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16 mar 2026

RASSEGNA SUL METAL BELLICO_IL METAL TROCLEARE DEI BOLT THROWER

 



La genesi del progetto Bolt Thrower avviene a partire da un territorio death estremo, sufficientemente cupo e cieco da poter rientrare nella scuderia Earache a cavallo tra '80 e '90. La Earache si interessava ad una serie di progetti al limite della cacofonia, oppure estremi per una concezione minimale e anarchica di un sound che comunque gravitava dalle parti del metal estremo, o del punk-hardcore.

Il limite tra i progetti di death estremo avanzato, con la variante del death-doom, è che questo tipo di estremismo sonoro stava in una maggiore radicalità, unita ad una ricerca sperimentale dell’estremo nella decomposizione di alcuni elementi “minimi” di struttura. Ciò avveniva in vario modo, dalla estrema brevità dei brani, alla velocità spinta all’inverosimile per solo rullante, alla inintelligibilità totale del cantato, alla rozzezza delle scelte timbriche e degli arrangiamenti.

I Bolt Thrower ad esempio usano strutture death, ma le riducono a moduli, ripetuti in maniera automatica senza “intervento umano”, come nel loop di un dj (anticipando in questo uno degli stilemi di Burzum), con effetto ipnotico e di sospensione, ma anche una sostanziale separazione tra i blocchi del costrutto orchestrale, cosicché si ha l’impressione di un succedersi di movimenti che scattano in successione, come quelli di una ruota dentata. Dal termine che si usa per indicare la ruota dentata come tipo di movimento articolare in medicina (“troclea”) si potrebbe coniare il termine di metal trocleare. La meccanica trocleare ricorda quella dei cingoli di un carro armato, ma anche l’avanzare di una locomotiva, un trattore o un mezzo analogo, che, pur andando su ruote circolari, avanza con movimento ritmico di pistoni e di assi di allineamento, che sospingono le ruote non motrici.

L’esordio del Bolt è un disco che è embrionale stilisticamente, e infatti contiene i principi base del progetto musicale. “In Battle There Is No Law” (1988), a livello lirico, pare invece riassumere il perché della guerra come scenario generico e il perché della scelta iniziale di parlare di guerre fantastiche, quelle a metà tra l’arcaico e il futuribile.

 In the fight for existence and life / There is no law / And in the presence of eternal death / There is no law

Non c’è legge, e infatti armamenti e guerrieri diventano ibridi, votati ad una cieca distruzione in combattimenti che vedono contrapposta la razza umana ad un nemico senza nome, volto e con risorse superiori. Il manifesto della poetica dei Bolt è a tutti gli effetti "Cenotaph", (da “War Master”, 1991), il sepolcro senza ossa, in altre parole il monumento a ciò che rimane della guerra/vita: una sepolcro monumenale vuoto.  "Cenotaph" è una canzone-baricentro dei Bolt Thrower. In ogni loro disco c’è una canzone che riproduce un passaggio di Cenotaph, ovvero quei cinque colpi di rullante con effetto apertura/chiusura (una sorta di cerniera) che scandiscono la base ritmica roboante. Anzi, volendo essere precisi, quel passaggio ritmico c’è anche prima del disco “War Master”. Tornando alla loro poetica, il sepolcro vuoto è un passo oltre il monumento al "milite ignoto". Il milite è comunque un destino compiuto, in cui l'individualità non conta perché lo sforzo è per la patria. Nel "cenotaph", il sepolcro è vuoto, perché lo sforzo è comunque inutile rispetto al destino dell'umanità intera, che potrà al massimo vincere una battaglia con quel sacrificio. Vinta una battaglia, non cambia virtualmente nulla, perché il futuro è onward into countless battles ('avanti verso una serie infinita di battaglie'). Non esiste la fine della guerra; la guerra è una premessa dell'anima, c'è sempre: siamo sempre belligeranti, provocati alla guerra, minacciati a morte dal mondo: siamo sempre in mezzo a un campo di battaglia, e ciò che cambia la posizione che scegliamo di assumere. Senza prospettiva, senza guadagno alcuno.

Se i Bolt Thrower fossero un negozio, sarebbero una ferramenta. Ho sempre visto i negozi di ferramenta come il negozio del mago, perché gli elementi in vendita, apparentemente privi di senso se considerati uno per uno, sono combinabili per costruire una grande varietà di cose. Così come i mattoncini giocattolo, sono moduli che si incastrano a dar forma a castelli, personaggi, treni, edifici vari, ma sempre con un taglio riconoscibile. Al posto del pentagramma, i Bolt Thrower me li immagino riempire un foglio bianco di scritte e simboli tipo “vite a croce scanalatura del 6”, “bullone a testa esagonale”, "piastra 6*8*1 a bordi smussi", "gancio bifronte con molla di raccordo", e così via.

La sensazione che la band regala è insieme quella di moto perpetuo, inarrestabile e fatale, e quello della lentezza pachidermica. Ed è proprio per questo che, da un certo momento in poi, l’elemento doom della band viene esaltato (segnatamente con “The IVth Crusade”, 1992). Con lo stesso album si chiude un cerchio concettuale sul tema della guerra: se le prime rappresentazioni erano di guerre immaginarie, post-atomiche, o arcaico-barocco, qui si aggiunge la componente realistica, cioè le guerre della storia dell’uomo (qui la Crociata suddetta, poi verrà la Prima Guerra Mondiale). Il reflusso dalla fantasia alla realtà conferma che, da una parte, la realtà supera l’immaginazione; dall’altra, la musica può re-immaginare la realtà stessa. Lo stesso destino vedono le copertine, che inizialmente sono addirittura concordate con una casa editrice di giochi fantasy, poi pescano dalla pittura fino alla foto della guerra delle Falkland di “…For Victory” (1994).

Per inciso, gl inglesi sono caratterizzati anche dal fatto di avere una delle poche bassiste donna, Jo Bench, con chiari “meriti sul campo”, entrata nella formazione un po’ per caso (era la compagna di un ex membro), ma poi divenuto un elemento caratterizzante. Le trame ritmiche infatti si svolgono quasi sottotraccia, ma come i cingoli nel carro armato, sono i veri protagonisti (rispetto al pur fondamentale cannoncino).

I Bolt Thrower sono la figurazione musicale del martellamento delle armi sui campi di battaglia, dalla spara-proiettili delle vecchie  balestre giganti, ai cannoni su ruote e mortai della Prima Mondiale, all’artiglieria su cingoli, e in generale a tutti gli armamenti terra-terra. Inchiodano l’uomo ad un destino di morte che cercano in un’apparente brutalità incomprensibile contro il prossimo, ma forse assomigliano all'idea del regista Christian Rivers di "Macchine mortali" (2018): nel futuro post-atomico le città si riorganizzano su piattaforme mobili gigantesche, come enormi conglomerati urbanistici semoventi, che possono ricordare anche Laputa (1986) di H. Miyazaki. Enormi e "impossibili" territori mobili su ruote sospinte da motori ciclopici, che mangiano altre città più piccole, fagocitandole così come avviene nella realtà dell'espansione metropolitana. 

In questo caso però si tratta di una continua fuga verso una vita, "in guerra", come se la guerra coincidesse con la vita e col movimento di una grande troclea biomeccanica.

A cura del Dottore

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