Di cavalieri e principesse: Malfet, "The Snaking Path" (2018)
Eccoci all’ultima decina di titoli!
Se la creazione del "sacro blog" (dungeonsynth.blog) segnò simbolicamente la rinascita del dungeon synth all'inizio degli anni dieci, è con l'ampia diffusione del genere tramite i canali di auto-promozione offerti dal sito Bandcamp (un boom che potremmo collocare intorno al 2017/2018) che il fenomeno esplode da un punto di vista numerico. Questa terza fase, che vede il movimento acquisire una definitiva auto-consapevolezza, poggia i piedi nel quinquennio precedente ove forze contrastanti si erano affrontate sancendo nei fatti la resurrezione di quelle sonorità.
Volendo semplificare, da un lato abbiamo avuto la fazione di coloro che rimanevano indissolubimente connessi agli stilemi della vecchia scuola, tutt’al più sconfinanti nel dark ambient o nel post-industrial. Esempi lampanti di questo suono oscuro e minaccioso sono Thangorodrim e Old Tower. Dall'altro vi è stato il filone di autori che invece hanno preferito lasciarsi alle spalle la zavorra del black metal, preferendo orientarsi verso ambientazioni fantasy sui generis. Di questo gruppo, promotore di un suono più solare e radioso, abbiamo incontrato almeno un paio di rappresentanti illustri: Erang, con il suo estro universalizzante capace di annettere le sonorità più disparate nella sua ampia ed inclusiva visione artistica, e Fief, immerso in una dimensione più intima e contemplativa.
Proprio lungo la scia di questi due ultimi “giganti” della “nuova era del dungeon synth” sembra poggiare l’operato di Ross Major, aka Malfet, fra i musicisti più dotati - sia da un punto di vista esecutivo che di visione - del dungeon synth recente.
Si riparte dagli Stati Uniti, territorio fertile per la proliferazione del dungeon synth di terza generazione. Originario di Atascadero (California), il progetto esordisce col botto nel 2018 con un vero instant-classic: “The Snaking Path”, poco più di mezz'ora per sei tracce che entrano di diritto nella storia del dungeon synth.
Nonostante la provenienza, la musica dell’artista americano odora di antica Britannia, di gesta eroiche, prodi cavalieri, incantesimi e cruente battaglie (non a caso ci si ispira al mondo immaginario di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda). Sulla sua pagina di Bandcamp il Nostro (armato di saio, cotta di metallo e cappuccio al fine di alimentare la componente atmosferica del suo progetto) si auto-definisce “pastoral dungeon synth”, ennesima etichetta che lascia il tempo che trova, ma che può darci delle indicazioni in merito agli umori che dobbiamo aspettarci.
Giunti a più di venti lavori trattati nella nostra rassegna, come già capitato con Funeral Doom e Depressive Black Metal, si inizia ad accusare il colpo di dover continuare a descrivere le peculiarità di un artista in un contesto in cui le caratteristiche del genere non offrono molte variazioni. Siamo dunque nella fase in cui dobbiamo cogliere un aspetto specifico per contraddistinguere un artista dagli altri. Giusto per fissarcelo nella testa, potremmo ricordarci di Malfet come di “quello dei field recordings”, proprio per il copioso utilizzo di questa tecnica nelle sua visione artistica.
Il canto placido dei grilli, non a caso, è il modo con cui entra in scena, delicatamente e in punta di piedi, “The Snacking Path”, title-track posta in apertura dell'opera: una carezza notturna che ci introduce nella ambientazione “forestale” efficacemente anticipata dalla copertina, ritraente una solitaria silhouette bianca che si avventura fra i fusti imponenti di alberi colossali. “The Snaking Path”, come suggerisce anche il titolo, odora di sentiero spirituale, un viaggio in cui perdersi per poi ritrovarsi al termine con nuove consapevolezze.
Tornando al discorso dei field recordings, vi saranno altri contributi dal “regno animale”, come il cinguiettio degli uccelli o anche il brulicare della fauna forestale, ma non mancheranno anche rumori ambientali come il sibilar del vento: tutti espedienti che ci proiettano con la mente in un mondo magico e sovrannaturale. Non necessariamente ostile, anzi, a tratti confortevole, ma comunque animato da una forte tensione interna.
Sulla base quasi persistente di questi effetti sonori si innestano armoniosamente le trame tastieristiche, a metà strada fra un dungeon radioso e folkeggiante, new age e musica da camera. A colpire, rispetto a molte altre produzioni del settore, è la complessità strumentale, che ovviamente non deve far pensare a virtuosismi di sorta, ma alla perizia ed alla scioltezza con cui i diversi landscape sonori si susseguono, passando da sontuose arie medievaleggianti a struggenti partiture di piano e momenti più convenzionalmente ambient.
I brani respirano, progrediscono, procedono con calma, si evolvono con passo misurato e senza grandi strappi. Personalmente parlando, apprezzo quei momenti (non rari) in cui l’intreccio degli strumenti (potrebbe essere un giro di tastiera, il volteggiar sinuoso del flauto o l’incalzare delle percussioni a mano) concorre ad un gentile quanto epicheggiante crescendo per poi risolversi improvvisamente in un fraseggio malinconico di pianoforte lasciato solitario a tratteggiare scenari di grande intimità.
Pur non indugiando in cupezze eccessive, il flavour di questi movimenti “pastorali” è indubbiamente tendente al malinconico: questo slancio romatico ha fatto sì che il progetto Malfet sia definito come fra i più emozionanti in ambito dungeon synth. Un esempio mirabile del potere evocativo della musica di Malfet è la lunga (quasi nove giri di orologio) “A Corpse O’ergrown”: quieta, carezzevole, magnetica nel suo sinuoso incedere di flauto ed arpa pizzacata. Da segnalare anche “The Shadows’ Dance on Cavern Walls”, più corposa, per certi aspetti cupa, ma dalla memorabile apertura melodica nel finale. Impressione personale: quest'ultimo passaggio mi ha ricordato i nostrani Kirlian Camera. Cosa, questa, che di per sè non farebbe scalpore se non fosse che un brano precedente, "Edenic Reflections", mi ha richiamato alla mente una canzone dei sempre italiani Spiritual Front: pura coincidenza o il Nostro ha un debole per la darkwave italiana???
Richiami o meno ad altri artisti (non so dove, ma mi è parso di capire che il Nostro è anche mega fan di Enia), il buon Ross Major è in grado di allestire un sound personale, coerente concettualmente ed estremamente elegante nella sua espressione, ben concepito ed orchestrato nei suoi sviluppi. Un suono che vedrà anche una notevole evoluzione formale ed esecutiva negli album successivi: “The Way of Avalon” (del 2019), l’altro capolavoro “Alban Arthan” (del 2020) e “Dolorus Gard” (del 2023), ad oggi ultima fatica discografica del progetto.
Ricondurre queste sonorità al dungeon synth delle origini è cosa ardua e sicuramente i puristi ed amanti della vecchia scuola potrebbero storcere il naso. Eppure la continuità con gli assunti concettuali di base del genere sono evidenti. E in questo gioco di rottura con la tradizione da un lato ed aderenza alla stessa, Malfet emerge indubbiamente come uno dei migliori interpreti del dungeon synth dei nostri giorni.
