Esiste uno spartiacque ben preciso nella carriera degli Iron Maiden che, almeno da un punto di vista simbolico, divide gli anni in cui Steve Harris e soci hanno fatto la Storia dagli anni della decadenza e del manierismo. Si può affermare con serenità che con “Seventh Son of a Seventh Son” si conclude la fase storica, classica, seminale della band. Da “No Prayer for the Dying”, ottavo album in studio, qualcosa si ruppe nel processo creativo della Vergine e da quel momento, in un certo senso, la band iniziò a campare di rendita.
Se ne era andato, in quel frangente, Adrian Smith, ma non pensiamo che la colpa sia tutta del sostituto Janick Gers. Accanirsi prima contro Gers e poi contro lo sfortunato Blaze Bayley diviene poco sensato nel momento in cui si ha presente che con il ritorno di Bruce Dickinson ed Adrian Smith, successivamente, non si è tornati ai livelli di qualità pre-crisi. Forse è stata solo una questione culturale, di gusti dei giovani che sono cambiati, di fatica nel seguire una band che, proprio perché iconica, ha dovuto mantenere una coerenza stilistica anche troppo ferrea.
A dirla tutta, non siamo neppure convinti che vi sia una differenza così netta fra il prima e il dopo: non è infatti da considerare tutto oro ciò che è stato prodotto nei tanto blasonati anni ottanta, come del resto non è tutto da buttare quello che è uscito dopo. Vediamo, in dieci brani-simbolo, cosa di buono hanno combinato Steve Harris e soci dal 1990 ad oggi!