"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

13 ago 2026

INCUBO DI UNA NOTTE DI PIENA ESTATE: TRE ALBUM STRANIANTI NELLA CANICOLA 2026



Sole, spiaggia, ombrelloni, gelato, infradito ed amache sotto una palma non sono certamente elementi tipici delle atmosfere metal. In musica, soprattutto quella meno commerciale, i mesi estivi sono da sempre considerati una finestra temporale debole, per via di una ipotetica minore attenzione da parte del pubblico, portando band ed etichette a cercare maggiore visibilità nelle grandinate di primavera o in autunno, e per ottenere più visibilità per le classifiche e per i vari riconoscimenti di fine anno, anche se in tempi recenti nell'era dello streaming e dei social media gli ascolti e l’attenzione sono distribuiti più equamente durante tutto l’anno.

A dispetto dei ritmi ballabili, dei ritornelli super-orecchiabili e delle liriche frivole dei tormentoni estivi, proporrò tre opere rilasciate nel cuore di luglio caratterizzate da un sound alienante e straniante, oltre che cupo e complesso, in tre diverse ramificazioni del metal estremo: black metal moderno, blackened death e drone doom. Questi tre album, assieme ad altri lavori di grande tecnica esecutiva e creatività compositiva come “Within” dei Protest the Hero e “The Pulse of Annihilation” degli Psycroptic, compongono un’eccellente rosa dei migliori album rilasciati nel mese di luglio, dimostrando comunque che anche il periodo estivo è sempre terreno prosperoso per grandi uscite metal, anche per quelle che cambiano il clima e l’atmosfera in un mood più gelido e oscuro...



MOURIR - “NOUS, LE VENIN” (10/07/2026, via Pelagic Records)

I Mourir vengono dalla scena black metal francese rinomata di questi tempi per l'approccio avanguardista e dissonante. Il quartetto di Tolosa, partito nel primo lavoro con un connubio di sublime tessitura tra black metal tradizionale dalle radici norvegesi con dissonanza moderna ed elementi doom e sludge, lo ritroviamo in questo presente "Nous, Le Venin" aprire ulteriormente la loro formula a sonorità noise, post-metal, attraverso imponenti strutture atmosferiche e stratificate, creando un sound traboccante di angoscia, malvagiamente cinematografico e soprattutto dall'incedere straniante e alienante, rappresentando al meglio le loro liriche di isolamento sociale e angoscia esistenziale.

Tra rapidi blast beat e tremolo picking laceranti, contorti e dissonanti, conturbanti passaggi post-metal mid-tempo che accrescono gradualmente la tensione emotiva, sfociando talvolta in break sludge dal piglio melodico, prendono costantemente forma trame dinamiche che bilanciano riflessi di speranza e disperazione, ben interpretati dalla versatilità del vocalist Olivier Lolmède (ex Plebeian Grandstand, se vi dice qualcosa) da growl gutturali a scream acuti passando per urla strazianti, condensando tutte le sfumature di tormento e angoscia mestamente dipinte dalla controparte strumentale.

Un'opera ipnotica, una contemplazione da incubo che sostanzia un album più completo e maturo del suo predecessore attestando la crescita di questa giovane e folle band occitana.



PYLAR - “DELYRIO” (10/07/2026 via Cavsas)

Di seguito, un’opera che farà certamente impazzire il cultore delle sonorità psichedeliche più malate e, più in generale, tutti coloro che amano viaggiare con la mente e con lo spirito in dimensioni oscure e travisando ogni percezione sensoriale positiva. "DELYRIO" è il nono full-lenght degli iberici PYLAR, consistenti in un ensemble di quattro membri a spartirsi l'esecuzione cerimoniale e letteralmente delirante di chitarre, sintetizzatori, batteria, violino, mandolino, corni, percussioni e vocals salmodianti. Il risultato è una spirale annodata dove sia la strumentazione metal sia quella atipica sono ad uso perennemente esoterico e psicotropo, rievocando sensazioni incorporee e trascendentali.

Dai tempi di "Solar Drone Ceremony" dei fantasmagorici Neptunian Maximalism, il lato più recondito della mia ghiandola pineale non veniva sollecitata da uno psychedelic/drone doom talmente avvolgente e ipnotico. E a parte la già citata orchestra belga, siamo nella dimensione cerimoniale di band come Om, Orthodox, Dark Buddha Raising, Oranssi Pazuzu, ma i nostri spiccano per costrutti e soluzioni dalla caratteristica filosofia allucinatoria e allo stesso tempo enigmatica.

Nel corso dell'opera, prendono forma terribili visioni raffigurate da chitarre distorte e deformate, percussioni dai movimenti ritmici perennemente tribali e lisergici, una variegata evocazione vocale da growl ctonici a cori dal tono arcano e occulto passando per urla acute di puro delirio come da manifesto di intenti. Questa materia sonora, racchiusa in un atmosfera ultraterrena e pervasa da un'eco cavernosa, procede in movimenti coinvolgenti, dove spesso la ritmica diventa protagonista armonica del canovaccio e le chitarre e la voce trasmutano in feedback stridenti e dilatatori degli aloni magnetici di queste atmosfere neo-psichedeliche e orrorifiche.

Molto funzionale anche l'organizzazione interna della trama dell'opera, con la prima parte che si incentra su movimenti più distorti e di assalto sonoro, con toni inquietanti e abrasivi, mentre la seconda mette in scena le esposizioni più rituali, contemplative, paradossalmente irregolari per poi trasmutarsi verso assalti sonori densi a tratti math metal e noise rock. Tutto è estremamente coerente, con effetti dinamici ricorrenti di brano in brano, di sezione in sezione, ma ciascuno mette in mostra un movimento tonale differente.

Il risultato finale è un sound design organico e lisergico, un'estensione sonora del flusso di coscienza dalle tonalità surreali, sgretolando il tempo e l'armonia in un'allucinazione in perpetuo cambiamento, e dissolvendo i confini di genere nell'architettura fluida che plasma un'immersione abissale e spirituale. So che si tratta di un sound che non piacerà molti, ma se ci siete dentro non potrete che goderne dei più elevati benefici auricolari.


EMPTINESS - “NOWHERE SPEAKS” (17/07/2026, via Season of Mist)

In questi mesi, grazie all'uscita del loro quinto e splendido album, molti stanno riscoprendo i grandiosi Ultha e dal punto di vista delle sonorità gli Emptiness non gli sono affatto lontani, anche se più vicini a band come Oranssi Pazuzu e Blut Aus Nord ma con un tocco personale, e fieri comunque già di vantare una discografia di prim'ordine.

Partendo ai loro albori da un blackened death spietato (“Oblivion” del 2007 ed “Error” del 2012) la loro verve avanguardista li ha portati ad approdare su territori ambient e sperimentali che diedero modo di fare germogliare la loro opera maestra “Nothing But the Whole” del 2014, sublime monumento di blackened death, dark ambient, dissonant e groove metal, in un’atmosfera claustrofobica per antonomasia. Dopo “Not for Music” del 2017 che rinvigoriva la componente ambient e la deviazione del tanto divisivo “Vide” del 2021 che si sostanziò come un lavoro dalla predominante anima darkwave, con il presente e superlativo “Nowhere Speaks” i nostri fiamminghi riprendono la materia oscura di “Nothing But the Whole” riprendendo il riff interrotto a metà dal brano conclusivo di quest’ultimo e proseguendolo nella prima traccia “Nothing but the Whole part 2”.

Gli Emptiness riprendono così le fila del metal claustrofobico, evocando maestose atmosfere oscure e inquietanti, dove velocità e immediatezza non prendono mai il sopravvento, all'opposto tutto in esso si insinua inesorabilmente tra gli strati, e sotto la nostra pelle. Ogni elemento è parte di una trama ipnotica o di un architettura più elevata e da scoprire con gli ascolti: dinamiche impattanti tra strati di pesantezza e aperture armoniche ariose, tra lapilli di black metal malsano ma ammaliante e approcci post-rock, tremolo picking da gradienti roventi a gelidi. Melodie oscure, ritmiche deliranti, malinconie dissodeath, venature noise ed elettro-industrial, mood statici e deformati, growl distorti danno forma a un tono da incubo per tutta la durata dell’opera, dove ogni elemento è atto ad aumentare la tensione in questa esplorazione delle tenebre sonore.

“Nowhere Speaks” rappresenta il loro gradito ritorno a sonorità più pesanti, con un atmosfera unicamente claustrofobica e con brani che vi si marchieranno nell'anima come “When the Whole Arrives” e “All for Nothing”, ma l’album funziona meglio nella sua interezza e sono sicuro che a molti di voi risulterà di estremo gradimento, eccome.

Questi i tre freschi portali sonori per altrettante dimensioni al di fuori della canicola 2026: non lesinate sugli ascolti, sono viaggi nella trascendenza!


Rock with the Doc