Vogliamo oggi
approcciarci al krautrock, tanto esaltante quanto atipica espressione del rock settantiano: non certo una dimensione che è nota per
aver influito più di tanto sulla genesi o sullo sviluppo dell'heavy metal, ma certamente un
qualcosa che può essere visto con interesse dal metallaro di ampie vedute.
Giusto per
incoraggiarvi alla lettura: molte band metal dichiarano di essersi ispirate a
questa o quella corrente del krautrock, fra cui è doveroso indicare Tool, Mastodon, Neurosis, Isis,
Godflesh, Ulver, Burzum, Wolves in the Throne Room, Liturgy, Oranssi Pazuzu e, ultimi in senso cronologico, i Blood Incantation che nel loro capolavoro “Absolute
Elsewhere” si sono fatti aiutare niente meno che da Thorsten Quaeschning dei
Tangerine Dream. Senza dimenticarci delle
propaggini più atmosferiche del metal come per esempio il nostro caro dungeon synth.
I nomi sopra elencati sono accomunati dalla medesima vocazione sperimentale, ma se dovessimo dedurre dalla loro musica le caratteristiche
stilistiche del krautrock incontreremmo qualche difficoltà. Questo perché il
krautrock non è un genere. E con questa anticipazione riteniamo di aver
gettato abbastanza pepe sulla questione. Addentriamoci dunque in questo
conturbante universo sonoro...
Il krautrock non è un genere, si diceva. E' semmai una etichetta che è stata scelta per accomunare la folta compagine di band che, dedite alle più svariate forme di rock
sperimentale, hanno operato in Germania fra la fine degli
anni sessanta e la maggior parte degli anni settanta. A dirla tutta tale definizione nasce come nomignolo denigratorio inventato
dalla stampa anglosassone per descrivere le gesta di tutti quegli strani gruppi rock tedeschi non facilmente classificabili attraverso i classici canoni di pensiero della allora vigente critica musicale. Una definizione che in un primo momento non era stata certo apprezzata dai diretti interessati, ma che con il tempo sarebbe divenuta sinonimo di un intelligente
e non lineare approccio alla materia rock.
E' indubbio infatti che molti di quegli esperimenti attuati in quel preciso contesto storico e geografico (probabilmente percepiti come goffi agli occhi di molta
critica specializzata del periodo) sarebbero poi divenuti seminali in quanto rilevanti, se non fondanti, per molti generi a venire, fra cui (ma non solo) post-punk, industrial, ambient, techno, synth-pop, post-rock, art-rock, alt-rock e rock sperimentale sui generis.
Prima di andare a guardare quella decina di
opere che secondo noi possono fornire utili indicazioni sulle caratteristiche stilistiche e concettuali di quella fruttuosa stagione
musicale, andiamo a vedere quali sono stati gli ingredienti principali
che hanno concorso alla genesi di questi suoni.
Si parte, da un punto di vista
ideologico e programmatico, da una dichiarata avversione al modello del rock anglosassone (ed in
particolare alla sua versione più tradizionale e radicata nel blues). Detto questo, era impossibile prescindere da nomi come
Pink Floyd,
Velvet Underground,
Soft Machine e
Frank Zappa, ossia tutto quel
rock - psichedelico, progressivo, avanguardista - che portava in dote una marcata
verve sperimentale. Un approccio, questo, che conduceva alla libertà
formale della improvvisazione e della destrutturazione. Lungo questi solchi si
innestavano i contributi del free-jazz, della musica sperimentale elettronica
(imprescindibili nomi come
Karlheinz Stockhausen,
La Monte Young,
Steve Reich e
Philip Glass) e della musica etnica (africana ed indiana in primis).
Sulla base di questo assunto concettuale si ergevano una serie di "colonne metodologiche". In primis, l'orientamento verso un paradigma psichedelico che
fosse determinato da un approccio "metodico" e scientifico all'arte
dell'improvvisazione. Da un lato si aveva l’impiego non
ortodosso degli strumenti musicali tradizionali (in particolare per quanto
riguarda le percussioni); dall'altro, l’utilizzo pionieristico dei sintetizzatori analogici e dei primi sequencer, il tutto abbinato a tecniche di "post-produzione creativa" come quella della manipolazione dei nastri. Un insieme di cose che nella maggior parte dei casi si è tradotto in lunghi brani strumentali animati da
strutture non convenzionali e guidati da una attitudine rigorosamente minimalista. Fra le intuizioni più importanti e seminali del krautrock, infine, individuiamo il proverbiale “motorik
beat”, ritmo in 4/4 meccanico ed incalzante che avrebbe influenzato post-punk, new wave, electro-pop, techno e molto altro ancora.
Da
questo febbrile laboratorio sarebbero emerse almeno quattro o cinque distinte correnti stilistiche, con
tutte le intersezioni e gli accavallamenti
del caso. Dai propugnatori dell'elettronica cosmica come Klaus Schulze,
Tangerine Dream e Cluster alla new wave ante-litteram di Kraftwerk e Neu!, dal
sound epico, pesante e psichedelico di Amon Düül II e Guru Guru
all'art-rock sperimentale e rumorista di Can e Faust, passando dalle
esplorazioni esoticheggianti, spirituali ed ascetiche di Popol Vuh, Ash Ra Tempel, Embryo e
Harmonia.
Fatta questa lunga premessa "teorica", andiamo dunque a vedere i dieci titoli che
abbiamo selezionato per voi!
Amon Düül II – “Yeti” (1970)
L’epopea del krautrock non nasce con gli Amon Düül
II, ma ci piace inaugurare con loro questa nostra rassegna perché la loro
colossale opera seconda “Yeti” (dieci tracce per oltre 67 minuti di durata
complessiva!) è il ponte ideale fra il suono del rock psichedelico classico e i
dettami del krautrock. Del krautrock “Yeti” rappresenta senz'altro il lato più
istintuale ed oscuro, aspetto, quest'ultimo, anticipato da una copertina inquietante con un
tizio incappucciato che brandisce una falce. L’album può essere descritto
come un selvaggio baccanale fatto di lunghe improvvisazioni inframezzate da episodi
più canonici, il tutto animato dallo sforzo corale di una decina di componenti
(sette della formazione ufficiale + tre ospiti). Per farsi una idea della cifra
stilistica, l’audacia e la sfacciataggine dei Nostri, si ascolti la
terremotante opener di quasi 18 minuti “Soap Shop Rock”, blasfemo incrocio fra le
nevrosi elettriche dei Velvet Underground e lo slancio ribellistico dei Jefferson
Airplane (da menzionare l'ottima sinergia fra voce maschile e femminile): un esperimento totalizzante ove il
collettivo si muove in modo del tutto imprevedibile fra epiche cavalcate ai limiti dello space-rock ed incroci di sferzanti chitarre elettriche e violino, senza risparmiare momenti pseudo-operistici ed affondi rituali. Benvenuti nel folle mondo del krautrock!
Ash Ra Tempel – “Ash Ra Tempel” (1971)
L’esordio degli Ash Ra Tempel è un
mostro bicefalo che ci racconta sia il lato più caustico che quello più
meditativo e spirituale del krautrock (e non è un caso che in formazione – alla
batteria per l’esattezza – troviamo un giovanissimo Klaus Schulze, destinato poi
a divenire uno dei nomi di punta della musica cosmica). Questo dualismo è ben
rappresentato dalle due enormi tracce che compongono l'album, entrambi strumentali. La devastante
“Amboss” è un viaggio di venti minuti che avanza come una jam fuori controllo. Il drumming è caotico, irregolare ed attraversato
da un’energia febbrile che avvicina il brano tanto al jazz estremo quanto a
un’embrionale aggressività proto-metal. Un impeto che trascina con sé il basso
di Hartmut Enke e soprattutto la chitarra di Manuel Göttsching (leader
indiscusso del gruppo) il cui tocco intriso di furia hendrixiana incendia l’intera improvvisazione. La controparte speculare arriva con
“Traummaschine” dove la stessa tensione si dissolve in un trip visionario aprendo alla dimensione più ambient e cosmica della band e demolendo
definitivamente le certezze dell’ascoltatore.
Can – “Tago Mago” (1971)
E’ forse questo il capolavoro definitivo del krautrock
tutto? Quello che è certo è il carattere rivoluzionario di questo imponente doppio
LP, da considerare come una esperienza sonora totalizzante che ha saputo
stravolgere e reinventare il rock tradizionale conducendolo verso lidi ancora inesplorati.
Basti guardare la track-list per farsi una idea dei contenuti: 73 minuti suddivisi in soli sette
brani, fra cui tracce monstre come "Halleluhwah" e "Aumgn" rispettivamente di 18 e 17 minuti. Con la ferma ambizione di costruire un qualcosa
che rifuggisse dai canoni del rock anglosassone, i Nostri edificano un
monumentale rock psichedelico che, lasciatosi alle spalle il rock/blues di
sessantiana memoria, si dirige verso orizzonti futuristici attraverso una
indomita attitudine avanguardista (un paio di membri, non a caso, erano stati
allievi diretti del maestro Stockhausen). Nei fatti parliamo di una avvincente marcia visionaria
scandita dal groove ipnotico e marcatamente funk di una batteria a dir poco implacabile,
chitarre acide, deliri di tastiere, collage sonori e le vocals allucinate del
mitico Damo Suzuki (sorta di Jim Morrison dagli occhi a mandorla perennemente perso in soliloqui
non-sense). Non si risparmieranno momenti di totale bizzarria dadaista, autentici incubi dal
taglio ritualistico e comprensibili fasi di distensione. In altre parole: un
capolavoro che non deve mancare nella collezione di ogni
appassionato di rock che si rispetti.
Cluster – “Cluster II” (1972)
Il 1972 è un anno fondamentale per la musica
cosmica in quanto anno di pubblicazione di lavori chiave come "Zeit",
capolavoro dei Tangerine Dream, e "Irrlicht", esordio discografico del
guru Klaus Schulze. Nel 1972 esce anche "Cluster II", opera seconda
del nuovo corso artistico della creatura di Dieter Moebius e Hans-Joachim
Roedelius, già dediti a sonorità cosmiche fin dal lontano 1969 con il monicker
Kluster. Fra i meriti del duo v’è senz'altro quello di aver iniettato in Brian Eno
il virus dell'ambient (il prestigioso sodalizio verrà poi a sancirsi con la pubblicazione dell’album "Cluster & Eno" nel
1977). La musica dei Cluster è ancora molto “suonata” nel senso che in essa
sopravvivono gli strumenti tradizionali (fra essi figura ancora la chitarra!)
ed una sana voglia di jammare in un contesto di suoni ripetuti in loop. Non è
un caso che i Nostri amassero descrivere la loro musica come “Electronic
music with a human face”. Le dieci tracce strumentali di “Cluster II”, probabile apice della loro epopea artistica, si dividono fra lunghe suite e
bozzetti di estraniante psichedelia astrale che sanno coniugare alla perfezione pattern
precostituiti, improvvisazione ed intuizione estemporanea. Meno noti di altri corrieri cosmici, i
due andarono, con convinzione e reali capacità artistiche, a consolidare un suono
che sarebbe entrato nella storia.
Klaus Schulze – “Irrlicht” (1972)
Klaus Schulze è indubbiamente un nome di
spicco della kosmische musik e il suo esordio “Irrlicht”, al pari dei lavori di
Tangerine Dream e Ash Ra Tempel (peraltro egli aveva fatto parte di entrambe le formazioni), è considerato un atto fondativo della musica elettronica europea. Si parte da un paradosso: “Irrlicht”, diviso in tre movimenti, non ospita
sintetizzatori, ma solo organo e registrazioni di orchestra. Il flavour
elettronico, semmai, è dato dal modo con cui vengono trattati gli svariati moduli sonori. L’album si sviluppa tramite lunghi droni statici e
oscillanti con minime variazioni timbriche e dinamiche, cosa che crea un
effetto straniante nell'ascoltatore, un senso di sospensione che finisce per
abbracciare orizzonti trascendentali. Le infinite suite, prive di un reale
climax, annientano le comuni categorie spazio-temporali e trasmettono all'ascoltatore
un angosciante senso di solitudine cosmica, definendo i contorni di una
esperienza immersiva che, dagli scenari spaziali e fantascientifici, finisce per
assumere connotazioni spirituali ed ascetiche. Della vasta produzione
discografica del tedesco, il suo esordio (al pari dell’ottima opera seconda
“Cyborg” del 1973) è da vedere fra le sue creazioni più minimali ed estreme. Lo scegliamo
per la sua portata innovativa e per l'importanza storica, ma per chi gradisse costruzioni più articolate e
variegate sono sempre consigliabili altri mirabili episodi della sua vasta produzione discografica come “Timewind”
(1975), “Mirage” (1977) e il capolavoro della maturità “X” (1978).
Popol Vuh – “Hosianna Mantra” (1972)
Dopo l’acerbo debutto “Affenstunde”
del 1970 e l’ottimo “In den Gärten Pharaos” del 1971 (da segnalare la suite
cosmica “Vuh” - per chi scrive uno dei momenti più alti della musica
“popolare” del novecento - orgasmo puro!!!), il mastermind Florian Fricke decide di accantonare
sintetizzatori ed ogni sorta di diavoleria elettronica per concentrarsi sul
pianoforte (il Nostro aveva una preparazione classica) e circondarsi di
strumenti acustici. In altre parole, i labili legami col rock vengono qui recisi
definitivamente e i Popol Vuh divengono una esperienza spirituale tout court,
ambendo a farsi arte universale. La vocazione misticheggiante peraltro già
presente nei tomi precedenti viene qui a prendere il sopravvento: “Hosianna
Mantra” (titolo che di per sé mette in contatto due universi spirituali, quello
cristiano e quello della tradizione induista) suona come una intima preghiera, “sporcata”
solamente dagli aggraziati interventi di una chitarra gilmouriana ed atmosfere
cosmiche, retaggio del passato. Pervaso da motivi melodici circolari ed un
approccio contemplativo che ha come ascendente la musica sacra, l’album delizia
le orecchie dell’ascoltatore con voci femminili che sembrano provenire da un
altro mondo e le pennellate soprannaturali di un ensamble che mette insieme pianoforte,
chitarra, violino, oboe e percussioni, aprendo di fatte la strada alla new age ed alla world music. Quando il krautrock diventa non-rock!
Neu! – “Neu! 2” (1973)
Fra le entità più seminali dell’intera saga del
krautrock figurano senz'altro i Neu!, peraltro nati come costola degli ancora più seminali Kraftwerk. Ma se la nota formazione di Düsseldorf ha potuto godere di un discreto
successo commerciale, i due "scissionisti" Michael
Rother e Klaus Dinger si son dovuti confrontare con una
sproporzione immane fra riscontri minimi in termini di vendita e l’immenso
lascito artistico consegnato ai posteri. Fra le varie innovazioni va segnalato
sicuramente lo sdoganamento del celebre motorik, già sopra accennato, ossia
quel ritmo incalzante e meccanico che influenzerà generi come post-punk,
indie-rock, new wave e techno. Altro elemento di grande modernità è stato un
approccio minimale, scarno, basato su pochi accordi e strutture ripetitive.
Infine, l’utilizzo di tecniche quali manipolazioni di nastri unitamente ad un
approccio sperimentale e tendente all'astrazione ha certamente gettato un ponte
fra rock ed elettronica, fornendo più di una intuizione alla musica
industriale. Il risultato sono tracce per lo più strumentali, a volte anche
piuttosto lunghe, che viaggiano fra irruenza proto-punk e trance elettronica. In
genere si consiglia l’ottimo esordio “Neu!” del 1972, ma noi preferiamo includere nella nostra rassegna l'opera
seconda “Neu! 2”, non fosse altro per la presenza della trascinantissima opener
“Für Immer”: 11 minuti di furente assalto sonoro fra ritmi martellanti e
frasi melodiche ossessive che rappresentano al meglio l’audacia, l’inventiva e
la preveggenza dell’intero movimento krautrock (per completezza, aggiungiamo
che a siffatta mastodontica composizione fanno da contraltare i bozzetti del
secondo lato, non altro che la manipolazione di brani precedentemente editi –
un esperimento ai limiti del delirio dadaista!).
Faust – “Faust IV” (1973)
“Faust IV” segna la chiusura di un ciclo per la band
di Amburgo. Dopo tre lavori dal taglio molto sperimentale ed astratto, questo
lavoro (che vede per l’ultima volta operare la formazione storica) sa introdurre
elementi più orecchiabili, probabilmente per via dell’approdo alla Virgin. Ma lungi
dal rappresentare un motivo di debolezza, questo aspetto diviene ragione di
equilibrio andando a bilanciare una proposta altrimenti troppo estrema e spostata
sul versante della sperimentazione. Questo equilibrismo perfetto fra rock
canonico e spinta avanguardista rende l’album non solo un’opera simbolo del
krautrock, ma anche una fonte di influenza per quelle correnti del rock che in
futuro preferiranno rincorrere soluzioni originali e bizzarre. Psichedelia, riff
pesanti, escursioni rumoristiche à la Velvet Underground (sicuramente i padri
spirituali della formazione tedesca), strampalate ballate barrettiane (Syd Barrett, altro
nume tutelare per i Nostri) si vanno così ad incrociare a collage
sonori ed aperture ambientali, il tutto benedetto da un gusto per lo sberleffo
che ricorda l’estro irriverente di Frank Zappa, il cui spirito sembra animare
l’intero lavoro. Fra oscurità ed ironia, musica colta e selvaggia psichedelia i
Faust firmano probabilmente il loro capolavoro, all'epoca accolto con delusione
dai fan più ortodossi ed al tempo stesso non capito dal grande pubblico, finendo per rappresentare un totale disastro sul
fronte commerciale (tanto che la band andò incontro allo scioglimento). Anni dopo, tuttavia, l'album sarebbe
stato rivalutato ed elevato a pietra miliare del rock, in particolare
per quel rock libero, sghembo e ricco di inventiva che avrebbe accolto il pieno rifiuto di ogni
cliché o banalità stilistica.
Tangerine Dream – “Phaedra” (1974)
Degli imprescindibili Tangerine Dream
scegliamo questo album della maturità, ma è bene chiarire che essi, fondati nel
1967, sono stati fra i pionieri della musica cosmica. I precedenti “Alpha Centauri” (1971), “Zeit” (1972) ed “Atem” (1973) rimangono
sicuramente dei passi obbligati per capire il percorso artistico del grande
Edgar Froese e, soprattutto, del passaggio da certe sperimentazioni
avanguardiste legate alla musica classica moderna (con sconfinamenti nel rock progressivo)
all'elettronica pura. In questo cammino di emancipazione, “Phaedra” fu il primo
album dei Tangerine Dream a valorizzare in modo preponderante il ruolo dei
sequencer e del sintetizzatore Moog, eletti a strumenti principali. Non solo: rispetto
ai lavori precedenti, più rarefatti e sperimentali, l’album rappresenta una
transizione verso composizioni più strutturate basate su pattern elettronici in
continua evoluzione, pur mantenendo una forte dimensione atmosferica, portando
così alla creazione di un sound elettronico ipnotico e ripetitivo che ha definito
lo stile poi noto come Scuola di Berlino. L’epica title-track
(quasi 18 minuti di pulsazioni, note vorticose e fendenti di sintetizzatori) è
l’esempio ideale per capire la portata storica di questo album che, nel nostro
piccolo, va visto come una fondamentale influenza per le esplorazioni ambient di
Burzum e dei pionieri del dungeon synth.
Kraftewerk – “Trans-Europe Express” (1977)
Chiudiamo in bellezza con i famigerati
Kraftewerk. Il quartetto di Düsseldorf (saldamente capitanato
dai due fondatori
Florian Schneider e
Ralf Hütter) senza paura di esagerare è
da considerare fra gli
ensamble più seminali di sempre, autori dello sdoganamento definitivo della musica elettronica in ambito popolare (non più
quindi relegata ai ranghi della sperimentazione colta). A loro si riconduce -
direttamente o indirettamente - la nascita del synth-pop, della new-wave, della
darkwave,
della disco-music, della house-music, della techno, della musica ambient, dell’
industrial,
del rock elettronico, di forme successive di elettronica d’avanguardia, persino
dell’hip-hop. Fra i vari capolavori siglati dai Nostri ci sentiamo di segnalare
“
Trans-Europe Express” (1977), punto di approdo per un paradigma puramente elettronico che,
dopo l’avanguardia sperimentale dei primi lavori, era stato avviato con
convinzione dall'epocale “
Autobahn” del 1974. “Trans-Europe Express” è un geniale
tripudio di ritmiche meccaniche e temi melodici minimali, i quali vengono reiterati e sviluppati con grande
intelligenza e gusto. L'opera, in altre parole, sancisce per la band il perfezionamento formale di quel peculiare
stile elettronico che era nato dalla combinazione di sintetizzatori analogici,
drum machine/sequencer e tecniche di trattamento vocale (fra cui il
vocoder):
tutti elementi tipici della fase “classica” dei Kraftwerk e che associamo al loro
linguaggio "robotico" ed alienante che tanto avrebbe fatto scuola. I Nostri in pratica anticipano nella
decade settantiana quegli stilemi che riconosceremo nel pop elettronico
degli anni ottanta, il tutto accompagnato, a livello visivo, da una squisita
estetica Bauhaus - fatta di colori sgargianti e geometrie spigolose - capace di spazzare via in un solo colpo tutta l’immaginario degli anni sessanta e
settanta.
Come consueto ecco puntuale una playlist a fornirvi utili consigli di
ascolto per addentrarvi nel krautrock, sebbene – considerato l’ambito
trattato – la migliore cosa sarebbe ascoltare gli album interi...
Playlist essenziale:
1) “Soap Shop Rock” (Amon Düül II, “Yeti” - 1970)
2) “Amboss” (Ash Ra Tempel, “Ash Ra Tempel” - 1971)
3) “Oh Yeah” (Can, “Tago Mago” - 1971)
4) “Georgel” (Cluster, “Cluster II” - 1972)
5) “1. Satz: Ebene” (
Klaus Schulze, “
Irrlicht” - 1972)
6) “
Nicht Hoch im Himmel” (
Popol Vuh, “
Hosianna Mantra” - 1972)
7) “
Für immer” (
Neu!, “
Neu! 2” - 1973)
8) “
Krautrock” (
Faust, “
Faust IV” - 1973)
9) “
Phaedra”
(
Tangerine Dream, “
Phaedra”
- 1974)
10) “
Trans-Europe Express” (
Kraftwerk, “
Trans-Europe Express” - 1977)
Lettura consigliata: