Lo spettacolo è il sole che
non tramonta mai sull'impero della passività moderna. Ricopre l'intera
superficie del globo, crogiolandosi all'infinito nella propria gloria.
Ci eravamo lasciati tre anni fa, con i The Ocean, che chiosavano lo splendido (e, ci pare, poco compreso) “Holocene” con la frase in esergo, una sorta di tagline che introduceva l’ultima traccia, “Subatlantic”. La stessa song si concludeva con le profetiche e apocalittiche parole “Cities of sand / Under glass / This is our new civilization / And the sun always shines / Bright”.
Il viaggio lungo le ere geologiche, cominciato con la cambrian explosion del Paleozoico (“Phanerozoic I: Palaeozoic”), era, a quel punto, giunto al termine, posto che l’Olocene è proprio l’epoca geologica attuale, quella in cui stiamo vivendo. Ed era giunta al termine, ci piace pensare, anche l’evoluzione musicale del collettivo tedesco guidato da Robin Staps che, partito un quarto di secolo fa da territori post-hardcore/metal, era arrivato, con “Holocene” appunto, ad indefinibili lidi post, più rock che metal (?), in cui l’elemento ambient/atmosferico, veicolato dall’uso sapiente dell’elettronica, la faceva da padrone.
Proseguire su quella direttrice,
probabilmente, avrebbe significato non solo uscire dal metal tout-court ma
anche pascolare su terreni nei quali l’uso del monicker The Ocean,
forse, sarebbe stato persino fuori luogo.
E allora? Allora, nello spirito
di quel collettivo che, sebbene sparito dal monicker della band,
continua a essere la guida filosofica del progetto, Staps decide per un cambio
radicale: via ben quattro membri su cinque (si “salva” solo il bassista svedese
Mattias Hägerstrand)
e dentro cinque nuovi musicisti, di cinque nazionalità distinte (Australia,
Cina, Bolivia, Spagna e Italia) e provenienti da quattro continenti diversi. Insomma, un collettivo che oggi più
che mai ha un respiro internazionale e capace, anche per questa coraggiosa
scelta del suo leader, di esprimere in “Solaris” mille sfumature che vanno a
creare molteplici strati sonori. Da questo punto di vista come non parlare dei due
nuovi front(wo)man del collettivo: il marchigiano (ma da un decennio
di stanza a Berlino) Enrico Tiberi, ottimo sia nelle parti in fry
scream che in clean (oltre a dare un importante contributo sia in
fase di scrittura che strumentale, grazie alle sue partiture di tastiere) e
che, ci azzardiamo a scrivere, costituisce un upgrade rispetto al pur
ottimo Loïc Rossetti; e la
poliedrica Lane Mingyu Shi, giovane artista cinese ma da anni attiva sia
in Europa che sulla East Coast statunitense. La ragazza (anche sound
designer e artista di installazioni) è una cantante magnetica, capace di
spaziare su diversi registri, spesso imprevedibili. In tal senso, le parti
vocali di “Solaris” si configurano come vere e proprie stratificazioni del
sound, strumenti tra gli strumenti, che si alternano, si sfiorano, flirtano
e copulano e così facendo riescono a spostare ancora più avanti i confini
compositivi dei Nostri.
Ma scendiamo più a fondo
nell’analisi: sebbene l’album si ispiri direttamente al film “Solaris” (1972) di
Andrej Tarkovskij, regista già exploitato da Staps per il
capolavoro “Pelagial”, come sempre nei The Ocean lo spunto culturale è solo il
pretesto per addentrarsi in profonde riflessioni sull’Uomo, sul senso della sua
esistenza e del suo ruolo nel mondo. A questo giro, con un’attenzione
particolare sul tema, attualissimo, della comunicazione, degli strumenti usati
per veicolarla, della pericolosità derivante dalla sua storpiatura attraverso
l’IA (e non solo) e, in ultimo, del linguaggio che definisce la realtà che
ci circonda.
Per farlo, i The Ocean usano, ancora, il medium del viaggio: dalla Zeughofstraße di Berlino, sede della casa-madre, la Pelagic Records, e punto di partenza, al Golfo Almirante Montt, canale della Patagonia Cilena, provincia di Última Esperanza. Corrispondono, infatti, a questi due luoghi le coordinate spaziali di inizio e fine che danno il titolo alla prima e ultima traccia del disco. In mezzo, cinque canzoni che (mi assumo la totale responsabilità di questa affermazione) ridefiniscono il metal progressivo di questa Terza Decade del Terzo Millennio. Ai The Ocean non serve inventare nulla, a livello stilistico, ma lavorano sui “mattoni” già ben strutturati (e anche “levigati”, ben definiti) dell’enorme tradizione che spazia, certo, dagli insegnamenti dei padrini (Neurosis e Isis), passa per i Mastodon, supera i fratellastri Baroness e Cult of Luna e, sotto la benedizione di un approccio tooliano, si colloca davanti a tutto ciò che oggi definiamo come post-metal. E a colpire, sin dai primi ascolti, è la sincreticità di tutta l'architettura sonora che, nella sua fluida densità, non presenta rotture delle sue componenti.
Impossibile descrivere la
grandiosità di ogni singolo brano che trova nei 17’ di “Simulacra”
e nei quasi 12’ di “Última
Esperanza” la sua
sublimazione. L’accorto utilizzo del vibrafono e del trombone regala ulteriori
sfumature al sound, che, stiano tranquilli i fan della prima ora, non manca di
riff ferali e all’arma bianca (si veda, a titolo esemplificativo, la potente
“Belligerance”). Pregevoli, poi, le incursioni dei sintetizzatori, ad opera dei
guests Orestis Zafiriou e del guru Thorsten Quaeschning dei Tangerine
Dream il cui know how elettronico si esplica in tutta la sua
magniloquenza nei 10’ finali di “Milk of My Dreams” e “51°28′30″S,
73°6′11″W”, sorta di trip psico-cosmico che conclude il viaggio dallo
spazio iperboreo alla ritrovata Terra (entrambe le tracce ripetono a più
riprese la strofa: “Here I am floating in the milk of my dreams /
Here I am floating far above the world / The cosmos is an ocean: / If you
let yourself sink, you'll sink to the ground”).
Ci piace concludere questo
scritto con le parole del nostro Rock with the Doc che, con acume lessicale e
profondità analitica, presenta così “Solaris”: “il 10° album dei The Ocean
di Robin Staps in gloriosi 22 anni di carriera, realizza la mutazione del loro
sound nel riarrangiamento dei loro tratti genetici progressive, post-metal,
sludge, post-hardcore, rock ed elettronici, in un nuovo fenotipo sonoro che
gli consente di cambiare pelle senza cambiare DNA. Quello che sembrava
incompleto o grezzo nell’impasto del precedente lavoro, qui giunge finalmente
al suo pieno sviluppo e integrazione con la loro matrice compositiva ed
esecutiva, trainati dalla visione sperimentale di Staps”.
Amen.
Voto: 10
Canzone top: “Simulacra”
Momenti top: la dolce
introduzione di vibrafono di “52°30'11"N, 13°26'12"E “; la linea
melodica delle strofe in clean di Tiberi in “Departure Song”; l’apertura del
chorus di “Simulacra”; il vocalizzo di Lane Shi nella sezione centrale di
“Light Pollution”; l’intreccio vocale nella coda di “Última Esperanza”. E molti altri…
Canzone flop: nessuna
Etichetta: Pelagic rec
Dati: 8 tracce, 69’
A cura di Morningrise
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