta sui nuovi brani, animati da tempi medi facilmente gestibili e ritornelli fatti appositamente per essere cantati dal pubblico.
Beninteso, non è solo un problema dei Kreator. Potremmo estendere il discorso ad altri nomi oggi molto in voga che dal metal estremo si sono mossi verso forme più edulcorate, semplicistiche e dannatamente prevedibili come Arch Enemy (che io reputo oramai il Male Assoluto nel metal), Behemoth ed Amon Amarth: tutte band con la loro onorata storia che da un certo punto in poi hanno fatto breccia nei cuori dei metallari del terzo millennio grazie ad un furbo mix di sonorità sempre più accessibili e cura dell'immagine (vuoi con una front-woman di buona presenza, vuoi con il trucco e il parrucco, vuoi con allestimenti di palco dall'imponenza disneyana - e come, a tal riguardo, non menzionare anche il mega-successo dei Sabaton, autentici campioni nel replicare la stessa (povera) formula musicale da anni condendola con spettacoli iper-coreografati).
Beninteso, non è solo un problema dei Kreator. Potremmo estendere il discorso ad altri nomi oggi molto in voga che dal metal estremo si sono mossi verso forme più edulcorate, semplicistiche e dannatamente prevedibili come Arch Enemy (che io reputo oramai il Male Assoluto nel metal), Behemoth ed Amon Amarth: tutte band con la loro onorata storia che da un certo punto in poi hanno fatto breccia nei cuori dei metallari del terzo millennio grazie ad un furbo mix di sonorità sempre più accessibili e cura dell'immagine (vuoi con una front-woman di buona presenza, vuoi con il trucco e il parrucco, vuoi con allestimenti di palco dall'imponenza disneyana - e come, a tal riguardo, non menzionare anche il mega-successo dei Sabaton, autentici campioni nel replicare la stessa (povera) formula musicale da anni condendola con spettacoli iper-coreografati).
Insomma, un modo calcolato e decisamente meno rischioso di approcciarsi al mercato, a cui va incontro un pubblico sempre più indifeso innanzi alle tantissime uscite discografiche (così tante e così facilmente reperibili che la fruizione gioco forza diventa superficiale). Un pubblico, dunque, facilmente arpionabile tramite l'esca di brani di facile presa, ma ahimé banalotti. E' questo infine un “metal telefonato”, professionalmente confezionato, formalmente perfetto e dunque inattaccabile secondo i criteri classici di giudizio (esecuzione tecnica, nitidezza dei suoni, qualità della produzione in generale). Eppure c'è qualcosa che non va, è evidente: le produzioni sono piatte ed uguali fra di loro, i riff già sentiti, gli sviluppi dei brani prevedibili e i ritornelli vengono a noia dopo averli sentiti tre volte (se va bene). E' questa una musica vuota di urgenza comunicativa, di personalità e senso dell'azzardo, priva di quelle vibrazioni che ci hanno fatto innamorare del genere.
Si fa un gran parlare di intelligenza artificiale e del timore che l’utilizzo della tecnologia possa un giorno disumanizzare la musica, ma se l’intelligenza umana deve essere questa, allora suddetto processo di disumanizzazione è già ampiamente in atto. Noi metallari abbiamo sempre criticato il pop nella sua accezione più spudoratamente commerciale, ma alla fine anche un "Krushers of the World" è un prodotto concepito, progettato e realizzato per avere facilmente successo. Come un brano pop può funzionare, anche un brano metal può rivelarsi efficace se il suo compito è quello di durare per qualche passaggio in streaming ed essere facilmente riproposto sul palco per far muovere e cantare la gente.
Davvero, non ci vuole molto oggi a confezionare un album più che sufficiente e poi renderlo virale tramite social e piattaforme di streaming, creando, come si suol dire, un po' di hype. Bastano un po' di mestiere e qualche accortezza di marketing. C'è gente (non è questo il caso dei Kreator) che deve la propria popolarità, non ad un singolo fortunato, ma ad un pezzetto di brano: qualche minutino scarso rimbalzato come una pallina di flipper su Tik Tok. Per questo è mia convinzione che non ci dovremmo accontentare di queste produzioni, ma semmai pretendere di più: pretendere una espressione artistica che almeno abbia l’ambizione di essere qualcosa di genuino in cui l’artista voglia riversare se stesso, se non con coraggio, almeno con personalità. Nel metal, fortunatamente, ci sono ancora molte band - nella nicchia, nell'underground ed anche nella fascia di media popolarità - a muoversi al di fuori di questo "piattume", e dunque ancora in grado di realizzare qualcosa di vibrante.
Inutile aggiungere che a me questo “metal telefonato” annoia assai e che mi lascia ben più perplesso delle "infiltrazioni pop" di molte espressioni di metal contemporaneo come Sleep Token, Spirit Box e Poppy, dove almeno (carta, penna ed algoritmi alla mano) si cerca di fare qualcosa di nuovo o diverso, piacciano o meno gli esiti...
Davvero, non ci vuole molto oggi a confezionare un album più che sufficiente e poi renderlo virale tramite social e piattaforme di streaming, creando, come si suol dire, un po' di hype. Bastano un po' di mestiere e qualche accortezza di marketing. C'è gente (non è questo il caso dei Kreator) che deve la propria popolarità, non ad un singolo fortunato, ma ad un pezzetto di brano: qualche minutino scarso rimbalzato come una pallina di flipper su Tik Tok. Per questo è mia convinzione che non ci dovremmo accontentare di queste produzioni, ma semmai pretendere di più: pretendere una espressione artistica che almeno abbia l’ambizione di essere qualcosa di genuino in cui l’artista voglia riversare se stesso, se non con coraggio, almeno con personalità. Nel metal, fortunatamente, ci sono ancora molte band - nella nicchia, nell'underground ed anche nella fascia di media popolarità - a muoversi al di fuori di questo "piattume", e dunque ancora in grado di realizzare qualcosa di vibrante.
Inutile aggiungere che a me questo “metal telefonato” annoia assai e che mi lascia ben più perplesso delle "infiltrazioni pop" di molte espressioni di metal contemporaneo come Sleep Token, Spirit Box e Poppy, dove almeno (carta, penna ed algoritmi alla mano) si cerca di fare qualcosa di nuovo o diverso, piacciano o meno gli esiti...
