Chi ha letto la nostra rassegna sui King Crimson (se non lo avete ancora fatto, provvedete subito!) avrà constatato che abbiamo liquidato un po’ in fretta gli album degli anni ottanta. Del resto era una “Guida pratica per metallari”, il nostro intento era attirarvi nel mondo del Re Cremisi, non respingervi, ed indubbiamente gli anni ottanta dei King Crimson non sono stati la stagione artistica di maggior appeal per un amante delle sonorità metal.
Eppure quei tre tomi (“Discipline”, “Beat”
e “Three of a Perfect Pair”, rispettivamente del 1981, 1982 e 1984) sono album di
valore assoluto e decisamente innovativi. Lasciandosi alle spalle ogni
qualsivoglia vibrazione settantiana e
rigurgito sinfonico, la storica band inglese si re-inventò convertendosi a
sonorità totalmente diverse, mettendo a punto una sintesi unica di ricerca prog,
minimalismo sonoro, sperimentazione ritmica e l’approccio di quella
neonata new wave che in realtà si stava configurando grazie a molti grandi reduci dagli anni settanta che seppero cavalcare, e non subire, la rivoluzione portata da
punk e post-punk.
E così i famigerati dischetti rosso, blu e giallo furono certamente un sonoro schiaffo in faccia per gli appassionati di prog della stagione appena trascorsa, ma erano innegavilmente "avanti" andando a rivoluzionare il linguaggio stesso del prog rock (movimento che negli anni ottanta ebbe grosse difficoltà) ed aggiornandolo ai tempi del post-punk e della new wave, anticipando di traverso il math-rock e gettando le basi per molta musica alternativa e progressiva degli anni successivi.
Questa rivoluzione avveniva con una formazione nuova di zecca che, accanto al mastermind Robert Fripp alla chitarra ed al fido Bill Bruford alle bacchette, vedeva l’imporsi del genio artistico del cantante/chitarrista Adrian Belew (già visto alla corte di Frank Zappa, David Bowie, Talking Heads e Brian Eno) e del bassista (o per meglio dire IL bassista) Tony Levin (che ha suonato con praticamente chiunque e che ricordiamo anzitutto come un assiduo collaboratore di Peter Gabriel e, successivamente, per aver fatto parte del progetto prog/metal Liquid Tension Experiment in compagnia di Petrucci e Portnoy). Poi, è storia nota, la formazione dei King Crimson sarebbe cambiata nuovamente e nuovi percorsi artistici sarebbero stati intrapresi, cosicché i tre dischetti di sopra, salvo qualcosa di “Discipline”, sarebbero stati archiviati e relegati nel dimenticatoio da parte della band.
Oggi quella esperienza rivive grazie al progetto Beat, benedetto dallo stesso Fripp ed incarnato dai veterani Belew e Levin con il supporto di comprimari di tutto rispetto quali Steve Vai, che certo non ha bisogno di presentazioni, e Danny Carey, ben noto al nostro pubblico in quanto seduto dietro alle pelli nei Tool. Come farsi dunque sfuggire l’occasione per poter saggiare sul palco le gesta di questa formazione stellare e per giunta in una cornice eccellente qual è il mitico Apollo di Hammersmith?
Per il sottoscritto è ovviamente un evento da non perdere. Ho un solido legame con i King Crimson che indico senza esitazione fra i miei dieci gruppi o artisti preferiti di sempre. Apprezzo tutta la loro discografia e ho avuto la fortuna di fruire della loro musica dal vivo attraverso diverse loro incarnazioni. Ho visto ovviamente i King Crimson stessi, peraltro in un tour volto a celebrare la loro intera carriera. Ma ho anche assistito, moltissimi anni fa (non so nemmeno se esistono più!) ad uno show dei Twenty First Century Schizoid Band, progetto che includeva membri dei King Crimson delle origini (Ian McDonald, Michale Giles, Peter Giles, Mel Collins – mentre il cantante chitarrista Jakko Jakszyk sarebbe entrato alla corte del Re Cremisi nel 2013) e che si incaricava di riportare sul palco i primi quattro album della band. Ho anche incocciato il violinista David Cross che ha riproposto una scaletta principalmente incentrata sugli album in cui aveva suonato, ossia “Larks’ Tongues in Aspic”, “Starless and Bible Black” e “Red”, la fase che personalmente preferisco e che in genere è associata alla voce del mai troppo compianto John Wetton (poi confluito negli Asia). A mancare era proprio il tassello ottantiano: eccoci accontentati!
Dopo questa lunghissima introduzione teorica e zero chiacchiere sull’esibizione stessa, molti di voi si inizieranno ad inquietare, per questo adesso vi faccio respirare con un paio di note di colore.
Uno: che chiavica il pubblico del progressive rock! Vecchio all’80%, maschile al 99% (e su questo tema meriterebbe fare una riflessione, ossia sul motivo per cui l’universo femminile non sia più di tanto attratto dalla musica progressiva). Ma se mi lamento, non lo faccio per un discorso di genere o di età anagrafica (anzi, tecnicamente dovrebbe essere una cosa positiva non essere almeno per una volta fra i più vecchi in platea), ma per l’alto tasso di tensione che pervade la serata. Ok, siamo tutti seduti su delle poltroncine, però ti rendi conto che è francamente inammissibile alzarsi e risedersi troppe volte per andare al bar o al bagno, cosa che fin dall’inizio mi fa capire che non potrò bere più di tanto, ma va bene così, in fondo è un concerto che richiede una certa attenzione. Al di là di questo, non è una sensazione piacevole trovarsi incassato fra cariatidi mummificate avvolto da una pestilenziale fragranza a base di naftalina e fiatella tipica di chi ha il fegato guasto. Poi al bagno è la sagra della prostata, file infinite per gente che piscia una goccia al minuto (ed anche questo, tecnicamente, dovrebbe essere una buona notizia e qualcosa di rinfrancante per l’autostima visto che di solito mi trovo a pisciare accanto a marcantoni che a momenti tirano giù la parete del bagno con un getto che pare un estintore). Questo è dunque il contesto: ci si sposta male, si viene contagiati dalla rigidità di casi umani che, per loro fortuna, non sono nati e cresciuti nell’era di internet e dunque son stati costretti ad avere uno straccio di vita sociale, altrimenti questa è gente che avrebbe consumato la propria esistenza nella propria cameretta a marcire davanti ad uno schermo fossero nati solo venti anni fa. L’empatia che si respira, in conclusione, è quella di un hikikomori senza connessione internet, ma del resto si sapeva: è il prezzo da pagare per poter vedere queste glorie di altri tempi.
Adesso due informazioni di ordine tecnico. Il vasto palco è ben apparecchiato, le postazioni dei quattro musicisti, alquanto distanziati fra loro, son nettamente riconoscibili grazie alla presenza degli svariati strumenti ed addobbi personalizzati (per esempio Steve Vai suona sopra un tappeto persiano). Sullo sfondo compare semplicemente una sagoma stilizzata di elefante, la quale va a richiamare uno dei brani più iconici del repertorio, “Elephant Talk” ovviamente. Scenografia ed effetti scenici sarano ridotti al minimo per dare risalto alle gesta dei musicisti (cosa buona e giusta). L’esibizione, inoltre, si articolerà in due set distinti separati da un intervallo di 20 minuti, come è tipico nei concerti prog o di quelli che, in generale, si vogliono dare un tono.
La set-list si comporrà di ben 19 brani, tutti pescati dai tre famosi dischetti, più una graditissima sorpresa di cui diremo poi. Piuttosto che fare un track by track si fa prima a dire che l’intera esibizione sarà un continuo alternarsi fra brani cantati e strumentali, dove i primi esprimono il lato più catchy ed orecchiabile (ed una sensibilità quasi pop, oserei dire) e i secondi, invece, quello più sperimentale, vuoi sul fronte del colto minimalismo che su quello del cacofonico andante. Il prog dei King Crimson ottantiani, di fatto, si distanzia dai cliché del prog classico, quello più sinfonico e barocco per intenderci, preferendo addentrarsi nella ricerca tramite una ricetta, del resto, mette insieme poliritmie e incastri ritmici complessi, da un lato, ed un suono asciutto e geometrico dall’altro: un insieme di cose in cui si impone un uso innovativo della chitarra spesso indirizzata verso soluzioni non convenzionali. Inutile dire che i musicisti sul palco hanno la caratura e il phisique du role per gestire al meglio un sound di siffatte caratteristiche.
Partiamo da Adrian Belew, indubbiamente il man of the match. Si capisce che i Beat sono il suo giocattolo e sono palesi la passione e il divertimento con cui il Nostro riprende in mano quei brani che lo hanno di fatto inserito nella Storia del Rock. Utile ricordare che egli ha avuto un ruolo quasi paritario rispetto a Fripp in quei famigerati tre dischetti, ricoprendo un ruolo centrale sia a livello di composizione che di indirizzo artistico dell'operazione (tanto che l’idea originaria era di proseguire con un altro nome, i Discipline per l’appunto, e non come King Crimson). Il Nostro sarà il vero mattatore della serata: come voce si difende ancora, ma è come chitarrista che emerge in tutta la sua forza, oscurando anche a tratti un dio delle sei corde come Steve Vai. La sua chitarra sembra un poco più avanti nel mix, guadagnando spesso l’attenzione del pubblico con quelle stranezze che hanno reso il suo stile unico e riconoscibile, fra rumorismi, frasi spezzate, uscite oblique ed imitazioni di versi di animali. Ma sono i sorrisi che dispensa, le battute che elargisce, l’attitudine ironica e calorosa che rendono la sua presenza sul palco una vera e propria resurrezione dello spirito di quella bizzarra espressione del verbo dei King Crimson.
Steve Vai, da parte sua, è abilissimo nel rivestire il difficile ruolo di sostituire il grande Robert Fripp, non solo anima della band, ma anche un chitarrista dallo stile molto diverso. Il nostro eroe delle sei corde ha la classe e la tecnica per inserirsi nel sound con personalità ma senza strafare: l’approccio virtuosistico allo strumento è evidentissimo per tutto il corso della esibizione, ma lo Steve Vai che abbiamo l’onore di vedere e sentire stasera è un artista misurato, a tratti operaio, che si mette a disposizione della squadra, concentrato sulle texture dei brani, sugli intarsi ritmici che si devono incastrare al millimetro con il basso e l’altra chitarra, sui ghirigori che riesce a dispesare qua e là, espressione di una incontenibile verve chitarristatica. Verve che avrà modo anche di esprimersi in tutta la sua potenza in momenti di reale protagonismo che, oltre a far emergere la teatralità di un autentico guitar hero, dischiudono il talento di uno dei chitarristi più grandi di sempre.
A fare da collante troviamo un infaticabile Tony Levin, che alla faccia dei suoi ottant'anni, si muove con la scioltezza e l'energia di un ragazzino, dividendosi fra diversi tipi di basso ed altrettante tecniche di esecuzione, confermandosi fra i migliori motori ritmici che una band rock possa avere. E’ uno spettacolo nello spettacolo vederlo passare dal basso elettrico tradizionale all’iconico chapman stick, suo strumento simbolo, e persino vederlo destreggiarsi con le proverbiali funk gingers (piccole bacchette di batteria fissate alle dita – sua invenzione). Non pago, il Nostro si occuperà anche delle tastiere in discreti ma significativi interventi, fornendo tappeti ambient nei momenti più pacati o ispessendo ulteriormente il sound nei momenti di massima concitazione.
Chiude il quadretto il buon Danny Carey, curiosamente in vesti casual (capelli lunghi, maglietta, pantaloni corti e scarpe da ginnastica) che lo pongono in netto contrasto con l’eleganza istrionica degli altri tre componenti (Vai con in classici occhiali da sole, cappello dalle larghe tese, gilet ed una camicia a dir poco sgargiante, gli altri due in completo bianco, Belew con un cappello da giascone e Levin dall'impeccabile baffetto). L’aspetto rende il batterista decisamente più giovane degli altri, e lo è senz’altro, ma ricordiamo anche che Carey, ridendo e scherzando, ha 65 anni, non è proprio un poppante! I King Crimson son da sempre una sua fonte di ispirazione dichiarata e deve essere stato un grande onore per lui poter far parte della partita. Dal canto nostro possiamo dire che ha retto alla grande la sfida con i mostri sacri accanto a lui: grazie ad esperienza e personalità è risultato infatti in grado di adattare il suo stile massimalista alle geometrie minimali che prevalevano in quel trittico di dischi, e pazienza se a tratti il suo drumming sia sembrato un po’ elefantesco, tradendo una certa sensibilità metal in più di un passaggio (si pensi all’utilizzo della doppia-cassa) - complice anche un settaggio dei suoni della batteria molto in evidenza nel mix finale.
E così i famigerati dischetti rosso, blu e giallo furono certamente un sonoro schiaffo in faccia per gli appassionati di prog della stagione appena trascorsa, ma erano innegavilmente "avanti" andando a rivoluzionare il linguaggio stesso del prog rock (movimento che negli anni ottanta ebbe grosse difficoltà) ed aggiornandolo ai tempi del post-punk e della new wave, anticipando di traverso il math-rock e gettando le basi per molta musica alternativa e progressiva degli anni successivi.
Questa rivoluzione avveniva con una formazione nuova di zecca che, accanto al mastermind Robert Fripp alla chitarra ed al fido Bill Bruford alle bacchette, vedeva l’imporsi del genio artistico del cantante/chitarrista Adrian Belew (già visto alla corte di Frank Zappa, David Bowie, Talking Heads e Brian Eno) e del bassista (o per meglio dire IL bassista) Tony Levin (che ha suonato con praticamente chiunque e che ricordiamo anzitutto come un assiduo collaboratore di Peter Gabriel e, successivamente, per aver fatto parte del progetto prog/metal Liquid Tension Experiment in compagnia di Petrucci e Portnoy). Poi, è storia nota, la formazione dei King Crimson sarebbe cambiata nuovamente e nuovi percorsi artistici sarebbero stati intrapresi, cosicché i tre dischetti di sopra, salvo qualcosa di “Discipline”, sarebbero stati archiviati e relegati nel dimenticatoio da parte della band.
Oggi quella esperienza rivive grazie al progetto Beat, benedetto dallo stesso Fripp ed incarnato dai veterani Belew e Levin con il supporto di comprimari di tutto rispetto quali Steve Vai, che certo non ha bisogno di presentazioni, e Danny Carey, ben noto al nostro pubblico in quanto seduto dietro alle pelli nei Tool. Come farsi dunque sfuggire l’occasione per poter saggiare sul palco le gesta di questa formazione stellare e per giunta in una cornice eccellente qual è il mitico Apollo di Hammersmith?
Per il sottoscritto è ovviamente un evento da non perdere. Ho un solido legame con i King Crimson che indico senza esitazione fra i miei dieci gruppi o artisti preferiti di sempre. Apprezzo tutta la loro discografia e ho avuto la fortuna di fruire della loro musica dal vivo attraverso diverse loro incarnazioni. Ho visto ovviamente i King Crimson stessi, peraltro in un tour volto a celebrare la loro intera carriera. Ma ho anche assistito, moltissimi anni fa (non so nemmeno se esistono più!) ad uno show dei Twenty First Century Schizoid Band, progetto che includeva membri dei King Crimson delle origini (Ian McDonald, Michale Giles, Peter Giles, Mel Collins – mentre il cantante chitarrista Jakko Jakszyk sarebbe entrato alla corte del Re Cremisi nel 2013) e che si incaricava di riportare sul palco i primi quattro album della band. Ho anche incocciato il violinista David Cross che ha riproposto una scaletta principalmente incentrata sugli album in cui aveva suonato, ossia “Larks’ Tongues in Aspic”, “Starless and Bible Black” e “Red”, la fase che personalmente preferisco e che in genere è associata alla voce del mai troppo compianto John Wetton (poi confluito negli Asia). A mancare era proprio il tassello ottantiano: eccoci accontentati!
Dopo questa lunghissima introduzione teorica e zero chiacchiere sull’esibizione stessa, molti di voi si inizieranno ad inquietare, per questo adesso vi faccio respirare con un paio di note di colore.
Uno: che chiavica il pubblico del progressive rock! Vecchio all’80%, maschile al 99% (e su questo tema meriterebbe fare una riflessione, ossia sul motivo per cui l’universo femminile non sia più di tanto attratto dalla musica progressiva). Ma se mi lamento, non lo faccio per un discorso di genere o di età anagrafica (anzi, tecnicamente dovrebbe essere una cosa positiva non essere almeno per una volta fra i più vecchi in platea), ma per l’alto tasso di tensione che pervade la serata. Ok, siamo tutti seduti su delle poltroncine, però ti rendi conto che è francamente inammissibile alzarsi e risedersi troppe volte per andare al bar o al bagno, cosa che fin dall’inizio mi fa capire che non potrò bere più di tanto, ma va bene così, in fondo è un concerto che richiede una certa attenzione. Al di là di questo, non è una sensazione piacevole trovarsi incassato fra cariatidi mummificate avvolto da una pestilenziale fragranza a base di naftalina e fiatella tipica di chi ha il fegato guasto. Poi al bagno è la sagra della prostata, file infinite per gente che piscia una goccia al minuto (ed anche questo, tecnicamente, dovrebbe essere una buona notizia e qualcosa di rinfrancante per l’autostima visto che di solito mi trovo a pisciare accanto a marcantoni che a momenti tirano giù la parete del bagno con un getto che pare un estintore). Questo è dunque il contesto: ci si sposta male, si viene contagiati dalla rigidità di casi umani che, per loro fortuna, non sono nati e cresciuti nell’era di internet e dunque son stati costretti ad avere uno straccio di vita sociale, altrimenti questa è gente che avrebbe consumato la propria esistenza nella propria cameretta a marcire davanti ad uno schermo fossero nati solo venti anni fa. L’empatia che si respira, in conclusione, è quella di un hikikomori senza connessione internet, ma del resto si sapeva: è il prezzo da pagare per poter vedere queste glorie di altri tempi.
Adesso due informazioni di ordine tecnico. Il vasto palco è ben apparecchiato, le postazioni dei quattro musicisti, alquanto distanziati fra loro, son nettamente riconoscibili grazie alla presenza degli svariati strumenti ed addobbi personalizzati (per esempio Steve Vai suona sopra un tappeto persiano). Sullo sfondo compare semplicemente una sagoma stilizzata di elefante, la quale va a richiamare uno dei brani più iconici del repertorio, “Elephant Talk” ovviamente. Scenografia ed effetti scenici sarano ridotti al minimo per dare risalto alle gesta dei musicisti (cosa buona e giusta). L’esibizione, inoltre, si articolerà in due set distinti separati da un intervallo di 20 minuti, come è tipico nei concerti prog o di quelli che, in generale, si vogliono dare un tono.
La set-list si comporrà di ben 19 brani, tutti pescati dai tre famosi dischetti, più una graditissima sorpresa di cui diremo poi. Piuttosto che fare un track by track si fa prima a dire che l’intera esibizione sarà un continuo alternarsi fra brani cantati e strumentali, dove i primi esprimono il lato più catchy ed orecchiabile (ed una sensibilità quasi pop, oserei dire) e i secondi, invece, quello più sperimentale, vuoi sul fronte del colto minimalismo che su quello del cacofonico andante. Il prog dei King Crimson ottantiani, di fatto, si distanzia dai cliché del prog classico, quello più sinfonico e barocco per intenderci, preferendo addentrarsi nella ricerca tramite una ricetta, del resto, mette insieme poliritmie e incastri ritmici complessi, da un lato, ed un suono asciutto e geometrico dall’altro: un insieme di cose in cui si impone un uso innovativo della chitarra spesso indirizzata verso soluzioni non convenzionali. Inutile dire che i musicisti sul palco hanno la caratura e il phisique du role per gestire al meglio un sound di siffatte caratteristiche.
Partiamo da Adrian Belew, indubbiamente il man of the match. Si capisce che i Beat sono il suo giocattolo e sono palesi la passione e il divertimento con cui il Nostro riprende in mano quei brani che lo hanno di fatto inserito nella Storia del Rock. Utile ricordare che egli ha avuto un ruolo quasi paritario rispetto a Fripp in quei famigerati tre dischetti, ricoprendo un ruolo centrale sia a livello di composizione che di indirizzo artistico dell'operazione (tanto che l’idea originaria era di proseguire con un altro nome, i Discipline per l’appunto, e non come King Crimson). Il Nostro sarà il vero mattatore della serata: come voce si difende ancora, ma è come chitarrista che emerge in tutta la sua forza, oscurando anche a tratti un dio delle sei corde come Steve Vai. La sua chitarra sembra un poco più avanti nel mix, guadagnando spesso l’attenzione del pubblico con quelle stranezze che hanno reso il suo stile unico e riconoscibile, fra rumorismi, frasi spezzate, uscite oblique ed imitazioni di versi di animali. Ma sono i sorrisi che dispensa, le battute che elargisce, l’attitudine ironica e calorosa che rendono la sua presenza sul palco una vera e propria resurrezione dello spirito di quella bizzarra espressione del verbo dei King Crimson.
Steve Vai, da parte sua, è abilissimo nel rivestire il difficile ruolo di sostituire il grande Robert Fripp, non solo anima della band, ma anche un chitarrista dallo stile molto diverso. Il nostro eroe delle sei corde ha la classe e la tecnica per inserirsi nel sound con personalità ma senza strafare: l’approccio virtuosistico allo strumento è evidentissimo per tutto il corso della esibizione, ma lo Steve Vai che abbiamo l’onore di vedere e sentire stasera è un artista misurato, a tratti operaio, che si mette a disposizione della squadra, concentrato sulle texture dei brani, sugli intarsi ritmici che si devono incastrare al millimetro con il basso e l’altra chitarra, sui ghirigori che riesce a dispesare qua e là, espressione di una incontenibile verve chitarristatica. Verve che avrà modo anche di esprimersi in tutta la sua potenza in momenti di reale protagonismo che, oltre a far emergere la teatralità di un autentico guitar hero, dischiudono il talento di uno dei chitarristi più grandi di sempre.
A fare da collante troviamo un infaticabile Tony Levin, che alla faccia dei suoi ottant'anni, si muove con la scioltezza e l'energia di un ragazzino, dividendosi fra diversi tipi di basso ed altrettante tecniche di esecuzione, confermandosi fra i migliori motori ritmici che una band rock possa avere. E’ uno spettacolo nello spettacolo vederlo passare dal basso elettrico tradizionale all’iconico chapman stick, suo strumento simbolo, e persino vederlo destreggiarsi con le proverbiali funk gingers (piccole bacchette di batteria fissate alle dita – sua invenzione). Non pago, il Nostro si occuperà anche delle tastiere in discreti ma significativi interventi, fornendo tappeti ambient nei momenti più pacati o ispessendo ulteriormente il sound nei momenti di massima concitazione.
Chiude il quadretto il buon Danny Carey, curiosamente in vesti casual (capelli lunghi, maglietta, pantaloni corti e scarpe da ginnastica) che lo pongono in netto contrasto con l’eleganza istrionica degli altri tre componenti (Vai con in classici occhiali da sole, cappello dalle larghe tese, gilet ed una camicia a dir poco sgargiante, gli altri due in completo bianco, Belew con un cappello da giascone e Levin dall'impeccabile baffetto). L’aspetto rende il batterista decisamente più giovane degli altri, e lo è senz’altro, ma ricordiamo anche che Carey, ridendo e scherzando, ha 65 anni, non è proprio un poppante! I King Crimson son da sempre una sua fonte di ispirazione dichiarata e deve essere stato un grande onore per lui poter far parte della partita. Dal canto nostro possiamo dire che ha retto alla grande la sfida con i mostri sacri accanto a lui: grazie ad esperienza e personalità è risultato infatti in grado di adattare il suo stile massimalista alle geometrie minimali che prevalevano in quel trittico di dischi, e pazienza se a tratti il suo drumming sia sembrato un po’ elefantesco, tradendo una certa sensibilità metal in più di un passaggio (si pensi all’utilizzo della doppia-cassa) - complice anche un settaggio dei suoni della batteria molto in evidenza nel mix finale.
Quanto all’esibizione, beh, cosa può venire fuori dall’unione di tali forze se non una esperienza incredibile per ogni cultore di musica che si rispetti?
Non si parte bene, però, questo va detto: l’opener “Neurotica” ha destato infatti più di una preoccupazione nel sottoscritto, soprattutto a livello di settaggio dei suoni, con una batteria in primo piano, chitarre non perfettamente integrate, un Vai indietro nel mix e le spoken words di Belew pre-registrate. Le cose miglioreranno progressivamente e già con la successiva “Neil and Jack and Me” (grandissimo pezzo!) avremo dei suoni più equilibrati. Si segnala un lavoro clamoroso di Vai alle sei corde, fra guizzi isterici e fraseggi improvvisati, incluso un assolo spettacolare nel finale!
Il primo set sarà per lo più incentrato su “Beat” e “Three of a Perfect Pair”. Scorrono in rassegna, fra partiture cervellotiche ed aperture orecchiabili, l'anthemica "Heartbeat", cantata in coro dall'intero Apollo, il pop raffinato di "Model Man", con il suo struggente ritornello, l'astrusa e sbilenca "Dig Me", la talkingheadsiana "Man with a Open Heart", ma personalmente parlando finirò per apprezzare di più il trittico di strumentali: la sinuosa ed orientaleggiante “Sartori in Tangier”, la tesa ed austera “Industry” con i riff obliqui e minacciosi di Vai, e la deflagrante “Larks’ Tongues in Aspic (Part III)” chiamata a chiudere la prima sezione del concerto all'insegna del prog più cacofonico e dissonante.
Il secondo set, che io preferirò di gran lunga, vedrà invece il prevalere dei brani di “Discipline” con ancora qualche estratto qua e là dagli altri due tomi. La scena si apre con Carey in piedi al centro del palco alle prese con un set di percussioni acustiche e dove dire che - a mio modesto parere - questo è stato il suo momento migliore. Ad egli si unirà presto Belew, discreto anche alle bacchette, in un crescendo strumentale dove anche gli altri si inseriranno progressivamente per dar vita ad una ottima “Waiting Man”. “The Sheltering Sky” confluisce naturalmente entro il pulsare percussivo del brano precedente con un incipit molto à la Tool, se mi passate la forzatura, per poi evolversi ed esplodere nel finale in un assolo di Vai che è anche il più bell’assolo di chitarra che abbia mai avuto modo di vedere dal vivo.
Con la tarantolata “Sleepless”, aperta dal basso slappato di Levin, si decolla: la band è finalmente sciolta, la musica sembra andare da sola. Il brano è impetuoso e, rafforzato da tastiere e chitarre dal flavour molto new wave, riporta sul palco quel suono stratificato che ha caratterizzato i King Crimson di questa fase. Da qui in poi sarà un inarrestabile crescendo di emozioni, passando da una raffinata “Frame by Frame” (un brano simbolo del nuovo corso con le sue vorticose texture di chitarra) alla languida ballad “Matte Kudasai”, per poi concludersi con un trittico da infarto come “Elephant Talk” / “Three of a Perfect Pair” / “Indiscipline”, chiamata, quest'ultima, a chiudere le danze all’insegna di chitarre distorte e ritmiche serrate in perfetto stile vecchi King Crimson.
Potremmo essere soddisfatti, ma c’è ancora il tempo per un paio di bis. Introdotta da un dovuto ringraziamento a colui senza il quale questa musica non sarebbe stata possibile, ossia Robert Fripp, si avventa su di noi una inaspettata “Red”, unico episodio estraneo all’era Belew, strumentale rocciosissima che rappresenta alla perfezione il gigantesco chitarrismo di Fripp, con una intensità dal vivo che rasenta il post-metal. Chiusura invece quasi scontata per la vivace “Thela Hun Ginjeet” che sapevo essere il brano scelto per chiudere le esibizioni dei Beat: brano super festante ed allegrone che su disco non mi ha mai fatto impazzire, ma che dal vivo è veramente una bella botta di vita. L’esecuzione del brano presenta delle sbavature, ma a questo punto è tutto lecito, considerata la stanchezza fisica dei musicisti dopo due ore di intensità concertistica applicata alla concentrazione e l’impegno esecutivo che i brani hanno costantemente richiesto in tutti i reparti.
Una chiusura non perfetta che ovviamente non inficia sull’impressione di aver appena avuto un incontro ravvicinato del terzo tipo con degli alieni. Ed è quasi irreale vedere quei quattro signori (possiamo indicarli fra i più grandi musicisti rock attualmente in vita?) in piedi uno accanto all’altro che si inchinano ripetutamente sotto lo scrosciare copioso degli applausi di un pubblico in piedi per ringraziare calorosamente i loro beniamini in una appassionata standing ovation.
Lunga vita ai King Crimson!
Lunga vita a Adrian, Tony, Steve e Danny!
