L’uscita del nuovo album dei
Porcupine Tree dopo tredici anni di latitanza discografica è stato indubbiamente un evento. Lo è stato certamente per i
fan di
Steven Wilson, ma soprattutto per quelli che
non lo sono, ossia coloro che innanzi ai lavori solisti del Nostro hanno sempre rimpianto l'operato della band madre. C'è poi da dire che, venutasi ad accrescere la popolarità intorno al nome di Wilson grazie ad una pregevole carriera solista e a mille altri motivi che non stiamo ad elencare, il ritorno dei
Porcospini si era ammantato di grandi aspettative a partire dal momento in cui era stato annunciato lo scorso anno, quando oramai nessuno ci sperava più.
Indubbiamente Steven Wilson è un guru, se non IL guru delle sonorità neo-progressive, qualsiasi cosa vogliate intendere con questa etichetta. Nessuno come lui ha spinto per svecchiare quegli stilemi che si sono imposti nei primi anni settanta e che molti pensavano relegati ai fasti di quella gloriosa stagione del rock; nessuno come lui ha sdoganato tali sonorità a fasce più ampie di pubblico, incluso quello del nostro beneamato metal (e l’amicizia con Michael Akerfeldt non è certo casuale). L’uscita di “Closure/Continuation” è dunque un’ottima occasione per ascoltare e (ri)vedere dal vivo i Porcospini, sia per fan di vecchia data come noi che per giovini che si sono approcciati al personaggio solo di recente e che vedevano probabilmente il nome dei Porcupine Tree oramai come una chimera irraggiungibile. Ma al di là della contentezza che procurano la notizia e il fatto in sé, come dobbiamo valutare questo sospirato ultimo parto discografico?