La genesi del progetto Bolt Thrower avviene a partire da un territorio death estremo, sufficientemente cupo
e cieco da poter rientrare nella scuderia Earache a cavallo tra '80 e '90. La
Earache si interessava ad una serie di progetti al limite della cacofonia, oppure
estremi per una concezione minimale e anarchica di un sound che comunque
gravitava dalle parti del metal estremo, o del punk-hardcore.
Il limite tra i progetti di death estremo avanzato, con la variante del death-doom, è che questo tipo di estremismo sonoro stava in una maggiore radicalità, unita ad una ricerca sperimentale dell’estremo nella decomposizione di alcuni elementi “minimi” di struttura. Ciò avveniva in vario modo, dalla estrema brevità dei brani, alla velocità spinta all’inverosimile per solo rullante, alla inintelligibilità totale del cantato, alla rozzezza delle scelte timbriche e degli arrangiamenti.
I Bolt Thrower ad esempio usano
strutture death, ma le riducono a moduli, ripetuti in maniera automatica senza “intervento
umano”, come nel loop di un dj (anticipando in questo uno degli stilemi di
Burzum), con effetto ipnotico e di sospensione, ma anche una sostanziale
separazione tra i blocchi del costrutto orchestrale, cosicché si ha l’impressione
di un succedersi di movimenti che scattano in successione, come quelli di una ruota
dentata. Dal termine che si usa per indicare la ruota dentata come tipo di
movimento articolare in medicina (“troclea”) si potrebbe coniare il termine di
metal trocleare. La meccanica trocleare ricorda quella dei cingoli di un carro
armato, ma anche l’avanzare di una locomotiva, un trattore o un mezzo analogo,
che, pur andando su ruote circolari, avanza con movimento ritmico di pistoni e di
assi di allineamento, che sospingono le ruote non motrici.
L’esordio del Bolt è un disco che
è embrionale stilisticamente, e infatti contiene i principi base del progetto
musicale. “In Battle There Is No Law” (1988), a livello lirico, pare invece riassumere
il perché della guerra come scenario generico e il perché della scelta
iniziale di parlare di guerre fantastiche, quelle a metà tra l’arcaico e il
futuribile.
Non c’è legge,
e infatti armamenti e guerrieri diventano ibridi, votati ad una cieca
distruzione in combattimenti che vedono contrapposta la razza umana ad un nemico
senza nome, volto e con risorse superiori. Il manifesto della poetica dei Bolt è a tutti gli effetti "Cenotaph", (da “War Master”, 1991), il sepolcro senza ossa, in
altre parole il monumento a ciò che rimane della guerra/vita: una sepolcro monumenale
vuoto. "Cenotaph" è una canzone-baricentro
dei Bolt Thrower. In ogni loro disco c’è una canzone che riproduce un passaggio
di Cenotaph, ovvero quei cinque colpi di rullante con effetto apertura/chiusura
(una sorta di cerniera) che scandiscono la base ritmica roboante. Anzi, volendo
essere precisi, quel passaggio ritmico c’è anche prima del disco “War Master”. Tornando alla loro poetica, il sepolcro vuoto è un passo oltre il monumento al "milite ignoto". Il milite è comunque un destino compiuto, in cui l'individualità non conta perché lo sforzo è per la patria. Nel "cenotaph", il sepolcro è vuoto, perché lo sforzo è comunque inutile rispetto al destino dell'umanità intera, che potrà al massimo vincere una battaglia con quel sacrificio. Vinta una battaglia, non cambia virtualmente nulla, perché il futuro è onward into countless battles ('avanti verso una serie infinita di battaglie'). Non esiste la fine della guerra; la guerra è una premessa dell'anima, c'è sempre: siamo sempre belligeranti, provocati alla guerra, minacciati a morte dal mondo: siamo sempre in mezzo a un campo di battaglia, e ciò che cambia la posizione che scegliamo di assumere. Senza prospettiva, senza guadagno alcuno.
Se i Bolt
Thrower fossero un negozio, sarebbero una ferramenta. Ho sempre visto i negozi
di ferramenta come il negozio del mago, perché gli elementi in vendita,
apparentemente privi di senso se considerati uno per uno, sono combinabili per
costruire una grande varietà di cose. Così come i mattoncini giocattolo, sono moduli
che si incastrano a dar forma a castelli, personaggi, treni, edifici vari, ma
sempre con un taglio riconoscibile. Al posto del pentagramma, i Bolt Thrower me
li immagino riempire un foglio bianco di scritte e simboli tipo “vite a croce scanalatura
del 6”, “bullone a testa esagonale”, "piastra 6*8*1 a bordi smussi", "gancio
bifronte con molla di raccordo", e così via.
La sensazione
che la band regala è insieme quella di moto perpetuo, inarrestabile e fatale,
e quello della lentezza pachidermica. Ed è proprio per questo che, da un certo
momento in poi, l’elemento doom della band viene esaltato (segnatamente con “The
IVth Crusade”, 1992). Con lo stesso album si chiude un cerchio concettuale sul tema
della guerra: se le prime rappresentazioni erano di guerre immaginarie,
post-atomiche, o arcaico-barocco, qui si aggiunge la componente realistica,
cioè le guerre della storia dell’uomo (qui la Crociata suddetta, poi verrà la Prima Guerra Mondiale). Il reflusso dalla fantasia alla realtà conferma che, da una parte,
la realtà supera l’immaginazione; dall’altra, la musica può re-immaginare la
realtà stessa. Lo stesso destino vedono le copertine, che inizialmente sono
addirittura concordate con una casa editrice di giochi fantasy, poi pescano
dalla pittura fino alla foto della guerra delle Falkland di “…For Victory” (1994).
Per inciso, gl inglesi sono caratterizzati anche dal fatto di avere una delle poche bassiste
donna, Jo Bench, con chiari “meriti sul campo”, entrata nella formazione un po’ per caso
(era la compagna di un ex membro), ma poi divenuto un elemento caratterizzante.
Le trame ritmiche infatti si svolgono quasi sottotraccia, ma come i
cingoli nel carro armato, sono i veri protagonisti (rispetto al pur fondamentale
cannoncino).
I Bolt Thrower sono la figurazione musicale del martellamento delle armi sui campi di battaglia, dalla spara-proiettili delle vecchie balestre giganti, ai cannoni su ruote e mortai della Prima Mondiale, all’artiglieria su cingoli, e in generale a tutti gli armamenti terra-terra. Inchiodano l’uomo ad un destino di morte che cercano in un’apparente brutalità incomprensibile contro il prossimo, ma forse assomigliano all'idea del regista Christian Rivers di "Macchine mortali" (2018): nel futuro post-atomico le città si riorganizzano su piattaforme mobili gigantesche, come enormi conglomerati urbanistici semoventi, che possono ricordare anche Laputa (1986) di H. Miyazaki. Enormi e "impossibili" territori mobili su ruote sospinte da motori ciclopici, che mangiano altre città più piccole, fagocitandole così come avviene nella realtà dell'espansione metropolitana.
In questo caso però si tratta di una continua fuga verso una vita, "in guerra", come se la guerra coincidesse con la vita e col movimento di una grande troclea biomeccanica.
A cura del Dottore
(vedi il resto della Rassegna)

