Dopo avervi tediato per un post intero su cosa ne penso dei Lorna Shore, sui motivi che mi hanno spinto ad andare a questo concerto e le ragioni che mi fanno pensare che potesse trattarsi di un evento epocale nella storia del metal, eccomi finalmente a descrivere cosa effettivamente è successo nella uggiosa serata dell’8 febbraio scorso nella maestosa cornice dell’Alexandra Palace di Londra.
Non faccio mai i salti di gioia innanzi all'idea di mettere piede nell’Alexandra Palace, non solo per l’acustica, che è sempre un terno al lotto, ma anche e soprattutto perché è veramente lontano rispetto a dove abito. E poi v’è quella dannata collina che non si sa mai come affrontare, se con dei bus di linea con non si trovano mai, se con delle navette a pagamento che partono quando cazzo gli pare, oppure a piedi, al prezzo di una mezz'ora buona di cammino. Opto per i piedi, nonostante il freddo, il buio e il rischio di pioggia, perché mi è già capitato più volte di perdere l'opening act per colpa di quelle dannate bus-navette che partono solo quando son piene. E sinceramente ci terrei a vedere tutte le esibizioni in cartellone, a partire da quella degli Humanity’s Last Breath, che per quel ne so non mi dispiacciono.
Ma prima della musica, concediamoci la classica parentesi sociologica. Il pubblico è indubbiamente giovane, direi tra i 20 e i 30 anni, fra cui poche ragazze, cosa che francamente un po’ mi stupisce considerato lo stile di musica e il fascino discreto emanato da un front-man come Will Ramos. Qualche vecchiastro come il sottoscritto forse qua e là vi sarà stato, ma sinceramente non ne ho avvistati molti. Un dato interessante è che non si detectano particolari casi umani o personaggi eccentrici. Se vogliamo pensare al deathcore come un genere estremo del metal, la fauna chiamata a raccolta non corrisponde in nulla al pubblico che in genere si trova ai concerti di death o black metal. Si tratta semmai di un pubblico generalista composto principalmente da metallari senza infamia e senza lode. Se posso fare un esempio su tutti, mi sento di menzionare il ragazzo con il giacchetto jeans moderatamente addobbato (di toppe con loghi illeggibili che rimandano a band a me sconosciute) e il cappellino con visiera dei Transformers (si, il cartone-animato). Ecco, questo è il personaggio tipico che potevate incontrare all’Alexandra Palace la sera dell’8 febbraio.
Altro dato da rimarcare: non si registra il tutto esaurito. Se da un lato dispiace perché sarebbe stata una bella cosa per la causa del “metal contemporaneo”, dall'altro, egoisticamente parlando, non posso che giovarmene come spettatore (con i Gojira, per esempio, si stava molto più stretti e la fruizione dell'evento ne risentì non poco). Sebbene vi siano indubbiamente molte persone (8000? 9000? Non sono bravo con le stime ad occhio – e sarebbe comunque un risultato eccezionale considerato il genere proposto), si sta molto larghi ed ogni movimento, dai bagni al bar ai vari settori della main hall, è risultato estremamente agevole. Si godrà di libertà di movimento, di una buona visuale e, non ultima, di una ottima acustica, tanto che non sentirò mai la necessità di mettere i tappi alle orecchie. E dopo tre ore e mezza circa di deathcore, posso dire di esserne uscito decisamente bene e senza il classico acufene del giorno dopo. Un sentito ringraziamento dunque a chi è stato seduto dietro al mixer.
Ultima nota: le prime tre band suoneranno in uno spazio ridotto, ma comunque dignitoso, sia per dimensioni sia perché non si scorgerà alle loro spalle l'umiliante strumentazione degli headliner, pietosamente coperta da un telo nero e luci al LED. Con i Lorna Shore tutto cambierà, a dimostrazione del fatto che questo non è un festival e che i Lorna Shore non sono da vedere come dei primi inter pares, nonostante gli altri gruppi, White Chapel in primis, vantino una storia consolidata alle proprie spalle
Passiamo finalmente alla musica. Appena si spengono le luci, alle 18:20 in punto, mi posiziono lestamente accanto al mixer con la mia birretta in mano, pronto a gustarmi con tranquillità il primo gruppo della serata. Gli svedesi Last Humanity’s Breath si giocano bene la mezz'oretta a loro disposizione, imbastendo un solido show sospeso fra partiture cervellotiche e intense aperture melodiche. Informandomi sul loro conto nei giorni appena precedenti, ho appreso che i Nostri addirittura suonano un genere tutto loro, il thall, che pare sia attribuibile quasi esclusivamente a loro e ai Vildhjarta (i padri fondatori) con cui condividono il chitarrista Buster Odeholm. A veder bene, 'sto thall non è altro che una versione più apocalittica e pesante del djent, dunque: riff pesanti e ribassati, ritmiche spezzate e poliritmie, uso frequente di dissonanze, alternanza tra momenti violentissimi e parti più ambient, il tutto ammantato da umori oscuri ed apocalittici.
Ero rimasto positivamente colpito dal loro ultimo album “Ashen” (del 2023, album che consiglio a tutti voi) e devo dire che sul palco i Nostri non hanno disatteso le aspettative, regalandomi addirittura la pelle d’oca in un paio di circostanze: in occasione di una coda ambient/post-rock con tastiere e lacrimevoli intrecci di chitarre (il tutto baciato da suggestivi fasci di luce pendenti dall'alto che hanno dato una sensazione di sacralità – quasi ci si trovasse in una cattedrale!) e la conclusiva “Instill”, animata da un inquietante mantra di voci femminili. Le asce compiono prodezze ed i loro intrecci attirano l’attenzione lasciando in secondo piano un mesto ed incappucciato Filip Danielsson, taciturno fra un pezzo e l’altro, ma dispensatore di un growl sepolcrale che ben si sposa con la proposta della band. Fra i gruppi spalla, gli svedesi mi regaleranno le migliori sensazioni della serata...
Posso invece dire di aver assistito alla esibizione degli Shadow of Intent senza particolare trasporto. Con i loro cinque album alle spalle sono dei "finti giovani", eppure stentano a raggiungere lo status di gruppo di prima fascia nel deathcore. Avevo peraltro apprezzato l’ultimo “Imperium Delirium”, il quale occuperà la quasi totalità della scaletta della serata con ben sei brani su sette (il finale è lasciato a “The Heretic Prevails” dal secondo album “Reclaimer”). Del loro maestoso deathcore sinfonico, tuttavia, sulle assi sopravvive solamente l’ossatura, complice il fatto che a sostenere il suono della band vi sia una sola chitarra.
Posso invece dire di aver assistito alla esibizione degli Shadow of Intent senza particolare trasporto. Con i loro cinque album alle spalle sono dei "finti giovani", eppure stentano a raggiungere lo status di gruppo di prima fascia nel deathcore. Avevo peraltro apprezzato l’ultimo “Imperium Delirium”, il quale occuperà la quasi totalità della scaletta della serata con ben sei brani su sette (il finale è lasciato a “The Heretic Prevails” dal secondo album “Reclaimer”). Del loro maestoso deathcore sinfonico, tuttavia, sulle assi sopravvive solamente l’ossatura, complice il fatto che a sostenere il suono della band vi sia una sola chitarra.
Me li vedo di lato, forse non la posizione ottimale per la resa acustica, ma questo non mi impedisce di apprezzarne la caratura tecnica e la vocazione melodica che un po' lì avvicina agli stessi Lorna Shore. La prestazione è fisica, il sound monolitico ed asserragliante, svariati sono i breakdown chiamati a spezzare la velocità ed impantanare il deathcore furibondo dei Nostri in paludi sonore ai limiti dello sludge. Pregevole il lavoro del chitarrista Chris Wiseman che si concede anche un paio di assoli degni di nota, mentre mi è parso un po’ troppo statico il frontman Ben Duerr, comunque solidissimo dietro al microfono. E così sfumano anche i 40 minuti circa a disposizione del quartetto del Connecticut.
Dall'unica chitarra degli Shadow of Intent si passa alle addirittura tre dei White Chapel, fra i gruppi della serata quello con la storia più lunga. Gli americani infatti vantano lo status di primi mover del deathcore ed è un onore poterli vedere anche se in un set limitato di una cinquantina di minuti. Mi riavvicino nuovamente al mixer per godere al meglio della loro musica. La scaletta si impernia principalmente sull'ultimo “Hymns of Dissonance” dello scorso anno, fra i cui estratti segnalo la devastante opener “Prisoner 666” (marchiata a fuoco dal deflagrante SIX! SIX! SIX! gridato a pieni polmoni dal pubblico all'inizio del brano) e la ferocissima “Hate Cult Ritual”, introdotta da un intro atmosferico.
Quest'ultimo brano segna anche uno spartiacque nella breve setlist, in quanto la parte rimanente del concerto sarà dedicata al repertorio più datato della band, introdotto "elegantemente" dal cantante Phil Bozeman con l’appellativo di “it's time for some old shit!”. Ed in effetti la musica cambia con bastonate del calibro di “The Somatic Defilement”, “Devirgination Studies” e “Prostatic Fluid Asphyxiation” (da “The Somatic Defilement”) e con il gran finale affidato ad “This is Exile”: un brusco salto indietro che va a pescare addirittura dal primo e dal secondo album della band. Il sestetto decide di accantonare le velleità melodiche di certa loro produzione recente per abbandonarsi alla furia più cieca e l’impressione - strana - è di trovarsi ad un concerto di brutal-death, non in un piccolo e "fumoso" club, bensì in una vasta arena gremita di gente (francamente non saprei dire se sia una buona o una cattiva impressione...). Al termine dell'esibizione posso comunque ritenermi soddisfatto per quello che è da considerare ancora come l’antipasto della serata.
Avanzo ulteriormente e conquisto una posizione abbastanza buona, non troppo distante dal palco e sul lato destro, sapendo che proprio lì di fronte si collocherà, come suo consueto, il chitarrista e mastermind Adam De Micco. Si parte in leggerezza con le note struggenti di "Total Eclipse of the Heart", ballatona anni ottanta chiamata a stemperare, non senza ironia, la tensione dell'attesa.
Ecco che si parte, l'introduzione minacciosa di "Oblivion" è realtà, sta accadendo. L'ingresso dei musicisti si intuisce al di là di un tendone semi-trasparente che, come nel più classico dei copioni, cala a terra poco dopo. Quel che viene svelato è un allestimento in grande stile. Se abbiamo sempre visto i Lorna Shore performare in contesti assai minimali, a questo giro si capisce che il livello della produzione si è alzato notevolmente: proiezione di video su tre grandi pannelli, imponenti fasci di luce di svariati colori, portentose fiammate e colonne di fumo, il tutto chiamato a conferire dinamismo allo show laddove i musicisti occuperanno con discrezione il vasto palco, tutti alquanto statici e concentrati sui propri strumenti. È decisamente un bel colpo d'occhio la batteria in posizione sopra-elevata: sembra sospesa a mezz'aria, fluttuante, immersa nelle immagini proiettate sullo sfondo, per lo più sequenze ipnotiche e dal forte impatto emotivo che verranno integrate da estratti dai testi delle canzoni.
Dunque la musica. Mi aspettavo suoni impastati e rimbombanti, invece è tutto perfetto fin dall'inizio. L'ingresso di Ramos viene accolto con un boato, i rumours che lo davano malato e febbricitante (lui stesso lo aveva fatto intuire con una scatto in mascherina su Instagram) sembrerebbero infondati, in quanto la sua voce si impone più potente che mai, fra possenti growl e mitragliate di screaming (in verità il Nostro confesserà più tardi di avere l’influenza - credo soppiantata da uno di quei pasticconi da calciatore che farebbero resuscitare un elefante morto). L'esecuzione soddisfa a tutti i livelli: velocità, precisione, intensità, tutto gira maledettamente bene fino al primo devastante breakdown, un tripudio di suini sgozzati. Nonostante la prevedibile agitazione del pubblico, è stato possibile cogliere le sfumature del brano, il quale esprime in tutta la sua forza il lato più complesso e distruttivo della band, alternando implacabili sezioni di blast-beat e drammatiche pause atmosferiche in cui Ramos ben si prodiga nell'aizzare il pubblico.
Ma quando dico che la scaletta è perfetta, non mi riferisco solamente ai brani selezionati ma anche alla loro disposizione. Ed infatti dopo la mazzata letale assestata dal brano di apertura, arriva provvidenzialmente un momento "orecchiabile" come "Unbreakable", introdotta da un intro di tastiere che già odora di classico. Il pubblico reagisce con partecipazione ed è in frangenti come questi che capisci la potenza del metal contemporaneo e l'ascendenza che ha sul suo pubblico. Cioè, voglio dire, quando Ramos nel ritornello grida "we are unbreakable" e quando il pubblico lo accompagna all'unisono si capisce tutto il bisogno che un ventenne o un trentenne ha di essere indistruttibile, perché in fondo il mondo è più difficile ed ostile e complicato oggi che 25 anni fa. L'emblema della resilienza è il tizio sulla sedia a rotelle che svetta esultante sulle teste del pubblico: forse è questo un nuovo standard di crowd surfing, ma io non avevo mai visto scene del genere.
Gli episodi estratti dall'ultimo album sembrano rendere molto bene dal vivo, come se fossero stati concepiti proprio per brillare sulle assi del palcoscenico. Se certe soluzioni melodiche su disco mi erano sembrate anche troppo ruffiane, in sede concertistica c'è da ammettere che funzionano (e il ritornello anthemico di "Unbreakable" è indubbiamente uno di questi).
Si torna a picchiare duro con la massiccia "War Machine", particolarmente apprezzabile per la sua verve thrasheggiante ed unico brano dell'ultimo album, fra quelli riproposti stasera, che non è stato rilasciato come singolo (ma pare che un suo video verrà realizzato proprio utilizzando materiale visivo girato durante il presente tour). Si continua a tirare la corda con l'immancabile accoppiata "Sun//Eater" e "Cursed to Die", primo tuffo nel passato. Tutto viene eseguito in modo impeccabile ed è doveroso rimarcare la precisione sfoggiata alle sei corde da parte di De Micco, fluidissimo alle sei corde, maniacalmente preciso nel replicare a velocità folli un riffing che sa fondere insieme technical death metal e black metal sinfonico. Gli assoli, poi, sono la ciliegina sulla torta (clamoroso come il Nostro padroneggia la tecnica del legato), capaci di librarsi nell'aria alleggerendo la pesantezza dei passaggi più tirati.
Detto questo, si inizia a sentire l'esigenza di un qualcosa di maggiormente easy. Giungono dunque in soccorso i cori celestiali di "In Darkness", una traccia che da disco non mi aveva entusiasmato, ma che dal vivo mi ha definitivamente conquistato rivelandosi l'ennesimo colpo vincente di una band che sa molto bene come soddisfare il proprio pubblico. "In Darkness" è un brano tortuoso e volendo farraginoso, ma periodicamente torna il ritornello, ed è sempre un trionfo: da un lato Ramos risulta ancora una volta credibile come interprete di un disagio collettivo sentito a livello generazionale, dall'altro la collettività risponde accoratamente gridando "we live in daaarkneees", aiutata dai testi riportati sugli schermi. Si parla spesso di rito collettivo durante una performance dal vivo e questo è indubbiamente un esempio calzante.
A questo punto l'incipit di "Glenwood" è gloria che si aggiunge alla gloria. Lo sarebbe anche per me se avessi 22 anni, ma nonostante la mia veneranda età, non posso non cogliere la carica emotiva trasmessa da questa sorta di power-ballad in salsa deathcore dal testo così personale per Ramos, ma perfettamente introiettato dal pubblico che lo fa proprio gemendo a squarciagola "Take Me Hooooome" (e mi vien da chiedere: ma era poi solo ironia aver iniziato con "Total Eclipse of My Heart"??).
Will Ramos è sicuramente l'elemento più dinamico del quintetto, ma non aspettatevi un Bruce Dickinson che corre in lungo e in largo per il palco: il Nostro se ne sta quasi sempre piegato su se stesso con un piede sull'amplificatore, concentrandosi sulle sue corde vocali, tutt'al più gesticolando con la mano libera o facendo ondeggiare la chioma ribelle. È in definitiva un gran professionista che, al prezzo di una vita da monaco tibetano durante il tour, è capace di replicare sul palco quello che ha inciso su disco. Va inoltre detto che, nonostante un phisique du role da bonazzo, sembra non tirarsela una sega. Sobriamente vestito e forte di una inossidabile calma interiore, mantiene con disinvoltura il contatto con il pubblico. E' loquace, gli piace parlare durante gli interludi di tastiere fra un brano e l’altro o addirittura nel bel mezzo dei brani stessi, convertendo il suo canto brutale in una voce suadente degna di un giostraio del luna park (siore e siori, altro giro, altra gioia…). A prescindere dagli immancabili motherfuckers, shit, fuck & fucking, i suoi sono messaggi pregni di speranza ed amore universale.
Che dire, per il momento tutto risulta ampiamente sopra le aspettative. E il bello è che il meglio deve ancora arrivare. Ma prima v'è da affrontare "Prison of Flesh", un boccone duro da buttar giù a 2/3 della set-list. Mi viene in mente una vecchia frase di James Hetfield che, promuovendo il Black Album, disse sul conto di "Blackened" dal precedente "...And Justice for All": è lunga e impetuosa e funziona bene ad inizio album, ma a metà concerto è una tremenda legnata sui coglioni, sia per chi la suona che per chi l'ascolta...insomma, non erano proprio queste le parole, ma il concetto era più o meno quello. E sinceramente temevo un effetto analogo con "Prison of Flesh". Ed invece no! Anch'essa si rivelerà un grande momento: forte del suo flavour blackish, del resto, non poteva che andare incontro alla sensibilità di un vecchio fan come me di Cradle of Filth e Dimmu Borgir, band che sento molto dentro al sound tronfio e stratificato dei Lorna.
Mi vien all'improvviso di ballare come un truzzo discotecaro, ma perché poi? Presto detto, ve lo spiego: non so se anche voi avete la stessa impressione, ma molti brani dei Lorna mi ricordano certa italo-disco degli anni ottanta tipo "Tarzan Boy" o tormentoni di disco commerciale degli anni novanta come 'What is Love" o "Scatman's World", stessa enfasi, stessa epica... A questo punto, tuttavia, mi sento di dover precisare un altro aspetto importante.
Fino ad adesso, considerata la mia lucidità nella descrizione del concerto, posso aver dato l'impressione di averlo visto in televisione comodamente seduto sul divano, in vestaglia e fumando placidamente una pipa. Dovete invece figurarvi un quadro ben diverso. Immaginatevi un ben poco rispettabile uomo di mezza età che agisce in maniera scomposta in seno ad un pubblico tutto sommato educato (qualche piede per aria si vede più avanti, ma l'80% dell'Alexandra Palace sembra riempito da pupazzi a molla con la testa che va avanti e indietro). Gli ampi spazi fra le persone, del resto, hanno agevolato la mia classica triangolazione cesso-bar-platea e dunque ho avuto la possibilità di bere. Molto. Con prevedibili effetti devastanti sulla dignità personale. Fra le varie: mi son sdraiato per terra facendo finta di suonare la chitarra, ho danzato a mo’ di Carla Fracci brandendo un cartello che indicava i bagni, ho zigzagato fra la gente con la grazia di Nureyev, ho ballato come Lorella Cuccarini quando cantava "Vola" ( riferimenti che può comprendere benissimo un giovane di 20 anni a Londra...), il tutto consumato miseramente sotto gli occhi perplessi degli astanti che avranno pensato fra il disprezzo e la compassione: ma guarda sto cojone...
Non so perché, forse mi trovo semplicemente nella classica crisi di mezza età, ma mi son sentito di far vedere come ci si diverte alle nuove generazioni, purtroppo con quella patetica condotta sopra le righe (un po' in stile tardo Alberto Sordi) che tutto può ispirare tranne che rispetto ed ammirazione. Ma al di là di queste riflessioni (che hanno puntualmente attraversato la mia mente alle 8:40 della mattina successiva con annessi grandi brividi di vergogna mentre, ancora in pieno stato di post-sbornia e con i capelli che puzzavano ancora del pavimento dell'Alexandra Palace, mi relazionavo con la maestra di mio figlio al ricevimento dei genitori a scuola), al di là di tutto questo, stavo dicendo, ho il ricordo nitido di essermi molto divertito. Ed un merito lo hanno sicuramente avuto anche i Lorna Shore. Peccato solo che nella parte più interessante della serata mi sia ritrovato più in una dimensione di sogno che nella realtà, pogando, ballando la polka e abbracciando ai limiti dell'amplesso un tizio sconosciuto che pareva contento almeno quanto il sottoscritto. Scene che ricordo a rallentatore in una cornice di colori inebrianti e stelle filanti. Ma torniamo a noi.
Siamo alla fatidica Trilogia del Dolore, la suite "Pain Remains", beffardamente annunciata da Ramos come l'ultimo brano della serata. Uno dei momenti da me più attesi. Parliamo della nuova "Raining Blood"? E perché no? In fondo l'incipit di chitarra solista di "Dancing like Flames" possiede già i contorni del momento iconico. Scroscia la pioggia sugli schermi, saette sfrecciano richiamando un altro classico del nostro genere preferito, "Ride the Lightning", riportato in auge proprio in questi giorni dalla cover dei Megadeth. I primi minuti sono sensazionali, la melodia della chitarra è scossa dal fatidico tum tum tum...tum tum tum della batteria. La tensione è palpabile, poi il blast-beat risucchia tutto mentre le note della chitarra si alzano drammaticamente di tonalità come se fossero strozzate.
Qui i Lorna operano una sintesi che mette insieme melodic death, black sinfonico, shoegaze, qualche leziosità dal power metal (e diciamolo, anche un po' di Fargetta!), il tutto condotto abilmente dal drumming implacabile di Austin Archey, sovrannaturale dietro alle pelli. Il passaggio al secondo atto "After All I've Done, I'll Disappear" è qualcosa di epico, il tutto enfatizzato dalle onde di un mare infuriato alle spalle dei musicisti. Ramos è impressionante, non si risparmia in alcun modo, spremendosi come una spugna. Questa seconda sezione, a parte un paio di necessari breakdown, non molla la presa per un istante, rivelandosi un tour de force dall'intensità a tratti insostenibile. Si tira il fiato, finalmente, con la distensione orchestrale che introduce il terzo atto "In a Sea of Fire", un saliscendi emotivo che vede l'alternarsi di enfatiche pause e partenze annichilenti, fino al furioso crescendo finale coerentemente accompagnato dal divampare delle fiamme (sia riprodotte in video che quelle vere sparate a bordo palco).
"Pain Remains" è un viaggio complesso attraverso i disparati stati d'animo connessi al dolore: desiderio, struggimento, senso di perdita, frustrazione, rabbia ed istinti distruttivi penetrano gli uni negli altri in 20 minuti che rappresentano, a parere di chi scrive, uno dei momenti più alti del metal contemporaneo. Mi auguro con tutto il cuore che questa suite non venga mai rimossa dalle scalette della band, perché in un concerto dei Lorna Shore verrebbe a mancare l'apice artistico ed emotivo capace di conferire senso a tutto il resto, bordate sonore, ganci melodici ed hit assortite.
A proposito di hit. Tempo per una breve uscita di scena ed ecco che la band torna per l'esecuzione dell'ultimo brano della serata. Una schiera di fiammelle si erge a bordo palco, crepitanti, alimentando il clima di attesa. Si alzano i telefoni al cielo. Senza grandi sorprese si materializza l'arpeggio iniziale di "To the Hellfire" per un'ultima rincorsa che vede i musicisti spendere le energie residue con grande abnegazione. In prima fila abbiamo un Ramos sugli scudi che, senza difficoltà apparente, si prodiga nel replicare quelle contorsioni vocali che lo hanno reso celebre, fra le zappate di chitarra e la doppia-cassa tritatutto. Ma, artisticamente parlando, la domanda è: si ha avuto l'impressione di aver vissuto un momento storico? Non saprei dirlo con esattezza, per i primi due/terzi il brano è andato come molte altre cose che lo hanno preceduto nell'ora e mezza precedente (lo abbiamo detto che i Lorna non sono dei maestri in varietà...), ma il finale, cazzo!, il finale è stato per davvero un momento memorabile. Sentire dal vivo quel breakdown di cui tanto si è detto è stata un'esperienza decisamente impattante, fisicamente ed emotivamente, specialmente per il modo in cui termina, così, all'improvviso, come gli spasmi finali scompongono senza grazia un corpo che, il momento dopo, giace immobile senza vita...
Applausi.
Considerazioni finali: è stato un concerto epocale? Da appassionato di metal da più di sette lustri posso dire che l'evento certifica una circostanza straordinaria, ossia che una band ancora afferente al metal estremo (al di là di tutti i leciti distinguo) riesce ad attirare al proprio capezzale quasi 10.000 persone, segno evidente che i tempi stanno cambiando per davvero. E i Lorna Shore, supportati da una produzione imponente, hanno mostrato di saper gestire con professionalità e sicurezza un evento di tal portata. Forse il tanto sospirato/temuto cambio della guardia sta avvenendo. Ozzy è morto, Judas e Iron andranno avanti per qualche altro anno, i Lorna Shore hanno la caratura artistica, l'appeal mediatico e le risorse per poter rappresentare il prossimo baluardo del metal mainstream.
D'altro canto, Londra non è il mondo e non tutte le tappe del tour europeo hanno coinciso con una venue da 10000 posti (anzi, credo nessun altra). E guardando in faccia la realtà, possiamo seraficamente predire che i Lorna Shore non riempiranno mai gli stadi. Ma chi del resto è in grado di riempirli fra le nuove generazioni? E dirò di più: è possibilissimo che il metal continuerà a vivere nella dimensione di venue di media grandezza o nei piccoli club, scenario che a me nemmeno dispiacerebbe più di tanto. Non è detto inoltre che i Lorna Shore, tenendo conto delle odierne dinamiche dell'industria della musica, sapranno tenere l'attenzione su di loro per altri 5 anni. A loro favore c'è il fatto che sono ancora giovani e che la loro proposta offre ancora margini di evoluzione, o, volendo, di commercializzazione. Se "I Feel Everback Festering Within Me" è stato una inaspettata riaffermazione di intransigenza sonora, in un momento in cui la band aveva tutti i riflettori puntati contro e dunque poteva essere tentata di ammorbidire e semplificare il suono (vedi i Gojira), il prossimo parto discografico potrebbe non resistere alla medesima tentazione. Non mi stupirei e non è detto che disdegnerei.
Sia come sia, i Lorna Shore stanno vivendo il loro momento d'oro e credo che questo successo, a contrario di quanto possano pensare certi nostalgici, non può che far bene alla causa del metal in generale...
