"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

26 mar 2026

GUIDE RAPIDE PER CHI VA DI FRETTA: I MORON POLICE

 



Folgorato. Letteralmente folgorato

Raramente, in età adulta, mi è successa una cosa simile per una band.

A dicembre scorso, gira in Redazione, grazia a una preziosa imbeccata del nostro mementomori, il monicker Moron Police. E da allora, per il sottoscritto la band norvegese è diventata una sorta di dipendenza. Fisica e umorale. Non riesco a staccarmene. Tanto da ascoltarli quasi ogni giorno e da recuperare tutta la loro discografia, oggetto di questa Guida Rapida.

Chi sono e da dove escono questi pazzoidi norvegesi?

Il mastermind del progetto è Sondre Skollevoll, cantante, tastierista e chitarrista che, nel 2008, dalla piccola cittadina di Farsund (affacciata sul Mar del Nord, estremo sud-ovest della Norvegia) mette su un progetto che, dopo un paio di cambi di nome e gli ingressi della sezione ritmica (Thore Pettersen alla batteria e Rune Stordahl al basso), diventa Moron Police (bislacco monicker nato da una situazione grottesca nella quale i Nostri, ad una stazione di servizio, si comprarono e indossarono per cazzeggio degli elmetti da poliziotti…)

Comedy metal band. Così si definivano i MP agli albori della carriera perché l’approccio, i testi e i titoli delle canzoni, corredate dalle foto di gruppo, appaiono da subito scanzonati e ai limiti del grottesco. Ma è solo una facciata, perché dietro troviamo musicisti coi controrazzi, che danno del tu ai propri strumenti e propongono sonorità che colpiscono da subito nel segno, in modo fresco e innovativo.

Ma scendiamo nel dettaglio, partendo dagli albori. E cioè da…

The Propaganda Machine” (21/09/2012): il debut dei MP, autoprodotto, consta di appena 35 minuti che da subito mette in mostra l’eclettismo dei Nostri: nel giro di un brano di tre minuti, i norvegesi sono capaci di crossoverizzare una matrice chiaramente prog metal con sezioni funky, del groove metal, con reminiscenze grunge, prog rock d’antan con dadaismi assortiti che paiono uscire da un redivivo Zappa-in-acido. Il tutto condito da massicce dosi di alt-metal novantiano (Primus in primis, scusate il gioco di parole). Tutte queste sonorità vengono miscelate e risputate in faccia all’ascoltatore con un’urgenza comunicativa irrefrenabile. “Charlie’s Enormous Mouth” e “Who’s that Chicken?” è l’accoppiata che apre l’album ed è semplicemente sensazionale, capace anche di commuovere quando i brani si aprono in melodie che non ti aspetti. I titoli e le situazioni demenziali, come detto, si sprecano (“Omnivorous Sexosaurus”, “Don’t Eat My Chocolate”, “Super Mega Awesome Couch”) ma la serietà compositiva della band salta subito all’orecchio. Certo, questo debut è ancora compositivamente acerbo e non pienamente “a fuoco”, nonchè debitore delle influenze succitate (tra cui paiono fondamentali anche i Faith No More) ma la messa in scena è già di per sé personale, facendo intravedere le enormi potenzialità che, infatti, si esplicheranno nel futuro.

Voto7

Defenders of the Small Yard” (14/04/2014)

A meno di due anni dal debut, i MP firmano per la piccola Flying Panda Rec. E rilasciano questo secondo full length. Tutto il “pacchetto” è più professionale: nella cover (che anticipa quelle ricche di dettagli, bestie assortite e colori che verranno in futuro), nei suoni, nel missaggio. Rimane l’attitudine zappiana e l’apparente non-prendersi-troppo-sul-serio (anche qui si sprecano i titoli demenziali) ma ora si evidenzia quell’esplosività sonora che sarà sviluppata e padroneggiata al meglio in futuro. Un paio di ospitate, alla voce e al flauto, arricchiscono il sound che ancora si muove in tempi brevi (12 brani per appena 43 minuti) in cui però accadono molte cose. L’impronta di scrittura di Skollevoll è ormai chiara: il prog rock/metal, tecnico e dai riferimenti colti, di cui il suo songwriting è impregnato viene mediato da sonorità “classiche”, da pop anni '80/'90. Mentre tutte le influenze crossover primus/faithnomore-iane, per quanto meno pervasive, emergono ancora di tanto in tanto, come nella cangiante “Black Woman” o nella folle “Prepopherous, This Prepophery (I Will Not Have It)”. L’ascolto, nella sua imprevedibilità e mutevolezza, scorre divertente e fluido. E, lo anticipiamo, la fluidità è e sarà uno dei concetti chiave della proposta della band.

La strada è tracciata: il terzo full lenght sarà, come speso accade, il banco di prova definitivo della bontà del progetto…

Voto7

Ma prima che si possa pensare al terzo album, Stordhal lascia la band per motivi famigliari e questa è un’occasione per imbarcare non solo il suo sostituto (Christian Holsteen, amico di vecchia data di Skollevoll) ma anche un tastierista a tempo pieno, Lars Bjørksen, altro amico di Sondre. Arriviamo così a...

A Boat on the Sea” (16/08/2019): diventati quindi un four-piece, i Nostri cambiano anche etichetta (produce la Mighty Jam Music Group AS). E, complice probabilmente una maggior maturazione e uno iato di un lustro da DotSY, si scrollando di dosso titoli e modi (s)cazzoni, per condensare in appena 32 minuti (7 brani + intro) un caleidoscopio di idee brillanti, più prettamente prog rock ma ipervitaminizzato e colorato. L’utilizzo massiccio di synth, sax (tenore e soprano), violino e fisarmonica rende il tutto decisamente bold, mantenendo il sound godurioso ed esplosivo mentre le tematiche si fanno più serie e introspettive  (fanno capolino argomenti sulla guerra e sulla manipolazione politica). La voce di Sondre è più corposa, profonda, matura, tecnicamente varia, il drumming di Pettersen più terremotante e variegato. Sorprende la capacità di sintesi della loro scrittura, con brani pregni di musica che si condensano in 3 o 4 minuti. “Sforano” solo l’eccezionale “Captain Awkward” e la conclusiva ballad “Isn’t It Easy!”, che sfiora i 7’ e chiude in modo toccante un album che è stato, per i cultori del prog, già un piccolo instant classic.

Irrinunciabile.

Voto8,5

The Stranger and the Hightide” (29/10/2021): per i 'completisti' della band, consigliamo anche l’ascolto di questo Lo straniero e l’alta marea, un EP di appena 14’ per 4 brani con i quali i MP giocano con rilassate sonorità country-blues che rimandano a scenari, espressi auto-ironicamente già dalla copertina, da Far West. Piacevole intermezzo che si chiude, peraltro, con una piccola gemma di meno di 3’, “Parachutes” che, per il sottoscritto, entra di diritto tra le migliori cose del repertorio della band.

Votos.v.

I MP, nel gennaio 2022, devono però affrontare un lutto inaspettato: il drummer Thore Pettersen, infatti, perde la vita in un incidente stradale. La band, che era già al lavoro sul materiale per il 4° full lenght, vacilla per sei mesi fino a quando il fenomenale Billy Rymer, ex batterista dei math-metal gods Dillinger Escape Plan, aderisce al progetto. Consentendo, così, di arrivare, lo scorso novembre, a…

Pachinko” (28/11/2025): dopo il dramma vissuto, i MP, anziché lasciareraddoppiano: tanto nella durata (dai 32’ di ABotS, a 60’) quanto nell’ambizione concettuale. “Pachinko” è, infatti, un concept strampalato: narra di un ragazzo che si trasforma in una macchina pachinko senziente (sic!) e che si ritrova, ovviamente, a Tokyo!.

Nota a margine, doverosa: le pachinko sono, appunto, una sorta di slot-machine da sala giochi, spesso a fini d’azzardo, molto diffuse in Giappone.

Torniamo al disco: ad aumentare, oltre a minutaggio e ambizione delle lyrics, sono anche i colori della tavolozza della band che si arricchiscono di stilemi che, non esageriamo, abbracciano 5 decadi di rock/metal progressivo: dai Genesis ai Queen, dai Boston ai Gentle Giant, dai Marillion ai Dream Theater arrivando agli ultimi Haken. Ma dentro ritroviamo anche pop beatlesiano (come in “Make Things Easier” ad esempio) e le espressioni più raffinate dell’A.O.R., oltre ai vecchi retaggi funky/alternative (fortunatamente, molto limitati). C'è anche spazio per un brano quasi electro-pop retrò ("Okinawa Sky"), peraltro riuscitissimo.

Tutto questo ambaradan è filtrato dalla sensibilità di Skollevoll che qui non bada a limiti: oltre ad occuparsi di voce e chitarre, si cimenta con synths, pianoforte, basso, banjo, percussioni e orchestrazioni. E la cui mano, nonostante i saliscendi stilistici, è ferma e sempre a fuoco.

Le collaborazioni esterne, poi, si sprecano: nei brani troviamo inserti di tromba, sassofono, violino, violoncello, oboe e flauti. Mentre la prova alle pelli di Rymer è da far cadere la mandibola da quanto è tecnica, fantasiosa e tellurica allo stesso tempo. Tutto questo dà vita a un ottovolante di emozioni, colori, suggestioni. Condito da un approccio radioso, “seriamente divertito” che, assicuriamo, è capace di trasportare in alto, lasciando a terra fatiche, preoccupazioni, ansie. Tristezze.

Ci risulta davvero difficile estrapolare una parte di questa sorta di Luna Park che, più che nelle singole ‘attrazioni’, va preso, goduto e vissuto, a volo d’angelo, cioè nella sua luccicante totalità. Probabilmente, se proprio dobbiamo, è la lunga title-track (per un totale di 15’), divisa in due parti, a rappresentare la summa dell’eclettismo dei Moron Police il cui crossover prog (scusate il pessimo neologismo) è, per chi scrive, uno dei sintomi di maggior vitalità del nostro genere preferito.

Un album difficilmente eguagliabile...

Voto (severo): 9,5

Fateli vostri. O peste vi colga!

A cura di Morningrise