Gli Hail of Bullets meritano un capitolo a parte per due motivi. Sono uno dei primi gruppi che si dedica al tema militare in maniera esclusiva, con la scelta nel caso specifico della II Guerra Mondiale. In secondo luogo, perché almeno in un disco ("...Of Frost and War", 2008) creano un'atmosfera tragica, con quel sentimento che gli psichiatri descrivono come “umore patibolare”, proprio dei condannati a morte che attendevano il giudizio.
Le declinazioni stilistiche della death metal band olandese spaziano dal death strascicato alla Obituary a quello tritaossa dei Bolt Throweral con frequenti derive nella direzione del versante death-doom (il cantante Martin Van Drunen era già noto per la sua militanza negli Asphyx). A tratti, nel primo album, c'è qualcosa di blackened, soprattutto nell'atmosfera generale e in chiusura. Sulle influenze stilistiche dei Bolt Thrower c'è un mistero: sono probabilmente indirette, anche se poi sarà proprio Dave Ingram dei Bolt Thrower a sostituire alla voce Van Drunen (senza alcun frutto discografico). Lo stesso Van Drunen era membro occasionale della formazione live dei Bolt Thrower, con cui evidentemente il legame è stretto, sicuramente sul piano stilistico, specialmente nel secondo album ("On Divine Winds", 2010).
Nel 2008, anno di “...Of Frost and War”, la fonte di ispirazione sul tema potevano essere i Bolt Thrower, i nostri Frangar e pochi altri, se si eccettuano i singoli brani dedicati alla guerra o le tematiche o le suggestioni “militari” che vanno da “Panzer Divion Marduk” dei Marduk (ma al servizio poi dell'auto-celebrazione del black metal anticristiano) alla produzione del filone NSBM (per ovvi motivi).
La matrice di Van Drunen (death con vocazione anche alla componente lenta e pachidermica) rende ragione di ciò che si ritrova nei primi Hail of Bullets ed è anche funzionale alla messa in scena musicale del concept, ossia l'invasione della Russia da parte della Germania: la cosiddetta Campagna Barbarossa. Vale la pena ripercorrere, procedendo a braccetto con i brani dell'album, i fatti storici oggetto del concept, fatti di cui la band ci consegna la sua versione: sentimentale e volta a cogliere l'elemento tragico degli eventi tramite una forte immedesimazione nello spirito e nel morale dell'esercito tedesco.
L'intro, così denominata, "Before the Storm (Barbarossa)", è un presagio di sventura, ma non si indugia e si passa subito alle ostilità. Si susseguono episodi in ordine cronologico che vedono prima l'avanzata tedesca verso Leningrado, poi il primo scontro con il Generale Inverno ("General Winter") e quindi ciò che a quel punto non sarebbe dovuto accadere, dal punto di vista dei tedeschi, ovvero la reazione corposa e inarrestabile dell'Armata Rossa, per cielo (i bombardieri streghe della notte) e terra (i lupi rossi, "Red Wolves of Stalin").
Come sul tavolo di una roulette, l'offensiva cruciale si gioca sul terreno di Stalingrado, in uno slancio più lungo della gamba da parte dei tedeschi, che di fatto si insaccano in una situazione suicida. Da assedianti, non potendo contare su adeguati rifornimenti, si ritrovano dentro la città circondati dall'Armata. La superiorità degli armamenti è relativa ed è comunque compensata da un'inesauribile afflusso di uomini, alla fine più motivati dei tedeschi, che non riescono a capire l'insistenza e la dispersione di energie su un singolo obiettivo. A Stalingrado si consumano le scelte avventate relative al fronte russo, più un sogno che non un progetto condotto con realismo e gradualità. La pretesa di condurre una guerra-lampo come quella verso Parigi, ma verso Mosca e nel clima della steppa, è insana. A questo contribuì, pare, anche la deriva della Luftwaffe, che anziché proseguire con incursioni e costruire un ponte verso Stalingrado, decisamente lontana, era abbandonata dal comandante in capo Goering, preso tra lussi e narcotici.
Da qui in poi la ritirata, che vede trasformarsi il sogno di uno sfondamento del fronte russo in uno tsunami che travolge la Germania stessa. A questo punto l'intero focus della guerra si sposta dalla necessità di ridurre alla resa la Germania (questione di poco tempo) alla necessità ancora maggiore di evitare che l'URSS si prendesse gran parte dell'Europa. Per chi aveva creduto nella lotta contro l'URSS e in una nuova Europa, la battaglia di Berlino si trasforma in una testimonianza di lealtà e di strenua resistenza, non più volte alla vittoria né alla sopravvivenza. Molti si arruolano volontariamente nella divisione SS “Charlemagne” per andare a morire a Berlino. Hitler è chiuso nel bunker a muovere sulla cartina divisioni che non esistono più e finisce per ordinare la distruzione della Germania stessa, la quale non può avere come altro degno destino se non quello di soccombere in guerra. La resistenza delle unità Werwolf, una sorta di guastatori senza uniforme che si confondevano nella popolazione generale, è organizzata con un'efficienza paradossale rispetto all'assoluta mancanza di alcuna prospettiva militare.
Il brano conclusivo, “Berlin”, inizia con la ferocia sanguinaria degli altri, per evolvere poi verso una conclusione disperata, con una sensazione di sconforto e di tramonto di un'epoca e di un sogno.
Non si può affermare che "...Of Frost and War" sia un disco politicizzato, ma il fatto che l'Europa indipendente in quel momento moriva è un dato di fatto che è reso perfettamente dall'atmosfera luttuosa. L'ascendente Obituary, soprattutto nello stile vocale, rende questa sofferenza ancora più stirata, faticosa, fatale.
Il corpo che muore diventa un corpo geopolitico che è attaccato, eroso e smembrato, per poi vedere i suoi organi vitali consumati cellula per cellula, con una putrefazione che prolunga la vita oltre l'ultimo respiro.
Ciò avviene anche in un clima di riscossa, come nel successivo e complementare EP “Warszaw Rising” (2009), episodio ugualmente tragico che fa comprendere come la chiave di lettura sia quella tragica. I polacchi tentano di riprendere il controllo militare di Varsavia, approfittando della crisi delle forze tedesche, che arretravano sul fronte russo. Oltre alla liberazione dell'invasore, quest'iniziativa mirava anche a ristabilire la sovranità polacca prima della contro-occupazione sovietica. E i sovietici lo sanno bene, infatti non la appoggiano, ma anzi lasciano che sia schiacciata dai tedeschi in modo da trovarsi poi ad invadere un territorio fiaccato doppiamente nelle sue spinte di indipendenza nazionale.
Quanto fosse cruciale stabilire chi avesse alla fine liberato l'Europa dal nazismo è dimostrato dal destino di Berlino che fu divisa tra le potenze, con i settori occidentali a formare la Berlino Ovest che rimase un'enclave “occidentale” dentro il territorio della Germania Est.
Non ci fu un vincitore, perché gli stessi Alleati erano in qualche modo contrapposti e tutto il periodo successivo si caratterizza per una guerra fredda tesa e spietata tra le potenze vincitrici.
Gli Hail of Bullets producono altre due opere. “On Divine Winds” (2010) si concentra sulla guerra del Pacifico e sulla guerra Cina-Giappone. Anche qui l'idea è quella dell'inaccettabilità della sconfitta, del sommo sacrificio come arma di dissuasione (i kamikaze), anche se calarsi in questo conflitto, per un europeo, è sicuramente più difficile. Peccato perché è una bella vicenda di guerra: i soldati che prendono l'iniziativa (non uno, ma molti) di sacrificarsi per impedire l'invasione dell'isola e divengono kamikaze (d'aria e di mare, ma prevalentemente d'aria) e l'Imperatore, di fronte al fatto compiuto, che rende loro onore e di fatto li "sdogana". Il titolo del disco si lega proprio all'idea di impedire, oltre l'umano, l'evento irrimediabile, cioè l'invasione del Giappone, che come ogni isola si vive come inviolabile in rapporto ai propri confini marini. Leggenda vuole che nel passato remoto la flotta del Khan Mongolo fosse fermata non già dalla controparte giapponese, ma dagli Dei, che scatenarono contro il nemico i Venti Divini. Ciò detto, va ammesso che musicalmente parlando tutto ciò non è reso in una maniera così identificabile o peculiare come per l'Operazione Barbarossa del disco precedente.
Lo stile diventa più vicino ai Bolt Thrower e per questo meno emotivo e più descrittivo. Anche qui in coda vi è un tentativo di descrivere il dolore della sconfitta, ma appunto qui la dimensione sembra essere quella di una constatazione e non di una fuga verso l'impossibile mentre la realtà ti estromette.
Il terzo album, uscito nel 2013, segue le vicende del Generale Rommel, capo degli Afrikakorps. Senza niente togliere alle scelte liriche, la resa di questo "III: The Rommel Chronicles" mi sembra minore del secondo e assolutamente trascurabile rispetto al primo. Certamente lo scenario caldo, aspro e sabbioso dei campi di battaglia nordafricani è in qualche modo reso, ma coincide con la sensazione generale evocata da ogni brano di death-doom roccioso e soffocante.
Secondo e terzo album sono solitamente indicati, nelle recensioni, rispettivamente come “un altro disco di death metal”, certamente di qualità, ma senza i mordente del primo album. E come “la stessa solfa”.
Gli HoB si sciolgono nel 2017 dopo aver forse lanciato un genere lirico, quello del metal a contenuto bellico.
A cura del Dottore
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