Proseguiamo la nostra
retrospettiva sui Rush, cominciata lo scorso mese, andando al ritmo di due album
alla volta.
Rimaniamo perciò nel 1975, anno di pubblicazione di “Fly By Night”, per occuparci di…
“Caress of Steel”
(24/09/1975): passano appena 7 mesi e i Rush tornano sul mercato con questa carezza
di acciaio. Titolo true ante-litteram, potremmo dire (chissà
l’invidia di Joey DeMaio, a posteriori…). Ebbene, l’album, pur non avendo avuto
un grande successo di pubblico e critica, rimane un disco da conoscere in
quanto segna il definitivo passaggio dei Nostri dall’hard-rock, con marcate
influenze bluesaggianti, al prog rock propriamente detto. La tracklist è
quantomeno particolare: dopo i primi 13’ scarsi, suddivisi in ben tre brani (da
segnalare l’ottima opener “Bastille Day”), ne seguono due che, da sole, ne
contano ben 32! Se “The Necromancer”, con i suoi 12’, riprende, come avvenuto con
“Rivendell” nel precedente, tematiche tolkieniane, cambiando umore sonoro a
seconda dello sviluppo dello sviluppo delle liriche, sarà la conclusiva,
mastodontica, “The Fountain of Lamneth”, suddivisa in ben sei movimenti per 20’, a
battezzare la band nel cimento della classica suite progressiva. I risultati sono, in entrambi i casi, notevoli
con ampi spazi lasciati alle digressioni chitarristiche di Lifeson, sempre
sorretto magnificamente dal duo ritmico. Tra parti metal fatte-e-finite (vedasi
la sezione centrale di “The Necromancer”, titolata Under the Shadow) e sezioni acustiche di commovente dolcezza
(l’intro di In the Valley, prima
parte di “The Fountain…” vi farà scendere più di una lacrima), queste due suite
finali lasciano bene intendere quale fosse la formula artistica che, in quella
fase storica di carriera, i Rush volessero perseguire. Certo, alcuni passaggi
risultano ancora un po’ immaturi e/o ‘telefonati’, a volte le parti sembrano
più giustapposte, quasi come fossero canzoni diverse cucite assieme, piuttosto
che integrate in modo armonioso; ma la loro qualità tecnico-compositiva era già
palesemente fuori-scala. Bisognava
solo aspettare che giungesse a piena maturazione. E l’attesa non durò a lungo…
Voto: 7
“2112” (01/04/1976): dopo due mezze delusioni a livello di riscontri commerciali e di tour a supporto (non certo come qualità musicale), il quarto disco dei Rush poteva essere il definitivo affossamento del progetto. O, al contrario, un rilancio in grande stile. Non sto neppure a sottolineare come sia andata a finire…parliamo, semplicemente, di uno dei più grandi prog-rock album di sempre, contenente una delle suite progressive più celebri. Quest’ultima, la title track, sulla quale non spenderò una sillaba (per approfondimenti, leggere qui qui) viene posta in apertura mentre il resto della tracklist è un rosario di perle memorabili: da “A Passage to Bangkok”, con il suo iconico riff introduttivo e l’apertura ariosa sul chorus, alla dolcissima “Tears”, guidata dall’acustica di Lifeson, passando per l’altrettanto storica “The Twilight Zone”, con il suo oscuro arpeggio centrale, molto zeppeliniano.
Non che siano filler, ma, per chi scrive, sia “Lessons” che la
conclusiva “Something for Nothing” non arrivano al livello delle sorelle presenti nella
tracklist. Ed è per questo che rimaniamo parecchio severi nel giudizio…
Voto: 9
A suggellare questa prima fase di
carriera, i canadesi, sempre nel 1976 (settembre), pubblicheranno un live album che ripercorrerà tutti e
4 i full lenght rilasciati fino a quel momento. Gli 80’ di “All the World’s a
Stage” sono una summa del meglio fino a quel momento ascoltato a marchio Rush,
con maggior spazio dedicato ai brani di “Fly By Night” e “2112”. Da segnalare
la perfezione esecutiva di lunghe suite: oltre, infatti, alla riproposizione, seppur non totale, di “2112” (comunque 15’ sui 20 complessivi), troviamo anche un altro
quarto d’ora sensazionale: cioè l’unione di “Working Man” e “Finding My Way”
con annesso drum solo di Peart. Applausi a scena aperta…
A cura di Morningrise
(to be continued...)

