Il vulcano sputa fuori sulla crosta e sui paesaggi terrestri ciò che giace sotto le sue fondamenta, e ricorda all’uomo che sarà mangiato dalla sua stessa inquietudine sotterranea, sopra cui ha costruito strati e strati di civiltà.
Così i Mayhem si piazzano sopra le nostre teste nel 2026, come un passamontagna calato a forza sul viso di un pagliaccio.
"Liturgy of Death", ovvero la
risposta deep-black, intenzionale o meno, ai Marduk di "Memento Mori", è un disco
programmatico, un rosario di momenti che illustrano il rapporto dell’uomo con
la morte.
Questo disco fa un effetto strano. Solo chi non ascolta black potrebbe pensare che si tratti di un titolo classico, mentre in realtà non lo è. E anche la musica non è quella di un black che ci si aspetta nel 2026. Eppure i suoi elementi, presi singolarmente, non ci sfuggono, ma rimane un oggetto non identificato anche se l’insieme si impone attraverso canali diretti. Non è quello di "DMD" il black, ma pare di sentire (fantasticando) lo stesso black suonato da musicisti cresciuti in un’isola deserta per oltre 30 anni. Il frutto di uno sviluppo indipendente e segregato, che colpisce nel segno perché radicata profondamente nel terreno di tutta la storia che è venuta dopo.
Colpisce nel segno perché il
segno è il proprio.
I Mayhem hanno compiuto un
viaggio intorno al mondo, fuori dal mondo, alla ricerca del black perduto forse.
Abbiamo inizialmente pensato che dovessero far qualcosa di fondamentale per
tirare le fila del black dopo il 1993, e poi ancora siamo rimasti perplessi di
fronte ad un percorso che non pareva allinearsi con nessuna delle tendenze, non
in tempo reale almeno. Burzum e altri hanno portato avanti lo spirito di "quel black", ma la cifra di Euronymous è rimasta forse incompiuta. Se c'era una cifra di Euronymous, era qualcosa che cercava l'annichilimento, e non l'espansione, come faceva invece Burzum. Una cifra che voleva riversare la massa e la moltitudine nell'imbuto del niente anziché, come fece Burzum, far brillare il nulla in una stella danzante, alla Nietzsche. Siamo rimasti straniati ma incuriositi da una produzione
che non era opportunistica, né facile e senza rotta. Il black in tre atti, in sede live proposto
in senso cronologico inverso, nasce per riportare in giro i vecchi Mayhem ma
finisce per dare un senso ai nuovi. Così, pensando che stessero girando un po’
a vuoto ai confini del black, erano il gruppo storico che meno sembrava
mantenere un dialogo comprensibile con la scena, salvo il trapassarla improvvisamente
con questo nuovo lavoro, che arriva addosso come il boomerang di DMDS. E ci riporta un progetto che, al di là dell'impatto musicale, si impegna anche in una teorizzazione nichilistica attraverso i testi e i titoli, elemento nuovo perché i Mayhem originari erano d'atmosfera e non certo "ragionati", anzi utilizzavano ancora Satana come riferimento del loro nichilismo distruttivo. Ma c'erano già segni di quest'inquietudine, se è vero che DMDS usa la parola eternità in due dei titoli (concetto centrale in "Liturgy of Death"), e che ammicca al concettuale senza svilupparlo a livello verbale.
E’ come aprire un baule pieno dei
cimeli e dei ricordi di un padre morto prima che il figlio nascesse, e che il
figlio ritrova quando ormai è un uomo.
In questo disco c’è l’estremismo
della chiusura dentro il black, senza il pregiudizio della velocità o della
lentezza, della ferocia o dell’enfasi. Descrive qualcosa che è alla base del
black, o meglio che segna il passaggio al black, e riguarda il passaggio della
visione analitica della morte, con la sua descrizione macabra, disgustosa e
morbosa; alla sublimazione dell’idea della morte. Oltre la visione della morte
e della decomposizione c’è l’idea della morte, che il cervello non sopporta e
da cui rifugge. Il black usa la morte come principio di conoscenza, e così riesce
a non guardarla negli occhi. I Mayhem annientano questo spasimo con un vero nichilismo,
senza sbocchi e prospettive: la morte è il pensiero dominante dei vivi, senza avere
alcun preciso significato, come un virus che inizia ad operare distruggendo i
nostri file: non potremo conoscerla, né evitarla, né evitare di pensarci.
La morte è insieme una realtà e un’idea, ma le due cose non arrivano mai a toccarsi, cosicché l’uomo vive preoccupandosi della morte e immaginandola, senza che questi due sforzi conduca a nessun risultato. “Quando noi ci siamo, non c’è la morte, e quando c’è la morte, non ci siamo noi” provava a dire Epicuro, ad indicare come l’uomo dovesse allenarsi a rinunciare all’idea della morte per poter avere la felicità: altrimenti, si sarebbe impegnato a evitare l’inevitabile, ma un’inevitabile che non aveva senso evitare, poiché si sarebbe realizzato in assenza dell’uomo. Purtroppo, aggiungerebbero i Mayhem dando una patta sulla nuca ad Epicuro, “dove c’è l’uomo c’è la paura della morte, e dove non c’è la paura della morte, allora non c’è neanche l’uomo”.
E’ per questo che mentre secondo Epicuro il
saggio non pensa alla morte:
The wise
soul longs for death
Its his desire his every thought and every act
Niente esiste perché se l’uomo è misura di tutte le cose,
solo l’uomo esiste nella sua soggettività. E se esiste l’uomo, questa è una
condanna perché esiste per niente, non essendovi niente a cui si possa davvero
appoggiare la propria esistenza e che non si risolva in una mera percezione,
illusione.
Nothing
exists without you
There's nothing to exist for
L’uomo si consola, autolesionisticamente, pensando che se c’è la morte, qualcosa di noi rimarrà. Per alcuni c’è poi la fede che qualcosa di eterno esista nell’uomo, che sarà poi restituito all’eternità da dove proviene. I Mayhem sferzano invece senza pietà in apertura con il titolo Effimere eternità. L’eternità altro non è che una delle immagini mentali dell’uomo, meno consistente e durevole degli esseri umani stessi. Niente rimarrà: non materialmente, non nel tempo che cancella nel passato ciò che ancora vive. La nostra impronta rimarrà su superfici altrettanto effimere, e l’eterno ritorno di ciò che è esistito è solo una vertigine impossibile del pensiero.
Quindi gli uomini si disperano
per niente: nessun aldilà nessun “trono del giudizio” e neanche “tenebra
perpetua”. La morte andrebbe onorata non in quanto passaggio rivelatore del
vero significato dell’esistenza, ma in quanto fine del pensiero sulla vita e
sulla morte, fondamento della infelice e storpia esistenza umana.
"Liturgy of Death" è una via
crucis, una liturgia appunto. Una messa in cui l’uomo brucia sull’altare della
propria storia tutto quello che ha creato, il terreno e il divino insieme. Un’enorme
pira mentale in cui far affondare tutto ciò a cui l’uomo si appiglia per dare
un senso a sé, compreso ciò che non sa spiegare: l’eterno, il divino, l’ultraterreno.
Soprattutto queste categorie sono sterpaglia a cui dar fuoco.
Qualcuno ricorderà la famosa
frase Non è morto ciò che in eterno può attendere; e con il passaggio a strane
dimensioni, anche la morte potrà morire, di H.P. Lovecraft, presente sulla lapide di "Live After Death" degli Iron Maiden. I Marduk la ripropongono in
versione nichilistica: queste strane ere sono solo un gorgo immaginario, la
verità è che nel vuoto, nello spazio infinito non c’è alcun sollievo, sono solo
altre fonti di tormento, di ansia dell’ignoto, un penoso tentativo di seminare
l’idea della morte in architetture grandiose.
Se i MGLA superano le colonne d’Ercole
oltre i sistemi razionali e teologici ”Fortezze di beata inconsapevolezza dovunque
tra D'Aquino e Cartesio “, i Mayhem fanno sprofondare, sotto il peso del
loro nichilismo, ogni filosofia che riconcilia l’uomo con la vita.
Sua maestà la Fine è indicata
come la morte propizia, salvatrice della condanna della vita. Se i Marduk in "Memento Mori" si limitano a
descrivere la maestosità della morte, i Mayhem celebrano questa maestosità, in
odio all’uomo che sceglie vie illusorie. Eppure, anche questa è un’illusione: sì,
sarebbe forse bello abbracciare la morte come soluzione della condanna umana a
desiderare l’impossibile, a scrutare oltre sé. Ma l’uomo non lo fa e non lo
farà, e continuerà a non trovare altra soluzione che amare la vita che fa
soffrire.
“Niente più ingannevole, niente
più insidioso della vita umana, la beatitudine massima è non nascere mai, numquam
nasci summum gaudium, la speranza che l’infinito abbia un termine…”. Se la
vita umana è un “punto” nell’eternità, essa è priva di misura come l’eternità
stessa, ma soprattutto queste due cose non si rapportano l’una con l’altra in
nessun modo. Una rincorsa impossibile tra il significato della vita finita e il
significato dell’infinito è un tormento da cui l’uomo ha fame di liberarsi. Ma se
la soluzione è la morte, l’uomo non ha cuore di lanciarvisi contro, perché
anche in questo caso non troverà risposta. E allora la risposta sembra essere
unicamente il titolo dell’ultimo brano, la sentenza di assoluzione di se
stessi.
Il senso siamo noi che lo
viviamo e niente oltre; e la nostra fame di significato è come il battito
cardiaco, puro sintomo di vita e non strada per conoscenza, men che meno per
una qualche salvezza.
A cura del Dottore
