Nel weekend del 25, 26, e 27 settembre Pisa è stata capitale della musica. Che, detto così, sembra esagerato, ed in effetti lo è, ma mi piaceva iniziare così l'articolo.
Piccola città universitaria, Pisa non è comprensibilmente la mecca dell'intrattenimento musicale. Come spesso capita nelle minori realtà di provincia, a prevalere sono i generi classici, spesso per mezzo delle tanto vituperate tribute-band (detto per inciso: alla più-grandiosa-ed-attrezzata-scenicamente-tribute band, io preferisco - tutta la vita - il più piccolo cantautore stonato e privo di talento, purché portatore di una proposta originale). Questo se va male. Quando va bene, invece, ad animare le serate pisane sporadicamente si materializzano sul palco certe decadute cariatidi del rock o progetti secondari di decadute cariatidi del rock.
È stata dunque una bella boccata d'aria poter assistere in quel di Pisa alla resurrezione del Tagofest, storica rassegna di musica indipendente italiana: un progetto da supportare incondizionatamente, per questo ne parliamo sul nostro blog, al metal consacrato (ma attenzione, ci sono di mezzo anche gli Hate&Merda, che un po' piacciono anche a noi metallari...).
Nato nel 2005 in seno al Tagomago di Marina di Massa (iconico locale underground che ahimè non esiste più, ma che in passato ha offerto musica dal vivo di qualità, per lo più di nicchia e a prezzi decisamente modici), il festival vide la sua fine nel 2014, per poi ri-palesarsi lo scorso anno a Mantova e ripartire ufficialmente quest'anno al Caracol di Pisa.
Proprio perché viviamo in un mondo in cui il business della musica dal vivo si è deteriorato a livelli insopportabili per qualsiasi genuino appassionato di musica è bello ricordare gli assunti di base del Tagofest, ossia un festival che incarna una dimensione priva di gerarchie, concepita come uno spazio di condivisione in cui band, organizzatori, etichette discografiche e pubblico si fondono senza barriere. Non sarà raro dunque vedere musicisti mescolarsi al pubblico o sostare dietro ai banchetti a scambiare quattro chiacchiere con gli interessati di turno.
La location agevola questa compenetrazione offrendo ben tre ambienti di interazione: uno spazio all'esterno ove è stato allestito "il palco ambient" e che, fra sedie, tavoli e banchetti di merchandising emana sentori di convivialità e centro sociale. Poi, accedendo all'interno, ci si imbatte in una sorta di anticamera mangereccia con tavoli e biliardino per chi volesse consumare qualcosa di solido o svagarsi. Infine, lasciatesi alle spalle i cessi e il bar, troveremo finalmente una più che dignitosa sala concerti, il classico rettangolo col palco in fondo, quello che per l'occasione verrà battezzato "il palco rock".
In verità, più che una netta distinzione fra ambient e rock intesi come generi, la spartizione dei gruppi ed artisti sui due palchi viene operata secondo la dicotomia loud/low, dunque in base allo rumorosità della performance (ossia, dentro le band - mediamente dal suono più fragoroso - fuori i guasconi, in genere dediti a situazioni più sperimentali o semplicemente meno "ingombranti" dal punto di visto sonoro - e i vicini ringraziano!).
Dell'acustica non ci lamenteremo, quanto all'estetica, in mancanza di grandi risorse, si fa apprezzare il pergolato sul palco esterno, nonché la scelta intelligente di aver puntato su un decente minimalismo per quanto riguarda il palco all'interno: ci va dunque più che bene la sola barra di luce (al neon?) sullo sfondo a sostituire i classici faretti di luce gialla, rossa e blu che lampeggiano seguendo cassa e tom, con l'inevitabile effetto sagra di paese.
Ricordiamo inoltre - cosa non secondaria - i prezzi popolari (13 euro per la serata singola, ancora più conveniente l'abbonamento a due e tre giorni) che, rapportati alla qualità dei contenuti e alla vivibilità dell'evento, ci fa ancora sperare in un futuro per la fruizione adeguata della dimensione concertistica come esperienza, soprattutto se si pensa alla mercificazione estrema della musica dal vivo oggigiorno soprattutto in occasione degli "eventoni" (si pensi alle gestione dei concerti degli Oasis a Roma).
Passiamo alla musica. Non nego la mia ignoranza: non conoscevo il 98% della quarantina di gruppi ed artisti invitati alla kermesse, ma anche solo spulciando su internet i nomi coinvolti mi sono presto reso conto che ci saremmo ritrovati al cospetto di una ricca e curiosa programmazione di generi più disparati e stravaganti, tutti accomunati dall'indole sperimentale, dalla libera espressione artistica nonché dalla estraneità ad ogni vincolo commerciale. Dunque elettronica e suoni distorti, ambient e noise, cantautorato, post-rock, sludge, industrial e chi più ne ha più ne metta!
Mi piaceva inoltre l'idea di potermi immergere, esibizione dopo esibizione, birra dopo birra, in un continuum di variegate suggestioni musicali. Mi sarei fatto volentieri il pacchetto intero, ossia tutti e tre i giorni, ma - fra le altre cose - sarei anche padre di famiglia, per questo mi sono dovuto contenere ed accontentare della serata del sabato: uno scorcio più che sufficiente per poter apprezzare questa appassionata e fiera celebrazione dell'underground!
Piccolo spoiler: sarà veramente una bella serata, ben concepita e realizzata, e pure di successo, perché col trascorrere del tempo le persone sono affluite ed alla fine il posto (contro ogni mia miope visione) si è riempito. Di bella gente peraltro (e non del pubblico generalista, quello dei "normaloni" che accorrono di solito alle serate con le cover band!). Quindi un bel plauso congiunto agli organizzatori dell'evento, al locale che lo ha ospitato ed alla bella comunità di appassionati che lo ha popolato.
Al mio ingresso, poco dopo le sette e ad evento avviato da ore, è in corso sul "palco rock" l'esibizione dei Fuco, infuocato quartetto dedito ad un post-rock strumentale a cui piace flirtare con l'elettronica. Con membri navigati e già attivi in altri progetti (Isobel, BelliCosi, 3eem e Stonegod), la formazione piemontese offre una solida ed estrosa esibizione nonostante i presenti in sala non siano ancora numerosi.
Nel frattempo si prepara sul "palco ambient" il buon Oliver Manchion, fondatore degli Ulan Bator e già titolare di illustri collaborazioni in area kraut-rock, fra cui quella con i leggendari Faust. L'artista francese (ma da molti anni trapiantato in italia) si presenta stasera con il curioso monicker Permanent Fatal Error. Seduto su un panchetto, dalla presenza dimessa da geometra del catasto ed armato di chitarra acustica, il Nostro si esprime con un buon italiano ed offre una bella mezz'oretta di improvvisazioni a base di fraseggi free-folk, soundscape e suoni in loop dall'ovvio retrogusto kraut (sembra di sentire i tardi Popol Vuh nonché certe suggestioni che potremmo trovare in una colonna sonora di un documentario a firma Herzog).
Ma la prima vera bella sorpresa, a mio parere, viene dal "palco rock" con i pavesi Tristan Da Cunha, trio fautore di un post-rock essenziale e dalle ambizioni ascetiche. Chitarra, batteria e viola imbastiscono scenari ai limiti dell'ambient, in perfetta sospensione fra primi Sigur Ros ed incubo lynchano. La viola di Niccolò Vara si ritaglia il ruolo di protagonista ed è strano pensare che egli sia solo recentemente subentrato in formazione, affiancando il fratello Francesco Vara, alla chitarra, e Luca Scotti, dietro le pelli, i quali, come duo, avevano formano la band nel 2016 (festeggeranno proprio stasera il loro decennale!). Gli effetti trasfiguranti, le trame ipnotiche del primo, il tocco pacato ed essenziale del secondo danno corpo ad un post-rock isolazionista che sconfina volentieri nella drone-music e nella neoclassical. Un'esibizione davvero intensa che ci impone un approfondimento del repertorio della band partendo proprio dall'ultimo album, rilasciato quest'anno, "Maris Stella", concept spirituale e marinaresco sulla Vergine Maria protettrice della gente di mare.
Se avete scorso fra la gente un personaggio bislacco dalla lunga barba bianca, i brillantini sulle palpebre e completamente vestito di rosa, allora vi siete imbattuti in Fabrizio Modenese Palumbo, figura storica della musica sperimentale ed industrial italiana, attivo da oltre venticinque anni in svariati progetti quali Larsen, Blind Cave Salamander, (r), Coypu e Almagest!, oltre a una fitta rete di collaborazioni internazionali. Io stesso ebbi modo di vederlo all'opera molti anni fa a Torino quando un suo progetto (credo proprio i Blind Cave Salamander) fece da spalla ai maestri Nurse With Wound. Cosa aspettarsi da lui in veste solista? Il preludio è un angosciante nenia industriale scandita dal battito di un campanaccio, il resto sarà uno show folle e surreale dove il Nostro si cimenterà in uno strampalato cantautorato condito da sperimentazioni elettroacustiche a base di violino, chitarra elettrica, flauto, collage rumoristi, loop industriali ed una voce salmodiante. Divertente il finale danzereccio dove una arrembante base electro-industrial dallo squisito flavour ottantiano smuove il culo degli astanti mentre il Nostro, sculettando a sua volta allegramente, ripone la sua strumentazione in una trolley fucsia. Old school rules!
È dunque tempo per i Kossiga, trio torinese che include membri di Anatrofobia e che stasera si cimenterà in un irrequieto impro-free-jazz tracimante spesso e volentieri in territori noise e punk. Batteria, sax baritono e contrabbasso ergono un imponente wall of sound a cui farà da perfetto contraltare l'esibizione successiva.
Si torna dunque in esterna dove si aggira un ometto pelato e dalla lunga barba, t-shirt trasandata e sandali, che dà l'impressione di essere un ubriaco capitato per gioco sulle assi. Si tratta in realtà di Tiziano Sgarbi, figura storica del cantautorato indie italiano noto anche come Bob Corn. Con il progetto Me Boys il musicista emiliano si cimenta nella tradizione folcloristica irlandese, riproponendo con la sola voce ed una suggestiva gestualità ballate di mare, cacciatori di balene, burrasche e morti ammazzati (ad onor di cronaca, saranno presenti anche un classico della tradizione inglese e la cover di "La (S)ballata delle Amazzoni" di Alberto Camerini). Il folk, in realtà, diviene un racconto dove memoria popolare e tematiche attuali (si pensi al tema delle morti sul lavoro) trovano una forte connessione nell'approccio ironico e scanzonato dell'interprete. Se fra un brano e l'altro si avranno dei siparietti assai divertenti, durante l'esecuzione dei pezzi, invece, il Nostro (dotato peraltro di un'ottima pronuncia - tanto che per un momento ho sospettato che fosse irlandese per davvero) ha saputo esercitare uno strano magnetismo su tutti noi, evocandomi certi maestri del folk apocalittico come David Tibet o Ian Read. Strano a dirsi, uno dei momenti più intensi ed interessanti della kermesse.
Avevo letto belle parole sul conto dei La Fossa delle Marianne, progetto che debutta discograficamente proprio quest'anno con l'omonimo album e che vede J.D. Raudo (già conosciuto in formazioni come Laghetto - sempre sia benedetto Tuono Pettinato! - e Marnero) in compagnia di musicisti dell’underground bolognese in una fusione al vetriolo fra post-hardcore, screamo e cantautorato impegnato, con testi rabbiosi dalla forte carica anti-sistemica. Nonostante la bontà della proposta, iniziamo ad essere un po' stanchi (ero del resto a giro dalle dieci del mattino per i fatti miei) e dunque torniamo all'aperto per riposare le orecchie. I corpi sudati (complice anche il caldo anomalo di uno strano fine settembre) e le facce soddisfatte di chi esce dalla sala concerti certificano l'efficacia della formazione sul palco - cosa che avevamo perfettamente intuito grazie ai riff appuntiti ed agli spigolosi cambi di tempo che, rimbombanti, avevano attraversato le pareti fino al giardino...
Quanto a noi, procediamo in senso contrario alla fiumana di gente per accaparrarci i posti migliori per l'esibizione degli Hate&Merda. Se fino a quel momento tutta la struttura organizzativa aveva funzionato alla perfezione con una puntualità che non mi sarei aspettato, il duo fiorentino si prodiga in un lungo sound-check che ritarderà un poco l'inizio delle danze rispetto alla tabella di marcia. Ma non solo: non che fosse chissà quale segreto, ma vedere i due musicisti "smascherati" durante le prove toglie un po' di poesia alla messa in scena. In ogni caso, quando finalmente tutto è pronto e i due calano i rispettivi passamontagna sulle teste, un'onda di lurido catrame, nichilismo e fastidio si riversa su di noi. I Nostri non deludono le aspettative, il loro sludge selvaggio e destrutturato funziona bene dal vivo, costruito sull'alchimia di batteria e chitarra. Si potrebbe parlare di una jam strumentale di riff sabbathiani ed urticanti virate noise che si alternano su ritmi nervosi, se non fosse per il declamato del frontman che di tanto in tanto, ed in modo del tutto estemporaneo ed anarchico, sembra riportare il sound del duo in territori più propriamente post-punk e hardcore. Piace il discorso sul senso dell'universo underground e la necessita di supportarlo attivamente in tutta la sua filiera (dai dischi ai concerti, dalle magliette al merchandising, dai locali alle fanzine ecc.), e non solo a parole.
Per noi è purtroppo tempo di rincasare (è già l'una passata!), ma la festa non è finita perché alla consolle di fronte al palco è già pronta Na_You in procinto di lanciarsi in un selvaggio dj set che presumibilmente proseguirà fino a notte fonda.
Si torna a casa soddisfatti perché l'offerta, nonostante le dimensioni ridotte dell'evento, è stata di innegabile qualità, l'organizzazione impeccabile e l'atmosfera davvero magica. Alla faccia degli eventoooni, degli stadi gremiti, delle file infinite, dei token e dei biglietti che viaggiano a terza cifra!
Piccola città universitaria, Pisa non è comprensibilmente la mecca dell'intrattenimento musicale. Come spesso capita nelle minori realtà di provincia, a prevalere sono i generi classici, spesso per mezzo delle tanto vituperate tribute-band (detto per inciso: alla più-grandiosa-ed-attrezzata-scenicamente-tribute band, io preferisco - tutta la vita - il più piccolo cantautore stonato e privo di talento, purché portatore di una proposta originale). Questo se va male. Quando va bene, invece, ad animare le serate pisane sporadicamente si materializzano sul palco certe decadute cariatidi del rock o progetti secondari di decadute cariatidi del rock.
È stata dunque una bella boccata d'aria poter assistere in quel di Pisa alla resurrezione del Tagofest, storica rassegna di musica indipendente italiana: un progetto da supportare incondizionatamente, per questo ne parliamo sul nostro blog, al metal consacrato (ma attenzione, ci sono di mezzo anche gli Hate&Merda, che un po' piacciono anche a noi metallari...).
Nato nel 2005 in seno al Tagomago di Marina di Massa (iconico locale underground che ahimè non esiste più, ma che in passato ha offerto musica dal vivo di qualità, per lo più di nicchia e a prezzi decisamente modici), il festival vide la sua fine nel 2014, per poi ri-palesarsi lo scorso anno a Mantova e ripartire ufficialmente quest'anno al Caracol di Pisa.
Proprio perché viviamo in un mondo in cui il business della musica dal vivo si è deteriorato a livelli insopportabili per qualsiasi genuino appassionato di musica è bello ricordare gli assunti di base del Tagofest, ossia un festival che incarna una dimensione priva di gerarchie, concepita come uno spazio di condivisione in cui band, organizzatori, etichette discografiche e pubblico si fondono senza barriere. Non sarà raro dunque vedere musicisti mescolarsi al pubblico o sostare dietro ai banchetti a scambiare quattro chiacchiere con gli interessati di turno.
La location agevola questa compenetrazione offrendo ben tre ambienti di interazione: uno spazio all'esterno ove è stato allestito "il palco ambient" e che, fra sedie, tavoli e banchetti di merchandising emana sentori di convivialità e centro sociale. Poi, accedendo all'interno, ci si imbatte in una sorta di anticamera mangereccia con tavoli e biliardino per chi volesse consumare qualcosa di solido o svagarsi. Infine, lasciatesi alle spalle i cessi e il bar, troveremo finalmente una più che dignitosa sala concerti, il classico rettangolo col palco in fondo, quello che per l'occasione verrà battezzato "il palco rock".
In verità, più che una netta distinzione fra ambient e rock intesi come generi, la spartizione dei gruppi ed artisti sui due palchi viene operata secondo la dicotomia loud/low, dunque in base allo rumorosità della performance (ossia, dentro le band - mediamente dal suono più fragoroso - fuori i guasconi, in genere dediti a situazioni più sperimentali o semplicemente meno "ingombranti" dal punto di visto sonoro - e i vicini ringraziano!).
Dell'acustica non ci lamenteremo, quanto all'estetica, in mancanza di grandi risorse, si fa apprezzare il pergolato sul palco esterno, nonché la scelta intelligente di aver puntato su un decente minimalismo per quanto riguarda il palco all'interno: ci va dunque più che bene la sola barra di luce (al neon?) sullo sfondo a sostituire i classici faretti di luce gialla, rossa e blu che lampeggiano seguendo cassa e tom, con l'inevitabile effetto sagra di paese.
Ricordiamo inoltre - cosa non secondaria - i prezzi popolari (13 euro per la serata singola, ancora più conveniente l'abbonamento a due e tre giorni) che, rapportati alla qualità dei contenuti e alla vivibilità dell'evento, ci fa ancora sperare in un futuro per la fruizione adeguata della dimensione concertistica come esperienza, soprattutto se si pensa alla mercificazione estrema della musica dal vivo oggigiorno soprattutto in occasione degli "eventoni" (si pensi alle gestione dei concerti degli Oasis a Roma).
Passiamo alla musica. Non nego la mia ignoranza: non conoscevo il 98% della quarantina di gruppi ed artisti invitati alla kermesse, ma anche solo spulciando su internet i nomi coinvolti mi sono presto reso conto che ci saremmo ritrovati al cospetto di una ricca e curiosa programmazione di generi più disparati e stravaganti, tutti accomunati dall'indole sperimentale, dalla libera espressione artistica nonché dalla estraneità ad ogni vincolo commerciale. Dunque elettronica e suoni distorti, ambient e noise, cantautorato, post-rock, sludge, industrial e chi più ne ha più ne metta!
Mi piaceva inoltre l'idea di potermi immergere, esibizione dopo esibizione, birra dopo birra, in un continuum di variegate suggestioni musicali. Mi sarei fatto volentieri il pacchetto intero, ossia tutti e tre i giorni, ma - fra le altre cose - sarei anche padre di famiglia, per questo mi sono dovuto contenere ed accontentare della serata del sabato: uno scorcio più che sufficiente per poter apprezzare questa appassionata e fiera celebrazione dell'underground!
Piccolo spoiler: sarà veramente una bella serata, ben concepita e realizzata, e pure di successo, perché col trascorrere del tempo le persone sono affluite ed alla fine il posto (contro ogni mia miope visione) si è riempito. Di bella gente peraltro (e non del pubblico generalista, quello dei "normaloni" che accorrono di solito alle serate con le cover band!). Quindi un bel plauso congiunto agli organizzatori dell'evento, al locale che lo ha ospitato ed alla bella comunità di appassionati che lo ha popolato.
Al mio ingresso, poco dopo le sette e ad evento avviato da ore, è in corso sul "palco rock" l'esibizione dei Fuco, infuocato quartetto dedito ad un post-rock strumentale a cui piace flirtare con l'elettronica. Con membri navigati e già attivi in altri progetti (Isobel, BelliCosi, 3eem e Stonegod), la formazione piemontese offre una solida ed estrosa esibizione nonostante i presenti in sala non siano ancora numerosi.
Nel frattempo si prepara sul "palco ambient" il buon Oliver Manchion, fondatore degli Ulan Bator e già titolare di illustri collaborazioni in area kraut-rock, fra cui quella con i leggendari Faust. L'artista francese (ma da molti anni trapiantato in italia) si presenta stasera con il curioso monicker Permanent Fatal Error. Seduto su un panchetto, dalla presenza dimessa da geometra del catasto ed armato di chitarra acustica, il Nostro si esprime con un buon italiano ed offre una bella mezz'oretta di improvvisazioni a base di fraseggi free-folk, soundscape e suoni in loop dall'ovvio retrogusto kraut (sembra di sentire i tardi Popol Vuh nonché certe suggestioni che potremmo trovare in una colonna sonora di un documentario a firma Herzog).
Ma la prima vera bella sorpresa, a mio parere, viene dal "palco rock" con i pavesi Tristan Da Cunha, trio fautore di un post-rock essenziale e dalle ambizioni ascetiche. Chitarra, batteria e viola imbastiscono scenari ai limiti dell'ambient, in perfetta sospensione fra primi Sigur Ros ed incubo lynchano. La viola di Niccolò Vara si ritaglia il ruolo di protagonista ed è strano pensare che egli sia solo recentemente subentrato in formazione, affiancando il fratello Francesco Vara, alla chitarra, e Luca Scotti, dietro le pelli, i quali, come duo, avevano formano la band nel 2016 (festeggeranno proprio stasera il loro decennale!). Gli effetti trasfiguranti, le trame ipnotiche del primo, il tocco pacato ed essenziale del secondo danno corpo ad un post-rock isolazionista che sconfina volentieri nella drone-music e nella neoclassical. Un'esibizione davvero intensa che ci impone un approfondimento del repertorio della band partendo proprio dall'ultimo album, rilasciato quest'anno, "Maris Stella", concept spirituale e marinaresco sulla Vergine Maria protettrice della gente di mare.
Se avete scorso fra la gente un personaggio bislacco dalla lunga barba bianca, i brillantini sulle palpebre e completamente vestito di rosa, allora vi siete imbattuti in Fabrizio Modenese Palumbo, figura storica della musica sperimentale ed industrial italiana, attivo da oltre venticinque anni in svariati progetti quali Larsen, Blind Cave Salamander, (r), Coypu e Almagest!, oltre a una fitta rete di collaborazioni internazionali. Io stesso ebbi modo di vederlo all'opera molti anni fa a Torino quando un suo progetto (credo proprio i Blind Cave Salamander) fece da spalla ai maestri Nurse With Wound. Cosa aspettarsi da lui in veste solista? Il preludio è un angosciante nenia industriale scandita dal battito di un campanaccio, il resto sarà uno show folle e surreale dove il Nostro si cimenterà in uno strampalato cantautorato condito da sperimentazioni elettroacustiche a base di violino, chitarra elettrica, flauto, collage rumoristi, loop industriali ed una voce salmodiante. Divertente il finale danzereccio dove una arrembante base electro-industrial dallo squisito flavour ottantiano smuove il culo degli astanti mentre il Nostro, sculettando a sua volta allegramente, ripone la sua strumentazione in una trolley fucsia. Old school rules!
È dunque tempo per i Kossiga, trio torinese che include membri di Anatrofobia e che stasera si cimenterà in un irrequieto impro-free-jazz tracimante spesso e volentieri in territori noise e punk. Batteria, sax baritono e contrabbasso ergono un imponente wall of sound a cui farà da perfetto contraltare l'esibizione successiva.
Si torna dunque in esterna dove si aggira un ometto pelato e dalla lunga barba, t-shirt trasandata e sandali, che dà l'impressione di essere un ubriaco capitato per gioco sulle assi. Si tratta in realtà di Tiziano Sgarbi, figura storica del cantautorato indie italiano noto anche come Bob Corn. Con il progetto Me Boys il musicista emiliano si cimenta nella tradizione folcloristica irlandese, riproponendo con la sola voce ed una suggestiva gestualità ballate di mare, cacciatori di balene, burrasche e morti ammazzati (ad onor di cronaca, saranno presenti anche un classico della tradizione inglese e la cover di "La (S)ballata delle Amazzoni" di Alberto Camerini). Il folk, in realtà, diviene un racconto dove memoria popolare e tematiche attuali (si pensi al tema delle morti sul lavoro) trovano una forte connessione nell'approccio ironico e scanzonato dell'interprete. Se fra un brano e l'altro si avranno dei siparietti assai divertenti, durante l'esecuzione dei pezzi, invece, il Nostro (dotato peraltro di un'ottima pronuncia - tanto che per un momento ho sospettato che fosse irlandese per davvero) ha saputo esercitare uno strano magnetismo su tutti noi, evocandomi certi maestri del folk apocalittico come David Tibet o Ian Read. Strano a dirsi, uno dei momenti più intensi ed interessanti della kermesse.
Avevo letto belle parole sul conto dei La Fossa delle Marianne, progetto che debutta discograficamente proprio quest'anno con l'omonimo album e che vede J.D. Raudo (già conosciuto in formazioni come Laghetto - sempre sia benedetto Tuono Pettinato! - e Marnero) in compagnia di musicisti dell’underground bolognese in una fusione al vetriolo fra post-hardcore, screamo e cantautorato impegnato, con testi rabbiosi dalla forte carica anti-sistemica. Nonostante la bontà della proposta, iniziamo ad essere un po' stanchi (ero del resto a giro dalle dieci del mattino per i fatti miei) e dunque torniamo all'aperto per riposare le orecchie. I corpi sudati (complice anche il caldo anomalo di uno strano fine settembre) e le facce soddisfatte di chi esce dalla sala concerti certificano l'efficacia della formazione sul palco - cosa che avevamo perfettamente intuito grazie ai riff appuntiti ed agli spigolosi cambi di tempo che, rimbombanti, avevano attraversato le pareti fino al giardino...
Quanto a noi, procediamo in senso contrario alla fiumana di gente per accaparrarci i posti migliori per l'esibizione degli Hate&Merda. Se fino a quel momento tutta la struttura organizzativa aveva funzionato alla perfezione con una puntualità che non mi sarei aspettato, il duo fiorentino si prodiga in un lungo sound-check che ritarderà un poco l'inizio delle danze rispetto alla tabella di marcia. Ma non solo: non che fosse chissà quale segreto, ma vedere i due musicisti "smascherati" durante le prove toglie un po' di poesia alla messa in scena. In ogni caso, quando finalmente tutto è pronto e i due calano i rispettivi passamontagna sulle teste, un'onda di lurido catrame, nichilismo e fastidio si riversa su di noi. I Nostri non deludono le aspettative, il loro sludge selvaggio e destrutturato funziona bene dal vivo, costruito sull'alchimia di batteria e chitarra. Si potrebbe parlare di una jam strumentale di riff sabbathiani ed urticanti virate noise che si alternano su ritmi nervosi, se non fosse per il declamato del frontman che di tanto in tanto, ed in modo del tutto estemporaneo ed anarchico, sembra riportare il sound del duo in territori più propriamente post-punk e hardcore. Piace il discorso sul senso dell'universo underground e la necessita di supportarlo attivamente in tutta la sua filiera (dai dischi ai concerti, dalle magliette al merchandising, dai locali alle fanzine ecc.), e non solo a parole.
Per noi è purtroppo tempo di rincasare (è già l'una passata!), ma la festa non è finita perché alla consolle di fronte al palco è già pronta Na_You in procinto di lanciarsi in un selvaggio dj set che presumibilmente proseguirà fino a notte fonda.
Si torna a casa soddisfatti perché l'offerta, nonostante le dimensioni ridotte dell'evento, è stata di innegabile qualità, l'organizzazione impeccabile e l'atmosfera davvero magica. Alla faccia degli eventoooni, degli stadi gremiti, delle file infinite, dei token e dei biglietti che viaggiano a terza cifra!
Alla prossima edizione!
