Folgorato.
Letteralmente folgorato.
Raramente, in età adulta, mi è
successa una cosa simile per una band.
A dicembre scorso, gira in
Redazione, grazia a una preziosa imbeccata del nostro mementomori, il
monicker Moron Police. E da allora, per il sottoscritto la band
norvegese è diventata una sorta di dipendenza. Fisica e umorale. Non riesco a
staccarmene. Tanto da ascoltarli quasi ogni giorno e da recuperare tutta la
loro discografia, oggetto di questa Guida Rapida.
Chi sono e da dove escono questi pazzoidi norvegesi?
Il mastermind del progetto
è Sondre Skollevoll, cantante, tastierista e chitarrista che, nel
2008, dalla piccola cittadina di Farsund (affacciata sul Mar
del Nord, estremo sud-ovest della Norvegia) mette su un progetto che, dopo un
paio di cambi di nome e gli ingressi della sezione ritmica (Thore Pettersen alla
batteria e Rune Stordahl al basso), diventa Moron
Police (bislacco monicker nato da una situazione grottesca nella quale
i Nostri, ad una stazione di servizio, si comprarono e indossarono per
cazzeggio degli elmetti da poliziotti…)
Comedy metal band.
Così si definivano i MP agli albori della carriera perché l’approccio, i testi
e i titoli delle canzoni, corredate dalle foto di gruppo, appaiono da subito
scanzonati e ai limiti del grottesco. Ma è solo una facciata, perché dietro
troviamo musicisti coi controrazzi, che danno del tu ai
propri strumenti e propongono sonorità che colpiscono da subito nel segno, in
modo fresco e innovativo.
Ma scendiamo nel dettaglio,
partendo dagli albori. E cioè da…
“The Propaganda Machine”
(21/09/2012): il debut dei MP, autoprodotto, consta di appena 35 minuti che da
subito mette in mostra l’eclettismo dei Nostri: nel giro di un brano di tre minuti,
i norvegesi sono capaci di crossoverizzare una matrice
chiaramente prog metal con sezioni funky, del groove metal, con reminiscenze
grunge, prog rock d’antan con dadaismi assortiti che paiono uscire
da un redivivo Zappa-in-acido. Il tutto condito da massicce dosi di
alt-metal novantiano (Primus in primis, scusate il gioco di
parole). Tutte queste sonorità vengono miscelate e risputate in faccia
all’ascoltatore con un’urgenza comunicativa irrefrenabile. “Charlie’s Enormous
Mouth” e “Who’s that Chicken?” è l’accoppiata che apre l’album ed è
semplicemente sensazionale, capace anche di commuovere quando i brani si aprono
in melodie che non ti aspetti. I titoli e le situazioni demenziali, come detto,
si sprecano (“Omnivorous Sexosaurus”, “Don’t Eat My Chocolate”, “Super Mega
Awesome Couch”) ma la serietà compositiva della band salta subito
all’orecchio. Certo, questo debut è ancora compositivamente acerbo e non
pienamente “a fuoco”, nonchè debitore delle influenze succitate (tra cui paiono
fondamentali anche i Faith No More) ma la messa in scena è già di per sé
personale, facendo intravedere le enormi potenzialità che, infatti, si
esplicheranno nel futuro.
Voto: 7
“Defenders of the Small Yard”
(14/04/2014)
A meno di due anni dal debut, i
MP firmano per la piccola Flying Panda Rec. E rilasciano questo
secondo full length. Tutto il “pacchetto” è più professionale: nella cover (che
anticipa quelle ricche di dettagli, bestie assortite e colori che verranno in
futuro), nei suoni, nel missaggio. Rimane l’attitudine zappiana e l’apparente non-prendersi-troppo-sul-serio (anche
qui si sprecano i titoli demenziali) ma ora si evidenzia quell’esplosività
sonora che sarà sviluppata e padroneggiata al meglio in futuro. Un
paio di ospitate, alla voce e al flauto, arricchiscono il sound che ancora si
muove in tempi brevi (12 brani per appena 43 minuti) in cui però accadono molte
cose. L’impronta di scrittura di Skollevoll è ormai chiara: il prog rock/metal,
tecnico e dai riferimenti colti, di cui il suo songwriting è impregnato viene
mediato da sonorità “classiche”, da pop anni '80/'90. Mentre tutte le
influenze crossover primus/faithnomore-iane, per quanto meno
pervasive, emergono ancora di tanto in tanto, come nella cangiante “Black
Woman” o nella folle “Prepopherous, This Prepophery (I Will Not Have It)”.
L’ascolto, nella sua imprevedibilità e mutevolezza, scorre divertente e fluido.
E, lo anticipiamo, la fluidità è e sarà uno dei
concetti chiave della proposta della band.
La strada è tracciata: il terzo
full lenght sarà, come speso accade, il banco di prova definitivo della bontà
del progetto…
Voto: 7
Ma prima che si possa pensare al
terzo album, Stordhal lascia la band per motivi famigliari e questa è
un’occasione per imbarcare non solo il suo sostituto (Christian Holsteen,
amico di vecchia data di Skollevoll) ma anche un tastierista a tempo
pieno, Lars Bjørksen, altro amico di Sondre. Arriviamo così a...
“A Boat on the Sea”
(16/08/2019): diventati quindi un four-piece, i Nostri cambiano
anche etichetta (produce la Mighty Jam Music Group AS). E, complice
probabilmente una maggior maturazione e uno iato di un lustro da DotSY, si
scrollando di dosso titoli e modi (s)cazzoni, per condensare in appena 32
minuti (7 brani + intro) un caleidoscopio di idee brillanti, più
prettamente prog rock ma ipervitaminizzato e colorato. L’utilizzo massiccio di
synth, sax (tenore e soprano), violino e fisarmonica rende il tutto
decisamente bold, mantenendo il sound godurioso ed
esplosivo mentre le tematiche si fanno più serie e introspettive (fanno
capolino argomenti sulla guerra e sulla manipolazione politica). La voce di
Sondre è più corposa, profonda, matura, tecnicamente varia, il drumming di
Pettersen più terremotante e variegato. Sorprende la capacità di
sintesi della loro scrittura, con brani pregni di musica che si
condensano in 3 o 4 minuti. “Sforano” solo l’eccezionale “Captain Awkward” e la
conclusiva ballad “Isn’t It Easy!”, che sfiora i 7’ e chiude in modo toccante
un album che è stato, per i cultori del prog, già un piccolo instant
classic.
Irrinunciabile.
Voto: 8,5
“The Stranger and the Hightide”
(29/10/2021): per i 'completisti' della band, consigliamo anche l’ascolto di
questo Lo straniero e l’alta marea, un EP di appena 14’ per 4 brani
con i quali i MP giocano con rilassate sonorità country-blues che
rimandano a scenari, espressi auto-ironicamente già dalla copertina, da Far
West. Piacevole intermezzo che si chiude, peraltro, con una piccola gemma di
meno di 3’, “Parachutes” che, per il sottoscritto, entra di diritto tra le
migliori cose del repertorio della band.
Voto: s.v.
I MP, nel gennaio 2022, devono
però affrontare un lutto inaspettato: il drummer Thore Pettersen, infatti,
perde la vita in un incidente stradale. La band, che era già al lavoro sul
materiale per il 4° full lenght, vacilla per sei mesi fino a quando il fenomenale Billy
Rymer, ex batterista dei math-metal gods Dillinger Escape
Plan, aderisce al progetto. Consentendo, così, di arrivare, lo scorso novembre,
a…
“Pachinko” (28/11/2025):
dopo il dramma vissuto, i MP, anziché lasciare, raddoppiano:
tanto nella durata (dai 32’ di ABotS, a 60’) quanto nell’ambizione concettuale.
“Pachinko” è, infatti, un concept strampalato: narra di un ragazzo che si
trasforma in una macchina pachinko senziente (sic!) e che si
ritrova, ovviamente, a Tokyo!.
Nota a margine, doverosa:
le pachinko sono, appunto, una sorta di slot-machine da
sala giochi, spesso a fini d’azzardo, molto diffuse in Giappone.
Torniamo al disco: ad aumentare,
oltre a minutaggio e ambizione delle lyrics, sono anche i colori della
tavolozza della band che si arricchiscono di stilemi che, non esageriamo, abbracciano
5 decadi di rock/metal progressivo: dai Genesis ai Queen, dai Boston ai
Gentle Giant, dai Marillion ai Dream Theater arrivando agli ultimi Haken. Ma
dentro ritroviamo anche pop beatlesiano (come in “Make Things Easier” ad
esempio) e le espressioni più raffinate dell’A.O.R., oltre ai vecchi retaggi
funky/alternative (fortunatamente, molto limitati). C'è anche spazio per un
brano quasi electro-pop retrò ("Okinawa Sky"), peraltro
riuscitissimo.
Tutto questo ambaradan è
filtrato dalla sensibilità di Skollevoll che qui non bada a limiti: oltre ad
occuparsi di voce e chitarre, si cimenta con synths, pianoforte, basso, banjo,
percussioni e orchestrazioni. E la cui mano, nonostante i saliscendi
stilistici, è ferma e sempre a fuoco.
Le collaborazioni esterne, poi,
si sprecano: nei brani troviamo inserti di tromba, sassofono, violino,
violoncello, oboe e flauti. Mentre la prova alle pelli di Rymer è da far cadere
la mandibola da quanto è tecnica, fantasiosa e tellurica allo stesso tempo.
Tutto questo dà vita a un ottovolante di emozioni, colori,
suggestioni. Condito da un approccio radioso, “seriamente divertito” che,
assicuriamo, è capace di trasportare in alto, lasciando a terra fatiche,
preoccupazioni, ansie. Tristezze.
Ci risulta davvero difficile
estrapolare una parte di questa sorta di Luna Park che, più
che nelle singole ‘attrazioni’, va preso, goduto e vissuto, a volo
d’angelo, cioè nella sua luccicante totalità. Probabilmente, se proprio
dobbiamo, è la lunga title-track (per un totale di 15’), divisa in due parti, a
rappresentare la summa dell’eclettismo dei Moron Police il cui crossover prog
(scusate il pessimo neologismo) è, per chi scrive, uno dei sintomi di
maggior vitalità del nostro genere preferito.
Un album difficilmente
eguagliabile...
Voto (severo): 9,5
Fateli vostri. O peste vi
colga!
A cura di Morningrise

