Non era previsto, ma è semplicemente accaduto: sono andato a vedere un'altra volta i fratelli Cavalera. Era già capitato diversi anni fa con il tour dedicato a "Roots": una serata a suo modo perfetta, quindi da non replicare tanto più che questa è musica che ascoltavo più di trenta anni fa. E lì sostanzialmente è rimasta.
Insomma, un tributo alla propria gioventù, giusto e sacrosanto, ma che sarebbe dovuto rimanere un episodio isolato. Ed invece sono stato messo in guest-list da un carissimo amico e mi è sembrato a dir poco irriconoscente non andare a vedere a titolo gratuito la riproposizione integrale di "Chaos A.D.", uno di quei dischi che possono meritatamente arrogarsi lo status di album fondamentale nel percorso di formazione musicale del sottoscritto.
Insomma, un tributo alla propria gioventù, giusto e sacrosanto, ma che sarebbe dovuto rimanere un episodio isolato. Ed invece sono stato messo in guest-list da un carissimo amico e mi è sembrato a dir poco irriconoscente non andare a vedere a titolo gratuito la riproposizione integrale di "Chaos A.D.", uno di quei dischi che possono meritatamente arrogarsi lo status di album fondamentale nel percorso di formazione musicale del sottoscritto.
Eccomi dunque all'Electric Ballroom la sera dell'11 giugno 2026 pronto ad immergermi nuovamente nel cuore più profondo della mia gioventù!
"Cosa ne volete sapere voi di Maradona se non siete napoletani?" scriveva Roberto Saviano in un articolo su Repubblica all'indomani della morte del celebre calciatore. Ed io oggi, con il medesimo spirito nostalgico, parafrasandolo, potrei scrivere: "Cosa ne volete sapere voi di "Chaos A.D." se non avevate quindici anni nel 1993?"
Sabato 23 ottobre 1993 - ricordo ancora la data – ero al secondo anno del liceo ed avevo trascorso il primo pomeriggio nelle aule della scuola dove era in corso un’occupazione studentesca. Ad un certo punto io e i miei amici ci recammo in centro città per proseguire la serata, per la precisione nella “piazzetta della movida” dove peraltro era ubicato uno dei negozi di dischi più fornito in fatto di metal. Sapevo che vi avrei trovato l'ultimo album dei Sepultura, su cui avevo grandissime aspettative per via di una intervista letta qualche settimana prima su una rivista di settore. Si veniva da "Arise" e - potrete intuire - le aspettative erano altissime.
Per pura coincidenza quella sera ebbi modo di coronare i miei intenti con una tipa che avevo corteggiato nei giorni precedenti. In cuor mio tuttavia (lo dico oggi a più di trenta anni di distanza - ma era un concetto a me chiarissimo anche in quel preciso istante), mentre ero impegnato in innocenti effusioni amorose sugli scalini di un lurido vicolo, il mio desiderio più grande non era essere lì fra le braccia di quella ragazza, ma in camera mia ad ascoltare quel cd che stringevo avidamente nella mano e che avevo acquistato poco prima nel sopra menzionato negozio, sedotto da quella sensazione, che poi nel tempo sarebbe divenuta certezza, ossia che il metal è più forte della figa...
Erano tempi in cui si comprava un cd al mese, erano anni in cui ogni giorno nel metal poteva uscire un capolavoro epocale. Le mie aspettative non rimasero deluse: la sequela di brani che componevano l'album mi lasciò letteralmente a bocca aperta. Io, per intenderci, ero un metallaro in erba che aveva già una consolidata conoscenza dei classici del genere (quelli degli anni ottanta), ma che viveva quella fase di grande recezione nei confronti delle novità che è tipico del giovane assetato di emozioni e conoscenza. Ed ero anche uno di quelli a cui, un anno prima, "Vulgar Display of Power" era molto, ma molto piaciuto, non sospettando minimamente che di lì a poco tutto sarebbe cambiato. No, non sarei salito sul carrozzone del nu-metal (dio benedica l'avvento del black metal!) né ricordo di essere stato un fan sfegatato di groove metal e metal alternativo, ma ci sono stati 2-3 anni, fra il 92 e il 94, in cui la botta di freschezza di certi dischi la sentivi, la sentivi eccome! Mi riferisco a “Vulgar Display of Power”, l’omonimo debutto dei Rage Against the Machine e, per l’appunto, “Chaos A.D.”.
Era musica nuova, non ci sono cazzi, e non era solo una questione di gioventù, di curiosità, di entusiasmo: era che il metal effettivamente sfornava suoni inediti, talmente abusati negli anni/decenni successivi da apparire oggi quasi banali essendo nel frattempo divenuti la grammatica di base su cui innumerevoli gruppi avrebbero successivamente costruito intere carriere. Ecco perché è importante avere avuto quindici anni nel 1993 per capire veramente il fenomeno "Chaos A.D.", la sua freschezza, la sua portata innovativa.
La storia è stata ingiusta con quell'album, perché nel tempo è stato visto solo come la premessa necessaria per quel "Roots" che, partendo da quelle medesime premesse e tirandole all'estremo, sarebbe divenuto il manifesto dei "nuovi Sepultura", nonché uno degli album-simbolo del groove e dell’alternative metal. Ma "Roots", ragazzi, è per lo più attitudine; come scrittura, composizione dei singoli brani, non regge assolutamente il confronto con il suo predecessore.
Valse l'effetto "traino": a causa di "Roots", anche "Chaos A.D." sarebbe stato collocato al di là dei confini col "metallo propriamente detto", quando invece, riascoltato oggi, è chiaro come esso abbia mantenuto saldamente (almeno) un piede in quel thrash/death che con "Arise" aveva toccato il suo apice. Ma invece di proseguire in quella direzione, i brasiliani ebbero la felice intuizione di fare un passo indietro, recuperare l'immediatezza di certo proto-death/black che aveva caratterizzato le origini della band ed abbinarla a quell'altro tipo di immediatezza, quella del punk e dell'hardcore, il tutto sotto l'egida di un terzo tipo di immediatezza, ossia quella che i Pantera avevano introdotto da un paio di album a quella parte: un insieme organico e coerente che includeva anche suggestioni folk/tribali ed espressioni di noise ed industrial. Furbizia? Opportunismo? Forse, ma fu senza dubbio una scelta giustificata da una ispirazione stellare ed una cazzima che in pochi avevamo. Insomma, era il disco giusto al momento giusto, la bomba che esplode con perfetto tempismo per incendiare il mondo! Ma del resto, cosa ne volete sapere voi di "Chaos AD" se non avevate quindici anni nel 1993...
A più di trenta anni da quel fatidico sabato pomeriggio, mi presento abbastanza carico in uno stracolmo Electric Ballroom (l'evento è un clamoroso sold out) dove la densità (e la stazza) dei presenti rende difficile ogni movimento. Si è tutti parecchio in su con l'età, evidentemente molti sono coloro che avevano quindici anni nel 1993... Degli insipidi Slay Squad (autori di una per nulla esaltante commistione fra hip-hop ed alternative metal) borbottano nel sottofondo, qualcuno sotto al palco gli dà spago, ma io preferisco starmene nelle retrovie in compagnia di molti altri che preferiscono tracannare una birra dopo l'altra al bar o sostare al banchetto del merchandise, dove è possibile ammirare t-shirt in bianco e nero che ritraggono dei giovanissimi fratelli Cavalera con un look ed un face-painting che fa molto proto-black manco fossero i Sarcofago. Meglio le magliette con Godzilla, ma i prezzi proibitivi ci impongono di guardare oltre. È inoltre un vero peccato ritrovare in precarie condizioni fisiche il mitico buzzurro con la maglietta della nazionale del Brasile e con la scritta "Cavalera" sulla schiena, uno che all'inizio della serata sembrava potesse spaccare il mondo e che adesso se ne sta mezzo collassato con la gota sul tavolo, peraltro poco prima che le danze inizino. Troppo entusiasmo, evidentemente… Ma questo, del resto, spiega più di ogni altra cosa l'aria frizzantina che si respira.
Per pura coincidenza quella sera ebbi modo di coronare i miei intenti con una tipa che avevo corteggiato nei giorni precedenti. In cuor mio tuttavia (lo dico oggi a più di trenta anni di distanza - ma era un concetto a me chiarissimo anche in quel preciso istante), mentre ero impegnato in innocenti effusioni amorose sugli scalini di un lurido vicolo, il mio desiderio più grande non era essere lì fra le braccia di quella ragazza, ma in camera mia ad ascoltare quel cd che stringevo avidamente nella mano e che avevo acquistato poco prima nel sopra menzionato negozio, sedotto da quella sensazione, che poi nel tempo sarebbe divenuta certezza, ossia che il metal è più forte della figa...
Erano tempi in cui si comprava un cd al mese, erano anni in cui ogni giorno nel metal poteva uscire un capolavoro epocale. Le mie aspettative non rimasero deluse: la sequela di brani che componevano l'album mi lasciò letteralmente a bocca aperta. Io, per intenderci, ero un metallaro in erba che aveva già una consolidata conoscenza dei classici del genere (quelli degli anni ottanta), ma che viveva quella fase di grande recezione nei confronti delle novità che è tipico del giovane assetato di emozioni e conoscenza. Ed ero anche uno di quelli a cui, un anno prima, "Vulgar Display of Power" era molto, ma molto piaciuto, non sospettando minimamente che di lì a poco tutto sarebbe cambiato. No, non sarei salito sul carrozzone del nu-metal (dio benedica l'avvento del black metal!) né ricordo di essere stato un fan sfegatato di groove metal e metal alternativo, ma ci sono stati 2-3 anni, fra il 92 e il 94, in cui la botta di freschezza di certi dischi la sentivi, la sentivi eccome! Mi riferisco a “Vulgar Display of Power”, l’omonimo debutto dei Rage Against the Machine e, per l’appunto, “Chaos A.D.”.
Era musica nuova, non ci sono cazzi, e non era solo una questione di gioventù, di curiosità, di entusiasmo: era che il metal effettivamente sfornava suoni inediti, talmente abusati negli anni/decenni successivi da apparire oggi quasi banali essendo nel frattempo divenuti la grammatica di base su cui innumerevoli gruppi avrebbero successivamente costruito intere carriere. Ecco perché è importante avere avuto quindici anni nel 1993 per capire veramente il fenomeno "Chaos A.D.", la sua freschezza, la sua portata innovativa.
La storia è stata ingiusta con quell'album, perché nel tempo è stato visto solo come la premessa necessaria per quel "Roots" che, partendo da quelle medesime premesse e tirandole all'estremo, sarebbe divenuto il manifesto dei "nuovi Sepultura", nonché uno degli album-simbolo del groove e dell’alternative metal. Ma "Roots", ragazzi, è per lo più attitudine; come scrittura, composizione dei singoli brani, non regge assolutamente il confronto con il suo predecessore.
Valse l'effetto "traino": a causa di "Roots", anche "Chaos A.D." sarebbe stato collocato al di là dei confini col "metallo propriamente detto", quando invece, riascoltato oggi, è chiaro come esso abbia mantenuto saldamente (almeno) un piede in quel thrash/death che con "Arise" aveva toccato il suo apice. Ma invece di proseguire in quella direzione, i brasiliani ebbero la felice intuizione di fare un passo indietro, recuperare l'immediatezza di certo proto-death/black che aveva caratterizzato le origini della band ed abbinarla a quell'altro tipo di immediatezza, quella del punk e dell'hardcore, il tutto sotto l'egida di un terzo tipo di immediatezza, ossia quella che i Pantera avevano introdotto da un paio di album a quella parte: un insieme organico e coerente che includeva anche suggestioni folk/tribali ed espressioni di noise ed industrial. Furbizia? Opportunismo? Forse, ma fu senza dubbio una scelta giustificata da una ispirazione stellare ed una cazzima che in pochi avevamo. Insomma, era il disco giusto al momento giusto, la bomba che esplode con perfetto tempismo per incendiare il mondo! Ma del resto, cosa ne volete sapere voi di "Chaos AD" se non avevate quindici anni nel 1993...
A più di trenta anni da quel fatidico sabato pomeriggio, mi presento abbastanza carico in uno stracolmo Electric Ballroom (l'evento è un clamoroso sold out) dove la densità (e la stazza) dei presenti rende difficile ogni movimento. Si è tutti parecchio in su con l'età, evidentemente molti sono coloro che avevano quindici anni nel 1993... Degli insipidi Slay Squad (autori di una per nulla esaltante commistione fra hip-hop ed alternative metal) borbottano nel sottofondo, qualcuno sotto al palco gli dà spago, ma io preferisco starmene nelle retrovie in compagnia di molti altri che preferiscono tracannare una birra dopo l'altra al bar o sostare al banchetto del merchandise, dove è possibile ammirare t-shirt in bianco e nero che ritraggono dei giovanissimi fratelli Cavalera con un look ed un face-painting che fa molto proto-black manco fossero i Sarcofago. Meglio le magliette con Godzilla, ma i prezzi proibitivi ci impongono di guardare oltre. È inoltre un vero peccato ritrovare in precarie condizioni fisiche il mitico buzzurro con la maglietta della nazionale del Brasile e con la scritta "Cavalera" sulla schiena, uno che all'inizio della serata sembrava potesse spaccare il mondo e che adesso se ne sta mezzo collassato con la gota sul tavolo, peraltro poco prima che le danze inizino. Troppo entusiasmo, evidentemente… Ma questo, del resto, spiega più di ogni altra cosa l'aria frizzantina che si respira.
Ecco che il battito del cuore del piccolo Zyon (riferimento per veri intenditori) ci richiama in raccolta davanti al palco: esplode "Refuse/Resist" accolta da un boato e cantata a squarciagola da tutti. Nella concitazione del momento, si percepisce subito una band in palla e vogliosa di mettere a ferro e fuoco il locale. Parte inaspettatamente "Brave New World", cosa che ci fa capire che l'ordine originario dei brani dell'album non verrà rispettato alla lettera, un po' per scombinare le carte e non rendere il tutto troppo prevedibile, un po' per valorizzare certi episodi, come l'idea di non giocarsi subito la carta "Territory" (l'hit più nota dell'album) e di lasciarsela per il gran finale.
I tempi già rallentano con "Amen", strisciante nel suo incedere e con le sue esplosioni improvvise, ma per carità non fatemi fare il track by track! Diciamo più semplicemente che la band è in grado di restituire in modo decoroso le vibes dell'opera originaria. Iggor spacca ancora discretamente il culo con il suo terremotante drumming: potente, preciso e dall'inconfondibile verve tribale - roba che ha fatto la storia. Max dal canto suo fa il suo sporco lavoro, compensando con il carisma certe sue pecche tecniche. La voce c'è e questa è la cosa più importante, per il resto sapete come la penso: Max e Iggor - voce, chitarra e batteria della formazione storica dei Sepultura - sono oggi la più credibile espressione possibile della band brasiliana, più degli stessi Sepultura di Andreas Kisser, che mi auguro portino presto a termine quella farsa che è stata la carriera della band dopo l'uscita di Max. E pazienza se Max si è nel frattempo "imbarbonito" e non è più capace di eseguire decentemente i brani dei Sepultura che furono: ne rimane comunque l'anima pulsante! A completare la formazione troviamo il chitarrista Travis Stone (Pig Destroyer) e il bassista Igor Amadeus Cavalera (figlio di Max, con lui anche nei Go Ahead And Die).
I musicisti dispensano grande energia sul palco, come è giusto che sia, puntando tutto sulla forza del groove e dell'assalto frontale in una cornice scarna fatta di due piccoli schermi laterali e con al centro la macabra sagoma appesa a testa in giù a richiamare l'iconica copertina di "Chaos A.D.". Colpisce duro il trittico composto dall'urlatissima "Propaganda", dalla poderosa "Nomad", con il suo riffing roccioso e cadenzato, e l’insana "Manifest" che con le sue fughe cacofoniche alza il livello dello scontro in una fase a dir poco incendiaria dell’esibizione.
A prevalere, come prevedibile, è uno spirito punkeggiante e declamatorio, ma che non travolge del tutto le trame spigolose di brani che, pur covando in seno la "svolta", conservavano ancora uno spirito autenticamente metal, non solo per l'impronta ancora ferocemente thrash, ma anche per una scrittura più accurata e indulgente verso certe atmosfere cupe tipiche del metal estremo di fine anni ottanta. Per quanto mi riguarda l'highlight della serata si rivelerà inaspettatamente "We Who Are Not Like the Others" con il suo arpeggio distorto e quell'incedere quasi doom che tradisce l'amore dei fratelli Cavalera per certe suggestioni di Hellhammer e primi Celtic Frost.
Passaggio debole del set, invece, è stata a mio parere l'accoppiata “The Hunt” (cover dei New Model Army che già trovai poco convincente ai tempi dell'uscita dell’album) e “Kaiowas”, parentesi folk assai auto-indulgente che giunge un po’ telefonata come break per far riposare le logore corde vocali di Max. Ma son dettagli che non guastano la resa complessiva di una performance largamente soddisfacente e con un po’ di pepe nel finale.
Le sorprese, infatti, si concentrano tutte alla fine del set, probabilmente il momento più coinvolgente ed esaltante della serata, perlomeno per chi, come il sottoscritto, non si era andato a leggere la scaletta il giorno prima. Ad una muscolare riproposizione di “Clenchen Fist”, che si incaricava di concludere la scaletta originaria dell’album, segue una esagitata e velocissima esecuzione di “Biotech Godzilla” che potevamo presumere essere l’ultimo brano prima dei bis e che invece viene seguita da una lunga coda rumoristica spezzata niente di meno che dal mitico riff di “Troop of Doom”, brano della primissima ora che non mi sarei francamente aspettato.
I bis, invece, vengono prevedibilmente aperti da una “Territory” che fa letteralmente impazzire l’Electric Ballroom, fra ritmi sconquassanti e quel war for territoreeeee che fa tremare le pareti del locale. Poi, come accadde la volta all’O2 Kentish Forum, la serata prende una piega non preventivata. Prima è la volta del riff iniziale di “Black Sabbath”, gloria che si aggiunge alla gloria con l’esecuzione di “Symptom of the Universe”, cover che i Sepultura ebbero modo di incidere anche in studio, mi pare per un album tributo ai Black Sabbath. Si conclude il tutto con una rivisitazione in salsa techno rave di “Refuse/Resist” che - apprenderò successivamente – risponde al nome di “Chaos B.C.”, remix apparso come bonus track in una ristampa dell’album. Follia allo stato puro!
Che dire in conclusione. "Chaos A.D." - lo voglio gridare! - suona ancora oggi più che mai fresco ed efficace, sebbene nel frattempo il metal abbia fatto molta strada. Ma l’impatto di queste canzoni, così diverse ma coerenti, incise da una band letteralmente di stato di grazia compositiva, è immane e ai limiti della commozione. E se di fronte alla loro riproposizione siete rimasti freddini al di fuori delle classiche “Refuse/Resist” e “Territory”, allora non mi tocca che ripetervi: ma che ne volete sapere voi di “Chaos A.D.” se non avevate quindici anni nel 1993!
I tempi già rallentano con "Amen", strisciante nel suo incedere e con le sue esplosioni improvvise, ma per carità non fatemi fare il track by track! Diciamo più semplicemente che la band è in grado di restituire in modo decoroso le vibes dell'opera originaria. Iggor spacca ancora discretamente il culo con il suo terremotante drumming: potente, preciso e dall'inconfondibile verve tribale - roba che ha fatto la storia. Max dal canto suo fa il suo sporco lavoro, compensando con il carisma certe sue pecche tecniche. La voce c'è e questa è la cosa più importante, per il resto sapete come la penso: Max e Iggor - voce, chitarra e batteria della formazione storica dei Sepultura - sono oggi la più credibile espressione possibile della band brasiliana, più degli stessi Sepultura di Andreas Kisser, che mi auguro portino presto a termine quella farsa che è stata la carriera della band dopo l'uscita di Max. E pazienza se Max si è nel frattempo "imbarbonito" e non è più capace di eseguire decentemente i brani dei Sepultura che furono: ne rimane comunque l'anima pulsante! A completare la formazione troviamo il chitarrista Travis Stone (Pig Destroyer) e il bassista Igor Amadeus Cavalera (figlio di Max, con lui anche nei Go Ahead And Die).
I musicisti dispensano grande energia sul palco, come è giusto che sia, puntando tutto sulla forza del groove e dell'assalto frontale in una cornice scarna fatta di due piccoli schermi laterali e con al centro la macabra sagoma appesa a testa in giù a richiamare l'iconica copertina di "Chaos A.D.". Colpisce duro il trittico composto dall'urlatissima "Propaganda", dalla poderosa "Nomad", con il suo riffing roccioso e cadenzato, e l’insana "Manifest" che con le sue fughe cacofoniche alza il livello dello scontro in una fase a dir poco incendiaria dell’esibizione.
A prevalere, come prevedibile, è uno spirito punkeggiante e declamatorio, ma che non travolge del tutto le trame spigolose di brani che, pur covando in seno la "svolta", conservavano ancora uno spirito autenticamente metal, non solo per l'impronta ancora ferocemente thrash, ma anche per una scrittura più accurata e indulgente verso certe atmosfere cupe tipiche del metal estremo di fine anni ottanta. Per quanto mi riguarda l'highlight della serata si rivelerà inaspettatamente "We Who Are Not Like the Others" con il suo arpeggio distorto e quell'incedere quasi doom che tradisce l'amore dei fratelli Cavalera per certe suggestioni di Hellhammer e primi Celtic Frost.
Passaggio debole del set, invece, è stata a mio parere l'accoppiata “The Hunt” (cover dei New Model Army che già trovai poco convincente ai tempi dell'uscita dell’album) e “Kaiowas”, parentesi folk assai auto-indulgente che giunge un po’ telefonata come break per far riposare le logore corde vocali di Max. Ma son dettagli che non guastano la resa complessiva di una performance largamente soddisfacente e con un po’ di pepe nel finale.
Le sorprese, infatti, si concentrano tutte alla fine del set, probabilmente il momento più coinvolgente ed esaltante della serata, perlomeno per chi, come il sottoscritto, non si era andato a leggere la scaletta il giorno prima. Ad una muscolare riproposizione di “Clenchen Fist”, che si incaricava di concludere la scaletta originaria dell’album, segue una esagitata e velocissima esecuzione di “Biotech Godzilla” che potevamo presumere essere l’ultimo brano prima dei bis e che invece viene seguita da una lunga coda rumoristica spezzata niente di meno che dal mitico riff di “Troop of Doom”, brano della primissima ora che non mi sarei francamente aspettato.
I bis, invece, vengono prevedibilmente aperti da una “Territory” che fa letteralmente impazzire l’Electric Ballroom, fra ritmi sconquassanti e quel war for territoreeeee che fa tremare le pareti del locale. Poi, come accadde la volta all’O2 Kentish Forum, la serata prende una piega non preventivata. Prima è la volta del riff iniziale di “Black Sabbath”, gloria che si aggiunge alla gloria con l’esecuzione di “Symptom of the Universe”, cover che i Sepultura ebbero modo di incidere anche in studio, mi pare per un album tributo ai Black Sabbath. Si conclude il tutto con una rivisitazione in salsa techno rave di “Refuse/Resist” che - apprenderò successivamente – risponde al nome di “Chaos B.C.”, remix apparso come bonus track in una ristampa dell’album. Follia allo stato puro!
Che dire in conclusione. "Chaos A.D." - lo voglio gridare! - suona ancora oggi più che mai fresco ed efficace, sebbene nel frattempo il metal abbia fatto molta strada. Ma l’impatto di queste canzoni, così diverse ma coerenti, incise da una band letteralmente di stato di grazia compositiva, è immane e ai limiti della commozione. E se di fronte alla loro riproposizione siete rimasti freddini al di fuori delle classiche “Refuse/Resist” e “Territory”, allora non mi tocca che ripetervi: ma che ne volete sapere voi di “Chaos A.D.” se non avevate quindici anni nel 1993!
