Quando all’esame di maturità esce una traccia, per esempio, sul Futurismo, scegliere di esprimersi su questo tema significa quasi automaticamente essere valutati anche rispetto alla posizione che si sta assumendo rispetto all’ideologia fascista, per la contemporaneità e i punti di contatto reciproci. Si deve stare attenti a spiegare il valore del Futurismo senza cadere nel tranello di dare giudizi positivi sul fascismo: così, più o meno, ammoniva gli studenti il professore interpretato da Silvio Orlando ne “Il portaborse” (1991) di Daniele Luchetti.
Anche la trattazione della Prima Guerra Mondiale, altro argomento di grande interesse per i gruppi di metal bellico, implica di dichiararsi ideologicamente rispetto ad alcuni punti: l’idea di nazione, il senso dello sforzo bellico a livello individuale, il valore militare come impegno civile, e così via…tanto che la Trincerocrazia (titolo di un album dei Frangar) è una questione lasciata in sospeso dalla Prima Mondiale che influenzerà le scelte sulla Seconda.
Si può mai riconoscere valore a “La guerra di Piero” di De André, e anche gridare con entusiasmo i testi dei Frangar? Per essere possibile, sono la prova vivente che lo è. Non essere militaristi o fanatici militari, del resto, non significa negare che l’uomo cerchi la propria realizzazione anche in senso militare, e che la tendenza alla guerra faccia parte di spinte sociali, e non sia soltanto imposta dall’alto.
Ci sono soldati che si rifiutavano di combattere, spinti da un anarchismo che faceva loro rifiutare la guerra come imposizione. Eppure, secondo me altri soldati, per analogo spirito, si gettavano in un rischio totale, che allo stesso modo non era imposto, ma era opzionale. Se la guerra è un’allegoria della vita civile, poi però sono i temerari, e non i dissidenti, a poter comandare chi li aveva inviati in guerra. Così come a Roma i generali vittoriosi di ritorno dalle campagne sul confine potevano permettersi di deporre l’Imperatore che ce li aveva inviati.
Nel soldato esiste quindi sia la guerra di Piero, che la guerra di un ardito, e possono far capo alla stessa mistica di imposizione di sé anche sul potere, tramite una “iper-guerra” personale. Se ci pensate, la figura di Rambo che torna dal Vietnam, vittorioso come individuo-soldato, ma sconfitto perché abbandonato dal suo Stato, è insieme un militare disilluso e un iper-soldato. Lo stesso dicasi per il colonnello Kurtz, che non combatte perché il suo valore ha superato la soglia di quello dei suoi superiori, e quindi la sua guerra diventa la diserzione.
La guerra italiana, togliendo quelle antiche, è trattata per lo più da gruppi di ideologia fascista. Io penso sia acuta una frase degli Ianva, da “Italia: ultimo atto” (2009), un disco non metal:
“Poi venne il giorno che
dall'alto d'un balcone
Ci s'intimò di scegliere tra il pane ed i
cannoni:
Se si fu fessi a tal punto da lasciare risposta al
coro
Poi lo fummo doppiamente...A non esigerli davvero.”
In questo si racchiude gran parte dell’imbarazzo degli Italiani nel parlare di guerra, e cioè il modo di uscirne. Se l’uscita dalla prima generava insieme orrore ma anche rispetto (le azioni degli italiani sul fronte austriaco sono descritte con ammirazione anche da gruppi stranieri), l’uscita per cambio gestione fu una cosa diversa. I Savoia uscirono consolidati dopo la prima mondiale, nonostante tutto; e annichiliti dopo la seconda (nonostante avessero formalmente “vinto”), e con essi un po’ anche il popolo italiano nell’immagine internazionale.
La scelta di raccontare
le due guerre italiane si associa a quella di farlo in Italiano. Ci
provano, per primi, alcuni gruppi di RAC, con sonorità metal e
grafiche che strizzano l’occhio all’epic, e mi riferisco ai
Londinium SPQR. “Fare Quadrato” (del 1997 - coverizzata poi dai Frangar)
è una sorta di discorso sul valore essenziale dell’organizzazione
militare (quella della testuggine) che riassume i rapporti umani,
l’equilibrio tra offesa e difesa, i valori di lealtà,
perseveranza, e la funzione di costituire un principio d’ordine
sociale che poi consente la vita civile, così come raccontano altri brani (“Il
mito” e “Testudo”). Con “Angeli su Roma” ci si avvicina ad
un power lento e con una voce quasi growl.
Il contenuto dei testi può
essere lo scoglio principale nel valutare queste produzioni, ma a chi
scarta a priori ricordo che siamo abituati digerire fiumi di testi
ridicoli a base di vita spericolata, croci e caproni, solo perché
esiste una barriera linguistica che non li fa percepire “cringy”.
Andrebbe invece rivalutata comunque l’idea di esprimere qualcosa,
necessariamente cercando una forma diversa magari, come il
recitativo-declamatorio o lo stile sloganistico da megafono di
manifestazione.
L’esperienza dei Londinium prosegue con i nuovi
SPQR. Gli SPQR romani (scusate il pleonasmo) si allacciano al black
metal coverizzando "War" in uno split album con i Frangar intitolato
“All’armi”, in cui “Eroi in trincea” è un’ottimo brano
di fusione black-RAC con testo in italiano. Buona anche l’idea
della copertina in cui delle teste di soldati da trincea spingono
verso chi osserva il filo spinato teso, come a dire che l’eroismo
chiama chi sta dall’altra parte, e che poter forzare il filo
spinato è privilegio di chi ci si mette prima dentro.
Altre band RAC utilizzano le sonorità metal, con registro epic power, anche se non sistematicamente (alcuni brain degli Zetazeroalfa, Blitzkrieg per citarne due). Se si guarda bene, l'elemento metal fa proprio capolino laddove si affronta il tema bellico. Gli Intolleranza affrontano la battaglia di Berlino con una cavalcata power ("Werwolf") ed un testo che descrive lo sforzo bellico totale, essenziale e mistico che va oltre i limiti ufficiali della guerra campale: la guerra condotta da unità-uomo isolate, che si lanciano in un attacco disperato da dietro le linee nemiche o per testimoniare una reazione oltre una logica militare. L'uomo-soldato si eleva (non si riduce) al combattente per la terra, ed è la guerra che ne giustifica l'esistenza stessa, in un rifiuto di ogni logica di resa. La mistica bellica cortocircùita volutamente in frasi come “per questa guerra io ho dato la vita”, o “la guerra finirà quando morrò io”: l'uomo vive per realizzare il proprio sacrificio bellico, ed è questo che regge il senso della vita stessa.
Gli SPQR giungono a "Invictus" (2017) con un ibrido RAC/metal, tra ritmiche thrash e momenti più virati verso il black, in cui si rimane dilaniati da due forze contrapposte. Una è quella dell'hardcore che morde verso il basso, la terra, la strada. L'altro è quello metal che, opportunamente dosato, fa levitare verso una trasposizione mistica dello slancio verso la lotta. Non si compie una sintesi, ma appunto una doppia marcia alternata, con elementi che rimangono complessivamente bilanciati a favore di quello hardcore/RAC, sia nei testi che nel complessivo ruolo “guida” dell'approccio hardcore. Per fare un confronto, i Frangar attuano invece una proposta speculare, in cui la stessa ibridazione vede un ruolo guida della componente metal, adattata secondariamente a elementi e moduli hardcore.
I moduli metal utilizzati sono sia lenti che rapidi, sostanzialmente è utilizzata la sezione ritmica “a macina” propria del thrash, dello speed e talora accelerazioni in levare di impronta black. La pesantezza è però prevalente sulla velocità. Questi moduli sono appunto più centrali nei brani più direttamente legati alla guerra, laddove il combattente di strada vada a richiamare, ad esigere un inquadramento più universale della sua posizione. Quando c'è da parlare di uno scontro di piazza, il metal retrocedere; quando si scende su un terreno ideale, e quindi si recuperano riferimenti di continuità storica, il metal si fa avanti. E' curioso che questo ibrido vada anche a indicare un'epoca forse diversa da quelle precedenti, e cioè quelle in cui le contrapposizioni radicali non sono tanto quelle tra Nazioni o popoli, quanto quelle interne ad uno stesso territorio tra una parte del suo popolo e le Entità sovranazionali e antipopolari che cercano di eroderne le radici identitarie per poi soggiogarlo.
Viene in mente, anche se capovolta, una scena del film dei Taviani “La notte di San Lorenzo” (1982), in cui un brigatista nero, in uno scontro con i partigiani, è colpito a morte, e nel dolore della morte è trasfigurato (insieme all'altro che gli spara) come un soldato acheo trafitto nel ventre da numerose lance nemiche (vedi qui).
Il metal, come già dicemmo altrove in queste pagine, è un genere che si presta bene alla descrizione di dimensioni ideali, o allegoriche, mentre rifugge per sua natura i temi attuali e contingenti, con le dovute eccezioni. Non stupisce quindi che l'hardcore dedicato alla lotta politica (hatecore) cerchi i moduli metal quando deve trasporre i propri riferimenti ad un livello più generale e astratto. L'alternativa è ovviamente quella di raccontare il passato, o guerre che riguardano altri popoli, ma nel caso specifico dell'Italia vi è una difficoltà nell'evitare la contingenza attuale, perché esiste una continuità ideale e storica non risolta negli ultimi 100 anni.
Se mai, si può osservare come esista, in questo avvicinamento al metal, un elemento che spinge ancora più su il concetto dell'uomo-guerriero. Nell'EP "Nexus Invictus" (2024) compare “Il diavolo marcia con noi”, utilizzato anche come slogan di un evento concertistico. La frase, che riecheggia e pare stravolgere la celebre “Dio è con noi” (usata da vari eserciti in varie occasioni), richiama il concetto di guerriero-anarca di Ernst Junger. L'uomo può combattere per sé, per lo Stato oppure può combattere contemporaneamente per sé e per la Patria, quando le due cose coincidono spiritualmente ma senza riconoscere un valore assoluto alla Patria in quanto Stato, o regime che sia. L'anarca è colui che usa la gerarchia per poter combattere, ma si pone, pur da soldato semplice, al vertice (geometricamente impossibile) di essa.
Il guerriero-anarca non agisce perché si ritiene nel giusto, o ritiene una guerra giusta, ma le dona una giustizia soggettiva estrema, che poi si rivela soprattutto nelle scelte di aderire a cause perse o a sconfitte annunciate. L'ibrido RAC/metal degli SPQR è quindi non solo un'ibridazione tra generi, ma anche la traduzione in musica di questo nodo storico-filosofico così peculiare dell'Italia.
A cura del Dottore
(vedi il resto della Rassegna)
