La notizia delle date europee,
comprensiva di quella alla Unipol Dome di Milano, del Fifty Something Tour è stata per
distacco, per chi scrive, la new
dell’anno. Dopo, o assieme, ai Sabbath, considero i Rush, per diverse ragioni, la migliore band rock
di sempre. E, tra le tante, era senza dubbio quella che mi rodeva di più non
aver mai potuto vedere dal vivo nella mia vita.
Dopo l’infausta e iniqua morte di
Neil Peart, 6 anni fa, quella flebile speranza, che ancora coltivavo
sotterrata nel mio animo, era andata a farsi benedire.
Poi, lo scorso ottobre, uno spiraglio: l’annuncio dell’arrivo della bella Anika Nilles, crucca classe ’83, ad affiancare Alex Lifeson e Geddy Lee. E lo scorso febbraio, appunto, la schedulazione delle date europee per un tour che comincerà a giugno per un totale di 86-dico-ottantasei live shows fino all’aprile del 2027. Il “Fifty Something Tour".
Va da sé che al primo giorno
utile della prevendita, il sottoscritto avesse il biglietto in tasca per la succitata data lombarda: 30 marzo 2027.
E così, su imbeccata del collega
mementomori, mi sono detto: perché non ingannare l’attesa con una
rivisitazione, a mo’ di rassegna, sulla carriera/discografia dei canadesi?
Si, certo, su Metal Mirror li abbiamo
toccati, citati. Espressamente lodati. Ma mai in modo veramente approfondito.
Ed ecco che, quindi, tenendo fede al nostro consueto “manierismo”, abbiamo
deciso di dedicare un post al mese all’approfondimento di tutta la discografia
di questo magico trio che lascerà per sempre un’impronta indelebile nella
Storia della Musica.
Partiamo dal 1974, giust'appunto fifty-something
anni fa…
“Rush” (18/03/1974): i 40’ con cui i Rush si palesano al mondo sono un concentrato di hard-rock blueseggiante di ottima caratura, seppur fortemente debitori del modello zeppeliniano, aperti dall’adrenalinica “Finding My Way”, in cui i duetti tra il basso pulsante di Lee e le trame chitarristiche di Lifeson la fanno da padrona. A impressionare è già la padronanza tecnico-compositiva del trio che si esprime in modo evidente, ma conciso, all’interno di brani strutturati in forma-canzone, capaci di colpire subito nel segno (su tutte “Need Some Love”). Le tendenze progressive non erano ancora espresse appieno ma in brani di oltre 7’, come “Here Again” e la conclusiva “Working Man”, erano già presenti semi prog di qualità che sarebbero germogliati di lì a breve…Geddy, all’epoca 20enne, graffia in modo eccellente con il suo inconfondibile timbro per un album che, seppur non imprescindibile, rimane godibilissimo e divertente.
Prima e unica presenza dietro alle pelli del valido John Rutsey che
dovrà subito abbandonare per problemi di salute che lo impossibilitavano a
girare in tour in modo affidabile.
E fu così che Neil…
Voto: 7
“Fly By Night”
(14/02/1975): la seconda creatura dei canadesi è un disco tanto bello quanto
importante. Segna, infatti, non solo l’inizio dell’era-Peart ma anche la
collaborazione, in fase di produzione, di Terry Brown, autentica pietra
miliare di quelli che saranno i grandi capolavori della band da lì fino al
1982.
FBN, inoltre, è importante perché
i Nostri cominceranno a distaccarsi in modo marcato dagli stilemi zeppeliniani,
rintracciabili ora in modo sporadico, per abbracciare una scrittura
maggiormente personale. In tal senso, l’arrivo di Neil diede un apporto decisivo,
sia nelle lyrics che, appunto, nel songwriting. L’accoppiata iniziale, “Anthem”
– “Best I Can” è ottima ma, come “Here Again” nel debut, anche qui, al centro
della tracklist troviamo l’highlight dell’album, la sensazionale “By-Tor and
the Snow Dog”, una mini-suite di 8’ e mezzo, divisa in quattro movimenti, in cui la
visionarietà peartiana a livello di liriche e immaginario viene supportata dal
superbo lavoro di Lifeson che si destreggia tra riff tirati, sezioni graffianti e, nella seconda parte, in fraseggi di commovente bellezza bluesy. Rimangono
brani più lineari e per certi versi non memorabili (la title track, “Beneath,
Between and Behind”) ma l’accoppiata finale risolleva il tutto: “Rivendell” è
una folk-ballad che sembra essere uscita dalla penna del miglior Ian Anderson
mentre la conclusiva “In the End”, introdotta dall’acustica di Alex, è una
sorta di prototipo della Rush-song. Parte leggiadra, melliflua, sorretta dal
basso armonico di Geddy, fino a scoppiare in un elettrico mid-tempo che
riprende l’intro: da brividi. Quasi 7’ che sono una sorta di marchio di
fabbrica, in cui tecnica & fruibilità, semplicità & gusto, ispirate linee
melodiche & cazzuti passaggi hard ‘n’ heavy, si sposano in un tutt’uno che
rasenta la perfezione.
Con FBN possiamo davvero
sentenziare: benvenuti, Rush!
Voto: 7
A cura di Morningrise
(to be continued...)

